Lectio divina sulla Lettera ai Colossesi: trascrizione del quattordicesimo incontro animato il 22 gennaio 2026 da dom Stefano
Lectio divina sulla Lettera ai Colossesi: trascrizione del quattordicesimo incontro animato il 22 gennaio 2026 da dom Stefano
Lectio divina
San Miniato al Monte, 22 gennaio 2026 Sintesi del XIV Incontro di Lectio Divina sulla Lettera ai Colossesi di San Paolo Apostolo
Preghiera iniziale
Padre santo riprendiamo il cammino della Lectio Divina in questo nuovo anno, col proposito di conoscere la ricchezza della tua Parola per lasciarci rinnovare dal tuo Spirito ed essere più aderenti a Cristo tuo Figlio e in Lui vivere da nuove creature, da Figli, perché possiamo partecipare dei suoi sentimenti e nel suo nome essere testimoni del Regno che viene, segni di speranza, artigiani di pace. Amen
“Questa immensa trama di fatti buoni e cattivi nei quali è asserragliata la vita umana, ha una sua logica ed un suo piano? C’è un punto di riferenza che tutti questi fatti misteriosamente condiziona? C’è una Provvidenza storica? È il problema di S. Agostino, di Vico, è il problema, ma travisato, di Hegel. Questo punto di riferenza, questo punto di “risucchio” dell’oceano storico c’è: è Cristo. Cristo venturo, punto di arrivo della storia che lo precede, Cristo venuto punto di partenza della storia che lo segue, Cristo nella totalità del suo Corpo mistico. Cristo ed i cristiani, la vite e i tralci, il punto di arrivo del moto storico. Tra giganteschi contrasti, in mezzo a regressi che appaiono paurosi, c’è un disegno di salvezza e di crescita che si attua nel mondo. La storia è, sotto questo aspetto, storia sacra, cioè, gigantesca crescita di bene nonostante le ciclopiche opposizioni del male. La storia è in crescita come un albero che va costituendo vigorosamente il suo tronco in vista della sua ultima fioritura. La ricapitolazione della storia in Cristo – aptata saecula verbo Dei – costituisce la logica della storia.” (Giorgio La Pira, da un articolo apparso su Vita Cristiana 14, 1942)
La citazione di Giorgio La Pira insieme alla fotografia artistica di Alessandra Pavolini possono aiutarci nell’intento di ricentrarci un po’ nel nostro cammino di penetrazione nel mistero di Cristo, che costituisce il grande tesoro della Lettera ai Colossesi. Come vedete la citazione di La Pira riguarda proprio il grande mistero dell’incarnazione, il Cristo venturo, atteso da secoli, e il Cristo venuto che invece fa muovere la storia a seguire; poi anche questo forte riferimento al Cristo totale, che siamo noi con Lui, che è un po’ il senso anche della nostra Lectio, del nostro stare insieme nel cercare di approfondire, di sviscerare, di aprirci un po’ al dono della parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture. In queste parole di La Pira sembra di ravvisare un certo eccessivo ottimismo, ma se guardate l’anno in cui sono state scritte, il 1942, vi rendete conto che siamo in un periodo non proprio facile della storia, e quindi in realtà non si tratta tanto di ottimismo, quanto di uno sguardo profetico, di chi si lascia illuminare dalla Rivelazione e sta dentro le pieghe della storia, senza tuttavia perdere di vista il senso che proprio la fede ci offre: ossia quello di andare oltre il contingente, “nonostante le ciclopiche opposizioni del male”, senza lasciarsi schiacciare da questo. Questa è una bella spinta per ricominciare il nostro cammino.
Procediamo adesso con la lettura di pochi versetti del capitolo terzo di Colossesi (Col. 3,12-17), che ci presentano delle esortazioni positive, dopo quelle negative che abbiamo trattato la volta scorsa.
Col 3 Espressioni positive (3,12-17)
12Scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, 13sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. 14Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. 15E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! 16La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. 17E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre. Scelti, santi, amati (eklektòi, àghioi, egapeménoi): l’identità dei battezzati.
Soffermiamoci un momento a riflettere su questo brano.
Il capitolo terzo, come già visto, inizia con questa esortazione:
Col 3 1Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, non quelle della terra.
