Lectio divina sulla Lettera ai Colossesi: trascrizione del sedicesimo incontro animato il 5 marzo 2026 da dom Stefano
Lectio divina
5 marzo 2026
San Miniato al Monte
Sintesi del XVI Incontro di Lectio Divina
sulla
Lettera ai Colossesi
Preghiera iniziale
Padre Santo ti ringraziamo per il dono della tua Parola che grazie alle Sacre Scritture e alla loro interpretazione nel contesto orante della tua Chiesa ci fa crescere nella conoscenza del mistero che è Cristo tuo Figlio, donaci un’abbondante effusione del tuo Santo Spirito affinché possiamo essere rafforzati nella fede, crescere nella conoscenza e vivere più consapevolmente e radicalmente nella luce del Vangelo per poterlo manifestare ovunque la vita ci porti e in tutte le relazioni in cui siamo coinvolti.
Ti invochiamo in modo speciale in questo tempo in cui la giustizia e la pace sono sempre più violate e la dignità dei tuoi figli calpestate, fa che nella nostra unione col Figlio tuo e nostro capo, possiamo essere portatori di speranza e membra vive del tuo Amore.
Fotografia di Alessandra Pavolini
La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte.
(Papa Francesco, Evangelii Gaudium 46)
Ho messo questa immagine della porta centrale di San Miniato ancora avvolta dai cantieri ma aperta sulla città di Firenze e sul mondo intero, perché nel testo di oggi si parlerà proprio di porta. Ho pensato di corredare questa immagine con una frase di Papa Francesco che esprime una delle prospettive fondamentali del suo magistero e quindi della sua eredità, in cui dice: “La Chiesa in uscita è una Chiesa con le porte aperte.”
Questa prospettiva la ritroviamo anche nel brano della Lettera ai Colossesi che affrontiamo oggi. Siamo ormai giunti all’ultimo capitolo della Lettera, alle esortazioni conclusive, dove in estrema sintesi si riprendono tutti gli argomenti. Procediamo alla lettura.
Esortazioni conclusive (Col 4,2-6)
2Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie.
3Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di
Cristo. Per questo mi trovo in prigione, 4affinché possa farlo conoscere, parlandone
come devo.
5Comportatevi saggiamente con quelli di fuori, cogliendo ogni occasione.
6Il vostro parlare sia sempre gentile, sensato, in modo da saper rispondere a ciascuno
come si deve.
Schema del brano (Col 4, 2-6)
I vv. 2-4 riprendono i grandi temi della lettera
I vv. 5-6 aprono i battezzati al mondo (‘quelli di fuori’)
Pregare con perseveranza e vigilanza
Rendimento di grazie
Intercessione per l’apostolo e i suoi collaboratori perché Dio 1) apra loro la porta della Parola
2) per annunziare il mistero di Cristo
Paolo in prigione a motivo di Cristo 3) per farlo conoscere parlandone
Esortazioni a mantenere un comportamento saggio e attento a cogliere ogni occasione per comunicare la fede
Indicazioni sulla modalità di tale comunicazione attraverso la parola: gentilezza, coerenza logica (parlare sensato), capacità di rispondere a ciascuno.
C’è una sorta di grande inclusione con l’azione di grazie e la preghiera di supplica/intercessione, tra exordium ed esortazioni conclusive, con inversione tra soggetti e destinatari (Paolo, Timoteo e i loro collaboratori, i Colossesi).
Si potrebbe dire che non c’è “Niente di nuovo sotto il sole”, dal momento che questo brano riprende molto sinteticamente tutti i temi della Lettera, perciò prima di procedere ad analizzare quella che retoricamente si chiama ‘perorazione’, facciamo un breve riepilogo del cammino fatto finora.
[All’inizio abbiamo presentato questa Lettera, seguendo una strutturazione in base all’analisi retorica; abbiamo notato che subito dopo i saluti (Col 1,1-2), c’è un esordium (Col 1,3-23) in cui sono presenti il ringraziamento (1,3-8) e la menzione di preghiera di Paolo per i Colossesi (1,9-14); con un’espansione costituita dal cosiddetto inno cristologico (1,15-20). Poi ci siamo soffermati su quel piccolo brano che conclude l’exordium e retoricamente costituisce la cosiddetta partitio (1,21-23), ossia quella parte che enuncia i tre temi principali della Lettera (l’opera di Cristo per la santità dei credenti (vv 21-22), la fedeltà al vangelo ricevuto (v. 23a), la testimonianza del Vangelo vissuto e annunciato da Paolo (v. 23b)).
In seguito, abbiamo visto come questi tre temi venivano affrontati in ordine opposto nel corpo della Lettera (Col 1,24-4,1); per cui l’ultimo tema annunciato nella partitio veniva trattato all’inizio del corpo della Lettera e riportava la testimonianza dell’apostolo Paolo (1,24-2,5) che parlava delle sue sofferenze offerte per la Chiesa dei Colossesi, in modo che la passione di Cristo entrasse nella sua carne a beneficio loro.
Paolo aveva la possibilità di vivere in sé quello che Gesù aveva vissuto nella sua passione, i suoi patimenti, le sue prove, le sue sofferenze e attraverso queste, da una parte poteva entrare in una relazione ancora più profonda e radicale con Gesù, dall’altra parte poteva partecipare alla missione di salvezza. La sofferenza che deve affrontare, – ricordiamo che Paolo nel momento in cui scrive si trova in catene, in prigione –, invece di abbatterlo e risultare una privazione che depotenzia la sua testimonianza e l’efficacia del suo annuncio, riesce a leggerla, ad assumerla e a trasformarla in un dono per gli altri, per i fedeli che gli stanno a cuore. Abbiamo approfondito questo importante punto attraverso l’ausilio di vari contributi che Papa Giovanni Paolo II e poi anche Papa Francesco avevano dato al riguardo.
L’atteggiamento di Paolo non è dolorista e il modo in cui vive la sua vita, unito a Cristo in un rapporto tanto viscerale ed esistenziale, fa sì che proprio le dimensioni più tribolate che si trova a dover attraversare assumano una valenza di bene per quelli a cui lui le destina.
In qualche modo anche i discepoli di Paolo – ricordiamo che la Lettera ai Colossesi potrebbe essere stata scritta dai discepoli di Paolo e non direttamente da lui -, nell’intelligenza del mistero compiuto della vita del loro maestro vedono una configurazione a Cristo, come già lui stesso aveva manifestato nella Lettera ai Filippesi 1,21: Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.
E anche nella Lettera ai Galati, 6,17: Porto nella mia carne le stigmate del Signore.
Ebbene, in questo immedesimarsi della vita del loro maestro a Cristo, loro vedono addirittura la sua possibilità di partecipare al mistero di salvezza. Quindi quella di Paolo è tutt’altro che una semplice sterile sofferenza, – che in sé resta sempre negativa, assurda, non auspicabile per nessuno-, ha invece una connotazione salvifica, in quanto partecipe della croce di Cristo. Questo è il primo tema che è stato svolto.
Poi siamo passati a commentare la sezione centrale, quella destinata a rispondere alle difficoltà della comunità di Colosse, una messa a fuoco sulla portata della verità del Cristo di contro alle filosofie che serpeggiavano nella Chiesa di Colosse e che sono presentate in modo tanto stilizzato e non ben definito, che ancora oggi gli studiosi presentano numerose ipotesi relative alla identificazione della cosiddetta eresia di Colosse, senza arrivare a una soluzione sicura.
Queste potrebbero essere derivate dal diffondersi delle tradizioni giudaiche, se ricordate infatti, nel testo della Lettera abbiamo incontrato il riferimento a non andare dietro alle feste e a tutte quelle pratiche rituali e ascetiche legate un po’ alla tradizione ebraica.