Di seguito ci eravamo chiesti quali fossero le cose del cielo, ovvero quali le cose di lassù e quali le cose della terra. Proseguendo nella lettura, l’autore ci ha portato a capire a cosa non dobbiamo pensare attraverso le esortazioni negative che riguardano tutti quegli atteggiamenti, quei vizi, che il cristiano, proprio in virtù del suo battesimo, deve rifiutare, mortificare, gettare via. Avevamo visto come queste cose riguardavano sia la sfera sessuale, sia la cupidigia, sia il piano della comunicazione, con le sue patologie che manifestano la cattiveria, la maldicenza e tutti gli altri vizi, che costituiscono l’abito vecchio, l’abito di colui che deve farsi da solo, di colui che può contare solo sulle proprie forze, che deve nascondere le proprie lacune, le proprie fragilità, perché altrimenti gli altri possono approfittarne. L’“Homo omini lupus”, di hobbiana memoria. Ebbene, adesso invece Paolo ci chiede di essere all’altezza della realtà che siamo, cioè nuove creature la cui vita è immersa e già nascosta con Cristo in Dio. Quindi ecco che ci chiama a rivestire l’uomo nuovo, ma premette tre connotazioni che sono di grande importanza per noi: scelti (da Dio), santi, amati. Questo riguarda i destinatari della lettera ma per estensione ciascun battezzato; è la nostra identità, noi siamo stati scelti da Dio, siamo santi, ovviamente santi per vocazione. Santi, come ci ha educato tutta la letteratura paolina, era il nome con cui si distinguevano i cristiani proprio perché consacrati, perché messi a parte per Dio, primizie. Scelti, santi e amati. Abbiamo ancora nell’orecchio la parola del Padre rivolta a Gesù nel battesimo al Giordano: «Questo è il mio Figlio amato, in Lui ho posto il mio compiacimento». Nel battesimo noi siamo inseriti in Cristo, la nostra vita è entrata in relazione viva, essenziale con Lui e Paolo quindi ci richiama alla nostra nuova e vera identità. In qualche modo dobbiamo sempre aiutarci reciprocamente e sempre aiutare noi stessi a riportarci a questa realtà, che viene rivelata, propiziata, ottenuta dal Signore Gesù per noi. Questo ci è ribadito dal testo più antico dell’epistolario paolino, la prima lettera ai Tessalonicesi, in cui Paolo rivolgendosi appunto ai Tessalonicesi dice:
1Tess 1 4Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui.
Nella seconda lettera ai Tessalonicesi, che è posteriore anche a Colossesi, si dice:
2Tess 2 13Noi però dobbiamo sempre rendere grazie a Dio per voi, fratelli amati dal Signore, perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità.
Come vedete c’è questa realtà che normalmente viene espressa proprio all’inizio delle lettere, perché così Paolo connota i suoi destinatari. Paolo stesso si auto-percepisce, si auto-comprende come chiamato da Dio. Tenete conto anche del fatto che le comunità cristiane che provenivano prevalentemente dal paganesimo, come ad esempio quella di Colosse, di per sé non appartenevano al popolo eletto, ma grazie al loro inserimento in Cristo entravano a far parte di quella che nella prima lettera di Pietro viene chiamata “la nazione santa”, “il popolo che Dio si è acquistato”, ossia il nuovo popolo di Dio.
Ricordate che all’inizio della lettera ai Colossesi, proprio al capitolo primo, Paolo nel salutare i Colossesi pregava perché loro fossero rafforzati nella fede, nella speranza, nella carità, perché la loro fede doveva portare a una testimonianza nella vita. Una volta svestiti dell’uomo vecchio c’è da rivestire il nuovo. I predicatori evangelici parlano di “guardaroba del cristiano”, costituito dalle diverse virtù. Eccole:
Col 3 12rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità.
Fermiamoci a queste cinque virtù. Per ognuna di esse c’è un’ampia letteratura. Noi staremo il più possibile ancorati alla Scrittura, ci aiuteremo con qualche testo ulteriore o del magistero o dei Padri, e poi ovviamente potrete sviluppare ulteriormente la riflessione anche individualmente, con lo scopo di conoscere meglio la bellezza e l’importanza di queste virtù e desiderare di crescere in esse, pregando e imparando a contemplarle nel Signore Gesù. Paolo nel famoso inno del capitolo secondo della Lettera ai Filippesi ci stimola:
Fil 2 5Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: 6 egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, 7 ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, 8 umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. 9 Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, 10 perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sottoterra, 11 e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre.