Poi però abbiamo anche visto che sembrava quasi trattarsi di un fenomeno di sincretismo, dove si mescolano tradizioni esoteriche e apocalittiche di origine giudaica (da qui la sottolineatura delle pratiche rituali e ascetiche finalizzate alla ricerca di visioni e del culto degli angeli) e correnti misteriche di origine pagana. L’errore evidenziato consiste nel mettere in secondo piano la mediazione unica di Cristo sminuendone la portata e il valore per tutti, in particolare per tutti i battezzati.
Qualcosa che risponde a delle derive che ci sono ancora oggi (pensiamo alla galassia sincretista del fenomeno della new age) e che sono più o meno quelle contro cui già Paolo lottava, come il pensiero che esistano cristiani di serie A e cristiani di serie B, dove quelli di serie A sono quelli ascetici, che cercano le rivelazioni, che hanno un’esperienza diretta delle cose del Cielo.
Paolo definisce ‘falsa filosofia’, ‘cose solo secondo gli uomini’, l’idea che le prassi ascetiche siano uno strumento tecnico in cui riporre la possibilità di una capacità di conoscere, che abilita ad avere un’esperienza che gli altri non hanno. Per lui le cose non stanno così, ma è il battesimo che fa immergere nella vita di Cristo, è il battesimo che fa entrare l’uomo dentro il mistero di Cristo, e Cristo – speranza della gloria – nell’uomo.
Questo mistero di Cristo, che è la grande notizia di Paolo, non è circoscritto al solo popolo ebraico, ma è aperto a tutti; le persone vi entrano aderendo alla fede, accogliendola, col battesimo, e così diventano Corpo di Cristo, non perché sono speciali o perché fanno pratiche speciali e neanche perché hanno degli attributi in più.
Poi Paolo passa a spiegare come la vita battesimale comporta uno “svestire l’uomo vecchio e un rivestire l’uomo nuovo” e questo è l’argomento della terza sezione del corpo della Lettera (Col 3,1-4,1).
Mentre la parte teologica precedente che abbiamo affrontato l’anno scorso era sicuramente di più grande respiro, questa è sicuramente più faticosa in quanto caratterizzata dall’esortazione a seguire tutta una serie di direttive negative e positive da parte di Paolo, il cui intento è quello di fare in modo che sia la nostra vita il destinatario della nostra esperienza di fede. Per lui non è un cristiano di serie A chi fa pratiche particolari o chi si aggancia a qualche tipo di conoscenza che altri non hanno, ma chi vive del Vangelo, chi accoglie il mistero di Cristo, lo lascia fiorire nella sua vita e lo manifesta nel suo modo di stare nelle relazioni.
Tutte cose che chiaramente sono molto più esigenti e meno eclatanti del riuscire a raggiungere qualche esperienza estatica o qualche grado speciale attraverso l’adozione e la pedissequa osservazione di qualche pratica legata all’alimentazione, al sonno, alla veglia o ad altro.
Paolo stigmatizza tutto questo perché le pratiche non devono servire a farci sentire migliori degli altri; se questo accade si va in una direzione opposta rispetto a quella che il Signore Gesù ha manifestato e che vuole da noi. Cristo non vive in noi in questa maniera ed è proprio per questo motivo che Paolo è deciso nel riprovare questo comportamento. Poi ovviamente Paolo stesso ha praticato i digiuni, le veglie, la preghiera profonda e osserva tutte le varie prassi che fanno parte dell’esperienza della vita dei credenti, ma ha riconosciuto l’esperienza di Cristo e la conoscenza di Lui, frutto di un dono gratuito (pensiamo all’esperienza di Damasco) e non il frutto di pratiche.
L’intento della Lettera ai Colossesi è proprio quello di mettere al centro la mediazione di Cristo e denunciare tutto ciò che può offuscarla.
Nell’ultima appendice del capitolo 3 (3,18-4,1), dopo le varie esortazioni negative (3,5-9)e poi positive (3,12-17), proprio in riferimento alla vita personale abbiamo visto i famosi codici domestici, di aspetto poco presentabile all’odierna sensibilità in quanto risentono fortemente della cultura patriarcale, di cui però credo si sia capito il vero intento, che è appunto quello di esortare a fare in modo che la vita cristiana plasmasse tutte le relazioni fondamentali, a partire da quelle della famiglia, quindi tra mogli e mariti, tra genitori e figli e anche in quella tra schiavi e padroni, – dal momento che nella società di allora era prevista e accettata la condizione di schiavitù -, in sostanza diciamo nell’ambito di tutto ciò che riguardava la vita concreta dentro la società.
Abbiamo visto come ogni prescrizione alla categoria subordinata (mogli, figli, servi) è sempre sottomessa al confronto e alla congruenza con il Signore Gesù; è guardando a Lui e in relazione a Lui che scopriamo la misura e l’atteggiamento conveniente nelle relazioni.
Anche se Paolo e le prime comunità, che sono ancora molto piccole, non hanno, – ahimè! – la pretesa di trasformare le strutture, perché verosimilmente non ci sono le possibilità per farlo, dall’interno però riescono a trasformare le relazioni.
Ricorderete il caso di Onesimo e Filemone di cui Paolo parla nella famosa Lettera a Filemone: lo schiavo Onesimo era scappato da Colosse, dal suo padrone Filemone, ed era andato ad assistere Paolo che era in prigione. Paolo pur beneficiando della presenza e del servizio di Onesimo ha deciso di rimandarlo a Filemone e a tal proposito gli scrive un biglietto per spiegare la motivazione del suo gesto ed avanzare una richiesta a Filemone: “Te lo rimando perché non voglio che sia una forzatura, ma tu possa accoglierlo nuovamente e non più come uno schiavo ma come un fratello.”
Ora, se ricordate nell’esortazione a Colossesi, proprio rivolgendosi ai padroni Paolo aveva detto:
4 1Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo
Vedete ancora una volta come tutte le relazioni vengono trasformate o sono chiamate ad essere trasformate interiormente grazie ad una vita in Cristo.]
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All’inizio della Lettera ai Colossesi, nell’Exordium, subito dopo i saluti Paolo partiva proprio con un rendimento di grazie e una preghiera.
Col 1 3Noi rendiamo grazie a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, continuamente pregando per voi
Come vedete c’è una sorta di grande inclusione fra l’inizio, l’Exordium, e questa esortazione conclusiva.
Col 4 2Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie. 3Pregate anche per noi
La preghiera di rendimento di grazie e quella di supplica e intercessione vengono ad avere in realtà un’inversione di protagonisti e di destinatari: infatti prima è Paolo che prega per i Colossesi, poi Paolo esorta i Colossesi a pregare anche per lui e ugualmente, prima rende grazie per i Colossesi, poi esorta varie volte i Colossesi a rendere grazie.
Questo è abbastanza interessante e utile anche per noi e ci sprona.
Un esercizio quaresimale utile per prepararci alla Pasqua, è proprio quello di esercitarsi la mattina a pregare e rendere grazie. È difficilissimo, perché generalmente la mattina appena svegli magari prima affidiamo al Signore la nostra vita, poi forse andiamo a lavarci i denti e poi però andiamo a vedere o sentire le notizie del giorno per capire cosa succede, se è scoppiata la guerra in una parte o nell’altra del mondo. Soprattutto se poi conosci gente nei vari paesi implicati in un conflitto, a maggior ragione vai a cercare di capire cosa è successo loro e quindi dopo che sei venuto a conoscere le cose orribili che sono accadute o stanno avvenendo ringraziare diventa molto faticoso. Invece Paolo esorta ad avere prima di tutto una vita eucaristica, cioè una vita in rendimento di grazie e in questo non dice qualcosa di diverso da Gesù. Lui prima lo fa e poi lo dice, proprio come Gesù che prima fa e poi dice.