Questo inno presenta Cristo Gesù nella parabola discendente della kenosi, per cui Gesù che è il Verbo si svuota per entrare a partecipare della vita umana umiliandosi fino alla morte, la morte di croce. Il Signore Gesù ci testimonia questo movimento di kenosi, di svuotamento, anche nel momento in cui si mette in cammino con tutti i peccatori per andare a ricevere il battesimo da Giovanni, provocando lo stupore di quest’ultimo; questo movimento di abbassamento ce lo testimonia proprio nel suo manifestarsi non come un Messia potente a cui tutti devono semplicemente obbedire accecati dalla sua gloria, ma con quella umiltà che Efraim il Siro dice essere ‘il vestito di Dio’. Ebbene, noi invochiamo questi sentimenti da questo Gesù con la sua traiettoria di umiltà, che lo fa Dio-con-noi, che non ci schiaccia, che vive in prima persona in forma vertiginosa la dimensione di umiltà come svuotamento delle sue prerogative, condividendo le fatiche della realtà della vita umana per salvarci. Allo stesso tempo però quanto contempliamo in Cristo si può manifestare in noi come il frutto dell’agire dello Spirito Santo:
In Gal 5 22 leggiamo che: Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé.
Lo Spirito Santo agisce in noi se siamo docili e mano a mano produce questi frutti.
La tenerezza. L’espressione del greco antico Splànchna si traduce letteralmente con ‘viscere di compassione/di misericordia’, e per esempio è usata nel racconto in cui Gesù, congedata la folla, aveva attraversato in barca il lago di Galilea con i suoi discepoli con l’intento di dar loro riposo dopo averlo accompagnato nella predicazione, e invece trovava ancora le folle ad aspettarlo dopo averlo seguito via terra desiderose di ascoltarlo ancora. A quella vista l’evangelista dice che Gesù si commosse interiormente e disse: “Sono come pecore senza pastore.” Forse ricorderete questo episodio. Addirittura, il termine corrisponde a quello che la Bibbia greca usa per tradurre il termine ebraico rachamim che la Bibbia ebraica utilizza per esprimere le viscere di misericordia che Dio Padre ha per il suo popolo, quando lo vede in una condizione di difficoltà; ritroviamo questa stessa espressione riferita al Padre anche nel Libro di Osea. Papa Francesco ha scritto molte cose riguardo a questa dimensione di tenerezza a cui teneva moltissimo; perciò, se qualcuno di voi lo desiderasse, potrebbe approfondire riferendosi al suo magistero.
Un altro elemento importante è quello dell’umiltà e della mitezza. Abbiamo visto Gesù essere modello in questo e Lui stesso ci dice:
Mt 11 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero.
Ovviamente in certi frangenti della vita non sentiamo questo giogo dolce, questo peso leggero; il giogo è fatto per portare il peso in due e l’invito di Gesù è sempre quello di portare le nostre croci non da soli ma con Lui. Chiaramente il giogo si fa più soave nell’esperienza della comunione con Cristo e anche nella condivisione dei pesi gli uni degli altri. Tante volte il peso si aggrava e ci schiaccia nella misura in cui pensiamo o sentiamo di doverlo portare da soli. Ed ecco allora che Paolo qui fa la sua esortazione, si rivolge sempre a dei fratelli, a dei discepoli di Cristo, non sta facendo evangelizzazione ad extra, ma sta parlando alle comunità dei fedeli, alle quali chiede un’assunzione di responsabilità, di attenzione, di cura, una partecipazione tutt’altro che distaccata. Ricordiamo la massima di Don Milani: “I care”, ossia mi interessa, mi prendo cura. Come vedete il richiamo, il leitmotiv di questa nostra Lectio, non è quello di un progetto con cui ottenere una certa performance di mitezza, di controllo, come se fossimo a fare un corso di sviluppo del nostro potenziale, ma è sempre quello di sviluppare un rapporto di vita con Cristo. È lì il centro. Da quello deriva che la sua parola ci viene in aiuto, ci confronta, ci richiama, ci converte, ci trasforma.
Vediamo ora un’altra virtù molto bella, la macrotymia, ossia la magnanimità che rispetto all’atteggiamento di sopportazione, di resistenza, costituisce invece l’apertura del cuore, la visione larga, l’elemento propositivo e positivo. A tale riguardo vi leggo subito un brano di un testo posteriore alla Lettera ai Colossesi, ovvero la prima lettera a Timoteo: 1Tim 1 15 Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. 16Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Vedete come è l’esempio: Paolo riceve misericordia perché trova la vita nuova e il suo vivere in Cristo diventa esempio anche per gli altri. Paolo non è uno che ha già trovato, raggiunto tutto e si è fatto da solo, addirittura con tutto il suo impegno e con tutta la sua scienza stava sbagliando rotta, ma ha ricevuto misericordia. Il Signore non lo ha punito perché stava cercando di perseguitare i cristiani per sradicare questa pericolosa setta dalla corrente giudaica, ma con sguardo lungo dice ad Anania, quando lo manda a ridare la vista a Paolo e a battezzarlo: “Gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome”(AT 9,16). Paolo riconosce che la misericordia del Signore per lui non è stata vana e per questo può dire ai suoi destinatari “Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo.”
Passiamo alla Lettera agli Efesini, che segue in qualche modo la lettera ai Colossesi:
Ef 4 1 comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, 2 con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, 3 avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Se queste sono le cose in cui noi dobbiamo impegnarci ed impegnare la nostra relazione con il Signore perché Lui attraverso lo Spirito porti in noi questi frutti, ebbene abbiamo anche da fare i conti con un attrito sempre presente. Perché Paolo non parla a monaci eremiti, sta parlando a dei fedeli, quindi in realtà a persone che vivono insieme nel mondo e nella relazione con l’altro, una relazione non virtuale e sempre carica di attrito. Paolo è realista e sia in Colossesi che in Efesini ci dice: “imparate a sopportarvi”, “sopportatevi a vicenda e perdonatevi gli uni gli altri” nell’ambito delle relazioni importanti, nelle famiglie come nelle comunità. Paolo ribadisce questa necessità che Gesù aveva espresso molto chiaramente. Quando talvolta qualcosa si inceppa, qualcuno cade in tentazione e fa qualcosa che fa male, che ferisce, allora se si tratta di cose leggere, di cose di tutti i giorni, occorre spesso sopportare, ma se in certi casi la cosa ti ferisce molto di più, allora occorre il perdono, che è un gesto in cui tu getti nuovamente un ponte, dai ancora un’altra possibilità di ripartire alla relazione. Capite come nel concreto tutto questo non è banale, non a caso Gesù insiste su questo punto. Nel discorso della montagna infatti dice: “Perdonate e vi sarà perdonato, date e vi sarà dato, con la misura con cui giudicherete sarete giudicati.” Gesù su questo punto è molto esigente e invita a farne l’oggetto anche della nostra preghiera, come ci insegna nel Padre nostro. La sesta virtù, nominata da Paolo, è la carità: Col 3 14 Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto Il testo suggerisce questa dimensione connettiva della carità che armonizza, che dà un po’ la misura e tiene insieme tutte le varie virtù, e quindi tutto l’abito del cristiano. La caritas è la suprema lex e a questo riguardo Paolo ce ne dà esempi importanti anche nei comportamenti concreti, per esempio nella questione degli ‘idolòttiti’ con i Corinzi. Alcuni infatti, liberi da tabù, ritenevano di poter mangiare quello che volevano; altri invece credevano che fosse un abominio mangiare la carne sacrificata agli idoli (carne che dopo il sacrificio veniva portata al mercato e poteva essere acquistata a minor prezzo). Paolo, riguardo a questo, mette al primo posto il principio della carità pur di non scandalizzare un fratello; io non devo con la mia azione ferire in qualche modo uno che è più semplice. Questo servirebbe molto anche a noi praticanti, nell’ambito delle cose della fede: tante volte capita di sentirci come quelli un po’ specialisti rispetto magari ad altre persone che conosciamo, di famiglia o conoscenti, a cui diamo il ‘bollino’ di non credenti, quando invece dovremmo considerarli solo come dei credenti non ancora del tutto consapevoli. Bisogna sempre preparare la strada, non bloccare la strada degli altri, però a volte possiamo essere tentati di usare la nostra fede cristiana come una forma di identità che fa distinzione, e non corrisponde evidentemente alla logica della carità.