Allora, se Paolo si permette di esortare gli altri a pregare e rendere grazie, è perché lui prima ha praticato e quindi noi per prima cosa siamo chiamati ad esercitarci. Possiamo iniziare ringraziando per la nostra vita, per quella dei nostri cari, perché almeno oggi siamo in salute, perché comunque qui la pace ce l’abbiamo ancora. Ringraziamo per la fede, per il Signore che c’è. Insomma, partiamo da dove ci pare, però piano piano orientiamoci a Lui. Questo modo di pregare è molto semplice, ma trasforma subito, porta subito a concentrarci, e non è ‘pensiero positivo’, non è banalità, è orientamento dello sguardo.
Ricordate cosa dice il Salmo 35, 10: È in te la sorgente della vita, alla tua luce vediamo la luce
Altrimenti se guardiamo subito il buio, poi vediamo solo buio e diventiamo lamentosi.
Poi però Paolo dice anche che lui prega continuamente.
Ricordate quando Gesù insegna ai suoi discepoli come pregare con la preghiera del Padre Nostro: prima ci si rivolge in alto, al cielo, si riprende coscienza di essere figli, perché altrimenti non potremmo dire Padre, e di essere un noi, perché non siamo soli neanche quando ci sentiamo soli, tanto è vero che diciamo Padre nostro e non Padre mio. Poi ci apriamo a Lui e alla sua volontà (come in cielo così in terra) e dopo scendiamo giù, chiedendo di proteggerci dalla fame (dacci oggi il nostro pane quotidiano), chiedendo il perdono per i nostri peccati (rimetti a noi i nostri debiti …) e così via.
Così come il Signore Gesù ha insegnato a pregare e gli Apostoli hanno trasmesso quanto appreso da lui, la Chiesa continua ad insegnarci a pregare, facendoci arrivare a queste fonti importanti. Questo è necessario per affrontare la vita e non semplicemente subirla, per scoprire la nostra dignità e vocazione. Al contempo vivere nel mistero di Cristo permette di essere riorientati e di far nostra la logica del dono.
Nel brano di Papa Francesco che ho messo come sottotitolo alla fotografia, il pontefice parla di una Chiesa in uscita e dice però anche alcune cose molto pratiche e concrete.
EG46 La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada. A volte è come il padre del figlio prodigo, che rimane con le por¬te aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà.
È sempre fondamentale questa dimensione di preparazione del cuore, di orientamento e di ritorno alla sorgente, alla fonte, altrimenti siamo dei cembali vuoti che tintinnano, siamo credenti in teoria ma poi non viviamo dentro la dinamica della relazione con il Signore.
Leggere la lettera ai Colossesi ci può aiutare a riorientare il nostro modo di iniziare la giornata, a riorientare il nostro sguardo, a rimettere la nostra relazione con Cristo al centro sempre, ovunque, comunque e oltre, anche dove fino ad oggi non pensavamo ci fosse Lui (Col 3, 11Cristo è tutto in tutti).
28, 53 Riprendiamo la parte riguardante l’intercessione in Col. 1, 9 Perciò anche noi, dal giorno in cui ne fummo informati, non cessiamo di pregare per voi e di chiedere che abbiate piena conoscenza della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio. 11Resi forti di ogni fortezza secondo la potenza della sua gloria, per essere perseveranti e magnanimi in tutto, 12ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.
Paolo è intercessore per i Colossesi e aggiunge anche il contenuto della sua intercessione: che abbiate piena conoscenza della sua volontà. In questo ci sentiamo molto vicini a Paolo, perché una delle cose più difficili per noi è capire concretamente, nelle scelte, nelle situazioni, negli orientamenti, quale sia la volontà di Dio e spesso preghiamo oltre che per noi anche per coloro che ci sono in qualche modo affidati affinché possano essere illuminati in proposito.