Tornando al nostro confronto con Efesini, troviamo che anche Efesini 5 ci dice:
Ef 5 2camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato sé stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. Come vedete il rimando è sempre a Lui. Paolo nella sua Lettera ai Romani dice: Rm 13 8Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. 9 Infatti: Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai, e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 10 La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.
Da questo punto di vista le esortazioni possono essere molteplici, il nostro problema è vincere le tentazioni opposte di egoismo, di chiusura, di ripiegamento, tante volte dettate anche da fragilità, da esperienze negative e via dicendo. Penso possa essere comunque utile invece una parola che ci viene da un padre della Chiesa, martire, San Cipriano, il quale scrive un trattato su La virtù della pazienza in cui connette la carità alla pazienza.
“La carità è il vincolo della fraternità, il fondamento della pace, tenace saldezza dell’unità; essa è più grande della speranza e della fede, precede le opere buone e il martirio, permarrà eterna con noi per sempre nei regni celesti. Togli alla carità la pazienza: rimasta sola non dura. Toglile la forza di sopportare e di pazientare: priva di radice e di forza non sopravvive. L’apostolo, infine, parlando della carità, associò ad essa la sopportazione e la pazienza: La carità, disse, è magnanima, la carità è benigna, la carità non invidia, non si vanta, non si irrita, non pensa male, tutto ama, tutto spera, tutto sopporta (1Cor 13,4-5.7). Mostra quindi che essa può perdurare con tenacia, poiché sa sopportare ogni cosa. E in un altro passo disse: sopportandovi a vicenda nell’amore, sforzandovi di conservare l’unità dello spirito nella comunione della pace (Ef 4,30-31). Dimostrò che non può essere conservata né l’unità né la pace, se i fratelli non si sostengono vicendevolmente con reciproca sopportazione e non custodiscono il vincolo della concordia senza l’apporto della pazienza.” (S. Cipriano, La virtù della pazienza, 15)
Senza pazienza non ce la facciamo e su questo punto penso che San Cipriano sia assolutamente veritiero; chi vive in comunità ne fa tante volte esperienza e credo che anche per chi vive in famiglia sia la stessa cosa. Si è connesso la carità alla sopportazione, come possibilità di una tenuta, ma anche come fondamento per la pace. Col 3 15E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. Non puoi fare senza il fratello, non puoi cercare una pace ‘solipsistica’, un’assenza di fastidi; la pace invece è frutto della concordia che paga il prezzo della pazienza, del perdono e di una volontà tenace. Volontà che si fonda sulla volontà di Cristo. A proposito della carità se andate a rileggere la Deus Caritas Est, prima Enciclica di Papa Benedetto XVI, potete approfondire l’argomento in chiave teologica, se poi volete vederne gli effetti etici e tutti i risvolti che hanno a che vedere con la vita, il lavoro, la politica, potete leggete la Caritas in Veritate, sempre di Papa Benedetto XVI.
Tornando al nostro testo, abbiamo subito il rimando a chi può essere l’origine della pace: sempre Lui, Gesù.
Leggiamo ora degli stralci del Messaggio per la LIX Giornata per la Pace, del 1 gennaio 2026, di Papa Leone XIV, utile per attualizzare la Scrittura rispetto a una delle sfide più importanti per l’umanità. Il Papa scrive: “(…) La pace esiste, vuole abitarci, ha il mite potere di illuminare e allargare l’intelligenza, resiste alla violenza e la vince. La pace ha il respiro dell’eterno: mentre al male si grida “basta”, alla pace si sussurra “per sempre”. In questo orizzonte ci ha introdotti il Risorto. In questo presentimento vivono le operatrici e gli operatori di pace che, nel dramma di quella che Papa Francesco ha definito “terza guerra mondiale a pezzi”, ancora resistono alla contaminazione delle tenebre, come sentinelle nella notte. (…) «Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso» (cfr. Agostino d’Ippona, Discorso 357, 3) (…) La pace di Gesù risorto è disarmata, perché disarmata fu la sua lotta, entro precise circostanze storiche, politiche, sociali. Di questa novità i cristiani devono farsi, insieme, profeticamente testimoni, memori delle tragedie di cui troppe volte si sono resi complici. La grande parabola del giudizio universale invita tutti i cristiani ad agire con misericordia in questa consapevolezza (cfr Mt 25,31-46). E nel farlo, essi troveranno al loro fianco fratelli e sorelle che, per vie diverse, hanno saputo ascoltare il dolore altrui e si sono interiormente liberati dall’inganno della violenza. (…) Oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza. Tuttavia, «chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace ». (cfr. Agostino d’Ippona, Discorso 357, 1)”
Vedete quello che dicevo prima, io non posso etichettare qualcuno come dis-graziato, devo pensare che il Signore lo vuole graziato, perciò in qualche modo io devo ‘stargli un po’ avanti’ guardando l’attualità e per quello che spetta a me, cercando di creare o perlomeno di proiettare verso di lui, la possibilità, il fascino e la bellezza di essere diverso, il fatto che ce la può fare ad essere diverso, perché se vuole c’è anche chi lo può aiutare. Se io vedo l’altro solo come un nemico, un demonio, ovviamente lo spersonalizzo, accentuerò solo i suoi elementi negativi, anche giustamente condannabili, ma non farò altro che allontanarlo da me e quindi lo farò sentire ancora più ferito, più chiuso, più violento. È chiaro che questa operazione ci mette a rischio, perché non è che gli altri si convincano facilmente, però l’atteggiamento più giusto da avere è quello, ed è quello perché guardiamo a Cristo, mite Agnello.
Continua ancora nello stesso messaggio Papa Leone XIV:
“Così Sant’Agostino raccomandava di non distruggere i ponti e di non insistere col registro del rimprovero, preferendo la via dell’ascolto e, per quanto possibile, dell’incontro con le ragioni altrui. (…) È questo un servizio fondamentale che le religioni devono rendere all’umanità sofferente, vigilando sul crescente tentativo di trasformare in armi persino i pensieri e le parole. Le grandi tradizioni spirituali, così come il retto uso della ragione, ci fanno andare oltre i legami di sangue o etnici, oltre quelle fratellanze che riconoscono solo chi è simile e respingono chi è diverso. Oggi vediamo come questo non sia scontato. Purtroppo, fa sempre più parte del panorama contemporaneo trascinare le parole della fede nel combattimento politico, benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture. In tutto il mondo è auspicabile che ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono». Oggi più che mai, infatti, occorre mostrare che la pace non è un’utopia, mediante una creatività pastorale attenta e generativa. D’altra parte, ciò non deve distogliere l’attenzione di tutti dall’importanza della dimensione politica.”
Il messaggio di Papa Leone continua, e se lo desiderate potete andarvelo a leggere per conto vostro, è reperibile anche sul sito internet del Vaticano. Però mi preme sottolinearne la grande lucidità, la sintonia con il nostro testo biblico, la capacità di parlare alla nostra attualità.
Continuiamo ad analizzare il cap. 3 di Colossesi. In questo capitolo per ben due volte di seguito compare il richiamo a rendere grazie:
Col 3 15 E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!
Col 3 17 rendendo grazie per mezzo di Gesù a Dio Padre
Nel secondo incontro di Lectio sulla Lettera ai Colossesi, quello del 16 gennaio 2025, avevamo considerato il tema dell’azione di grazie nella lettera, e mi permetto qui di riprendere quanto era già stato esposto sinteticamente:
“L’Azione di grazie è tipica degli esordi delle lettere paoline ma in Colossesi costituisce un filo rosso di tutta la lettera dove compare 5 volte (1,3; 2,7; 3,15.17; 4,2). Nella prima ricorrenza in 1,3 è Paolo a rendere grazie per la testimonianza ricevuta delle virtù teologali che i Colossesi vivono. In 2,7 Paolo riprende l’incoraggiamento a perseverare in tale testimonianza sovrabbondando nell’azione di grazie, prima di mettere in guardia dai pericoli di deviazione che Paolo affronta subito dopo. Nella sezione esortativa dove si sottolineano gli effetti nella vita della grazia battesimale e si invita a rivestirsi di Cristo si richiama a vivere in rendimento di grazie (3,15) e si connota cristologicamente tutto l’agire e lo stesso rendimento di grazie a Dio (3,17). Infine, nelle esortazioni conclusive al termine del corpo della lettera l’autore ritorna ad invitare all’azione di grazie come tratto qualificante della preghiera a cui esorta alla perseveranza e alla vigilanza i Colossesi prima di invitarli all’intercessione (4,3).”