Il termine di paragone è sempre il Signore, infatti non dice perché possiate comportarvi da uomini e donne modello, o in maniera scaltra e furba, ma dice perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore. E a volte comportarsi in maniera degna del Signore può farci sembrare poco furbi, stolti, almeno dal punto di vista mondano.
Anche l’aggiunta per piacergli in tutto è molto bella, perché in una relazione di amore ci si vuole anche piacere. Nonostante la ridondanza dello stile di questa lettera, ci sono delle perle molto stimolanti.
Resi forti di ogni fortezza secondo la potenza della sua gloria, non della vostra gloria ma della sua, cioè del Signore, per essere perseveranti, e questa è un’altra cosa su cui l’apostolo torna spesso.
Oggi si direbbe ‘essere resilienti’, con l’accezione che in psicologia ha questo termine resilienza, con cui ci si riferisce alla capacità di reggere alla fatica, di non cedere allo scoraggiamento, nonostante le sconfitte, di non credere impossibile ciò che è improbabile, quindi allenarsi, crederci, lottare, non darsi per vinti mai. Ovviamente, spesso e volentieri, questo termine lo si trova adottato in ambito sportivo, ma viene usato anche in campo esistenziale soprattutto per indicare le tante persone, uomini e donne, che lottano con i drammi personali della vita e non si danno per vinti. Per esempio, i tanti portatori di handicap che lottano per non essere identificati con il loro handicap e invece poter avere una vita fruttuosa, degna, bella, nonostante le evidenti limitazioni.
Per essere perseveranti e magnanimi in tutto, ringraziate con gioia il Padre che vi ha resi capaci di partecipare alla sorte dei santi nella luce.
Qui il ringraziamento, (l’avevamo già visto quando in un precedente incontro abbiamo commentato questo brano), ha addirittura un orientamento escatologico, cioè il Signore Gesù, preso nella sua interezza, apre addirittura l’orizzonte e quindi allunga, allarga, dilata i confini stessi della vita, va oltre e parla quindi di santi nella gloria.
Abbiamo ritrovato il tema dell’esortazione al ringraziamento anche nel corpo della lettera:
Col 2 6Come dunque avete accolto Cristo Gesù, il Signore, in lui camminate, 7radicati e costruiti su di lui, saldi nella fede come vi è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie.
Questo è molto bello, perché noi siamo quelli che camminano nel Signore, cioè dietro al Signore; i discepoli nel Vangelo sono quelli che fanno la sequela. La lettera ai Colossesi è fantastica per questo, perché non dice ‘camminare dietro al Signore’, ma ‘camminare nel Signore’, un’espressione che esprime una dimensione pervasiva del rapporto col Signore, come si trattasse di una porta aperta dove il Signore passa in noi e noi in Lui, e così noi siamo tanto radicati e costruiti su di lui, saldi nella fede come ci è stato insegnato, sovrabbondando nel rendimento di grazie. Quindi, il legame con Cristo, nella misura in cui ce ne rendiamo conto ha come effetto la capacità di stimolarci a vivere in una dimensione eucaristica, cioè di rendimento di grazie. Tutto questo è tutt’altro che banale ed è tutt’altro che acquisito una volta per tutte.
Perciò, il nostro custodire la Parola nella mente e nel cuore, da una parte è uno sprone, dall’altra è una grande ancora che, (come abbiamo letto anche nella Lettera agli Ebrei) ci permette di non affondare; è un’ancora fissata in cielo, non un’ancora sott’acqua.
Ancora una volta in Col 3, quindi nella parte etica, Paolo diceva:
15cE rendete grazie! 16La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. 17E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.
La struttura della liturgia della Chiesa è proprio fatta così, nasce dall’esperienza delle prime comunità e fin da subito c’è questa dimensione di condivisione della preghiera che ci insegna anche a relazionarci con il Signore, a rapportare tutto a Lui. È un elemento costitutivo e indispensabile. È chiaro che se non vivi una dimensione significativa di preghiera, non solo privi te stesso della fonte, ma anche gli altri di quanto da questa fonte può passare attraverso di te.