Possa il Signore Gesù concederci questa vita eucaristica, per il dono della comunione con Lui, vivificata dallo Spirito Santo, a gloria di Dio Padre. Amen
Andiamo un po’ avanti, e passiamo ad analizzare un altro piccolo paragrafo. Paolo prima ci ha presentato tutto un guardaroba di abiti che dobbiamo indossare e ci ha detto: “Siete santi, amati, eletti e dovete rivestire l’uomo nuovo, quindi ottenere questo tipo di virtù che vi connotano e che manifestano la vostra vita in Cristo.” Poi però ha aggiunto che dobbiamo mettere in conto anche la pazienza e il perdono per potercela fare, altrimenti ci perdiamo per strada. Ma come si fa a progredire in queste virtù? San Paolo è consapevole che in lui come in noi, c’è il desiderio di fare il bene, ma spesso anche qualcosa che si oppone, fa resistenza, cerca compensazioni e allora dice anche cosa bisogna fare per poter progredire:
Col 3 16 La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza (o, con abbondanza, come diceva la vecchia traduzione del 1974).
In sostanza Paolo ci suggerisce quale sia il combustibile necessario per riscaldare i cuori e illuminare le menti. Perché senza la parola di Cristo rischiamo facilmente di lasciarci avviluppare dalle tenebre, poi come prima cosa ci lamenteremo di quanto è pesante la realtà e non potremo illuminare gli altri. Invece, se vogliamo avere i sentimenti di Cristo, dobbiamo frequentare e nutrirci della sua Parola. Come ha detto anche Papa Leone, oggi come oggi una delle sfide più importanti è quella di stimolare lo spirito critico per poter affrontare le situazioni, consapevoli di tutte le trappole che ci sono, anche proprio nella comunicazione, per non essere schiacciati, non essere manipolati, o esserlo meno possibile. Per questo è estremamente utile cercare di avere un contatto frequente con i testi delle Scritture integrandoli nella preghiera, proprio perché la Parola di Dio ci nutre come fa un buon cibo, un buon pane. Questo però è faticoso e tante volte possiamo essere presi dal demone dell’accidia che ci appesantisce. È vero che le cose buone sono sempre più faticose, per questo infatti ci si deve aiutare vicendevolmente; le cose che buone non sono, tante volte sono attraenti, talora facili, invece quelle buone richiedono sforzo e impegno.
Adesso però vi leggo cosa diceva Nicola Cabasilas, teologo, laico e umanista greco del XIV secolo che, una volta ritiratosi dalla vita attiva alla corte di Costantinopoli, scrisse La vita in Cristo, un testo importantissimo per la tradizione bizantina:
“Non solo il Cristo è più unito a noi dei nostri congiunti per sangue ed anche dei genitori, ma perfino di noi stessi; perciò nulla è più connaturale all’anima che riflette, del pensiero di Cristo. Tanto da poter affermare che pensare al Cristo è l’occupazione propria delle anime battezzate, sia perché ci è familiare e connaturale, sia perché è migliore di tutte e più dolce di qualsiasi cosa ci possa rallegrare. Intendo parlare di coloro che dopo il battesimo non si sono troppo inariditi.” (Nicola Cabasilas, La vita in Cristo, VI, 4)
Nonostante possa essere tutt’altro che scontata per noi questa connaturalità affermata dal Cabasilas, accogliamo la sua affermazione e anche la bonaria sferzata che ci dà, affinché lottiamo contro l’aridità derivante dalla negligenza e possiamo invece essere stimolati dalla testimonianza di chi ha un’esperienza profonda della vita spirituale. Dobbiamo riconoscere che ci sono tanti abiti vecchi da togliersi di dosso e altrettanti nuovi da indossare, (il cosiddetto guardaroba elencato da Paolo, di cui parlavamo in precedenza), prima di poter arrivare a questa consapevolezza.
Ricorderete che il Papa aveva consigliato di leggere il libro di un frate carmelitano, Fra Lorenzo, sulla Risurrezione. Se lo leggerete, vi accorgerete che il suo impegno, anche pratico, è stato proprio quello di rapportarsi continuamente al Signore, vivere alla sua presenza, non fare niente per sé stesso, ma farlo sempre per Lui. Questo principio lui lo applica a tutte le cose. Lui faceva il cuoco in convento, però ogni cosa la faceva con il Signore e la offriva a Lui, in questa maniera si abituava sempre più a stare alla Sua presenza e questa cosa apriva veramente la sua anima e il suo intelletto. San Benedetto, al capitolo VII della sua Regula, prospetta il cammino spirituale come una scala dell’umiltà e il primo gradino, il più ampio e fondamentale, consiste proprio nell’esercizio di vivere costantemente alla presenza di Dio.
Leggiamo anche cosa ci dice il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, in un suo messaggio in occasione di un Convegno su Bibbia e Spiritualità del 16 luglio 2011:
“La Parola di Dio non è soltanto ispiratrice e autorevole. Essa è definitiva e normativa per la vita spirituale, e serve da “lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino (Sal 118[119],105). È una parola viva, cui siamo chiamati a prestare ascolto e obbedienza, cui dobbiamo aderire e conformarci, nella lotta spirituale e nell’esperienza ecclesiale. Sotto questo aspetto il nostro modello è la benedetta Madre di Dio, la quale “custodiva tutte queste cose e le meditava nel suo cuore” (Lc 2,19). Se meditiamo la parola di Dio nella nostra anima, allora potremo “fare tutto quello che egli ci dirà” (Gv 2,5).” (Bartholomeos I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli)
È importante la sottolineatura del valore normativo della Parola di Dio per la vita spirituale, luce in grado di indicare una prospettiva verso cui tendere nelle sfide della vita. Noi cristiani non siamo allo sbando, persi nel dubbio, nell’oscurità, attanagliati dalla paura della morte. Casomai noi possiamo pregare il Signore di tenerci stretti perché possiamo arrivare a Lui e perché ci arrivino anche tutti gli altri. Questo sì che possiamo farlo, perché ognuno di noi sperimenta la propria miseria, la propria fragilità e pensa di non meritare o di non essere pronto a giungere al cospetto del Signore. Del resto, non è neppure previsto che io sia pronto, ma semmai è previsto che Lui mi prepari, infatti decide Lui, non io, quando finisce la mia vita. So benissimo che qui si va a toccare un altro punto delicato. L’approccio evangelico non è fondamentalista, è serio, intenso, ma non toglie il respiro, piuttosto anzi apre l’anima.
Sicuramente in Col 3, 16 c’è una dimensione di richiamo anche all’esperienza ecclesiale:
Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. 17 E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.
Tutto questo, infatti, è ciò che avviene nella liturgia della Chiesa, è tutta la dimensione orante a cui siamo chiamati a partecipare, a gustare, di cui siamo chiamati a nutrirci. Non si tratta di un optional, ma di uno strumento. Attenerci a questo però non ci rende dei bravi cristiani, sono le virtù di cui parlava prima Paolo che ci rendono dei bravi cristiani. Quando, cioè, nella vita si manifestano i frutti dello Spirito, ovviamente significa che abbiamo fatto la strada. Questi sono gli strumenti per fare la strada, e questa strada si fa insieme aiutandoci vicendevolmente.
Concludiamo con 1Cor 10, 31:
Dunque, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio.
In accordo anche con il motto benedettino: Ut in omnibus glorificetur Deus.
Che il Signore ci conceda tutto questo, ci conceda di aiutarci a crescere in Lui, ci conceda anche quella trasformazione del gusto spirituale per mezzo della quale poter capire quello che dice il Cabasilas, e cioè quella connaturalità che ci permetta di gustare meglio le cose che ci fanno bene, piuttosto che quelle che ci impoveriscono, ci chiudono, ci illudono, ci rendono inutili, e che tante volte però ci attirano.
Il Patriarca Bartolomeo faceva un riferimento molto bello alla Madonna, diceva appunto di essere come lei, che meditava le parole del Signore nel suo cuore, così da riuscire a fare quello che egli ci dirà. Affidiamo a lei la nostra preghiera:
Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo Seno Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega che non abbia peccatori, adesso e nel giorno della nostra morte.
Trascrizione a cura di Gaia Francesca Iandelli Obl. OSB