Nella misura in cui capisci per esperienza cos’è il dono della preghiera, diventi una persona che si fa carico anche delle situazioni degli altri.
Facciamo un esempio. Cosa possiamo fare noi per la pace nei Paesi devastati dalla guerra? Se ci sentiamo chiamati in qualche contesto specifico e possiamo metterci nelle condizioni di partecipare attivamente nelle organizzazioni civili governative o non governative che operano a livello caritativo, educativo, medico, sociale, politico, diplomatico, bene impegniamoci.
Tenete conto che tante volte lo scegliere è qualcosa che mobilita, che muove anche l’azione dello Spirito, nel senso che quando si è concretamente dentro le situazioni, il Signore ci dà gli strumenti necessari per poterle vivere e affrontarne le sfide con risorse che non pensavamo di avere o di trovare.
Non serve a nulla starsene a casa a parlare e star male per le cose che non ci piacciono. Se poi invece prendiamo atto delle situazioni, ma non sappiamo come intervenire, o magari possiamo fare umanamente poco di concreto, almeno possiamo cercare di evitare certi modelli e seguirne altri, si può agire in altro modo, stimolando e dando qualcosa a chi è in prima linea, ma senz’altro il credente, per quello che dicevamo prima di Paolo, sa che la sua preghiera ha un valore. Ovviamente non per far fare a Dio quello che vogliamo noi, ma per permettere di tenere aperto il canale dell’amore di Dio che passa attraverso la vita. Il Signore non schiaccia, come avete ben visto, non schiaccia mai, propone, chiede alleanza per passare, chiede quei cinque pani e due pesci per moltiplicarli, non chiede che abbiamo tutte le risorse necessarie ma che mettiamo a disposizione tutte quelle che abbiamo, anche se palesemente insufficienti.
La salvezza non si ottiene dall’alto semplicemente, ma passa sempre attraverso questo tipo di mediazioni, magari attraverso una nostra preghiera di intercessione e non solo attraverso l’intercessione di quelle persone che riputiamo di grande fede come i Santi.
Paolo prega e intercede per altri e poi però chiede agli altri di intercedere addirittura per sé, e questo è bellissimo.
Papa Francesco richiamava sempre alla necessità di un sostegno reciproco; anche quando venne a Firenze nel 2015, rivolgendosi ai pastori disse: “Voi dovete stare in mezzo al vostro gregge. Perché se vi trovaste in piedi al centro di un autobus pieno, nonostante le curve, gli altri vi terrebbero in piedi, se invece foste da soli caschereste.”
Il Padre non ha bisogno di molte parole, non dovete convincerlo, ma aprirvi alla comunione con Lui in cui portate un “noi”, e questo vuol dire acquisire anche una coscienza ecclesiale.
Anche a proposito della preghiera perseverante ci sono dei paralleli. Il brano della Lettera ai Colossesi che stiamo affrontando oggi diceva:
Col 4, 2 Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie.
Paolo sa bene che la preghiera rende vigili, cioè permette di leggere dentro la realtà perché mettendoti nella relazione con il Signore leggi la realtà non così come ti viene propinata, ma con alcuni punti di riferimento in più, e a mano a mano che diventi persona di preghiera, lo Spirito Santo lavora in te, quindi sviluppa anche le tue capacità, i tuoi sensi interni, altrimenti non avrebbe senso tutto il cammino della tradizione spirituale della Chiesa e anche fuori dalla Chiesa.
Quindi, da una parte è chiaro che questo impegno ha valore proprio per una maggiore lettura dentro la realtà, ma dall’altra parte, come insegna San Tommaso d’Aquino, noi siamo spesso presi dall’accidia, quella fatica che viene nel fare le cose buone, le cose alte, le cose importanti.
Questa richiesta di perseverare nella preghiera è un tema abbastanza ricorrente nell’epistolario paolino. La lettera sorella, quella agli Efesini, è divisa in sei capitoli e nell’ultimo capitolo leggiamo:
Ef 6 18In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi.
Rispetto alla Lettera ai Colossesi, la Lettera agli Efesini sviluppa molto di più la parte pneumatologica ed ecclesiale e meno quella cristologica.
Il richiamo alla vigilanza dovrebbe essere tenuto maggiormente presente da parte dei cristiani, i quali purtroppo non sempre brillano da questo punto di vista, soprattutto quando si tratta di leggere i segni dei tempi.
Paolo invece esorta ad avere questo tipo di atteggiamento e addirittura anche nel primo scritto del Nuovo Testamento, la prima lettera ai Tessalonicesi, un testo quindi sicuramente di Paolo, scrive:
1Ts 5 16Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
Solo su questo ci sarebbe una letteratura immensa, perché una delle cose più problematiche per i primi cristiani e poi per tutta la tradizione monastica era capire come si doveva fare per adempiere a questo precetto, che è dato già dal Signore Gesù, di pregare sempre, senza stancarsi.
Addirittura, alcuni Padri del deserto facevano pregare i loro discepoli quando loro dovevano per forza dormire. Agostino, da buon dottore della Chiesa e uomo che conosce bene l’umanità, ovviamente non intende questo sempre dal punto di vista temporale, però indubbiamente suggerisce una prassi di frequenti intenzioni rivolte al Signore, anche quando si fanno varie attività, in modo tale da essere comunque sempre nella ricerca della consapevolezza della presenza di Dio. Se leggete la Regola di San Benedetto vedete che il capitolo VII è dedicato all’umiltà e verte tutto sul fatto che il monaco deve esercitarsi a vivere nella consapevolezza di essere sempre alla presenza di Dio, qualsiasi cosa faccia. Benedetto si sofferma a lungo per spiegare questo concetto che è un po’ un elemento base, tutt’altro che facile da realizzare in certi momenti.
Tanto il silenzio che un certo tipo di altre pratiche come la moderazione, la discrezione, la sobrietà, vertono tutti all’obiettivo di poter restare in una dimensione di consapevolezza, di attenzione alla presenza di Dio. Questa attenzione poi si riversa anche in un’attenzione verso il prossimo, in ordine alla capacità di ascolto, di custodire e guidare, e anche sulla modalità con cui esercitiamo la comunicazione.
Qualsiasi testo spirituale di qualsiasi secolo sia un minimo serio e autentico avrà da dirvi qualcosa a riguardo di questa dimensione del coltivare la preghiera, l’ascolto, il silenzio, la custodia del cuore per poter vivere alla presenza di Dio, il quale è sempre presente, ma il problema è che spesso siamo noi a non essere presenti né a noi stessi, nè tantomeno a Lui.
Quindi dobbiamo esercitarci molto, per questo motivo i Padri sono consapevoli del fatto che la preghiera, soprattutto la preghiera pubblica, cioè quella che facciamo insieme, è uno degli esercizi più difficili e anche più contrastati. Da una parte perché è efficace, dall’altra perché è difficile e non si può neanche pregare se non c’è l’aiuto di Dio, infatti la preghiera liturgica inizia sempre con quel versetto tratto dal Salmo 70, 2: O Dio, vieni a salvarmi, Signore, vieni presto in mio aiuto.
La preghiera è relazione con Lui, comunione fra noi che preghiamo e intercessione per tutti, è di grande respiro ed è coscienza sia della nostra fragilità, come anche della nostra grandezza e dignità, sia della nostra solitudine, come del fatto che invece siamo in grande relazione con tutto l’universo, con Dio, con tutta la sua creazione, con tutti gli altri uomini, e questa relazione non è una semplice relazione di destino, ma è una relazione vitale.
Quando nella Lettera ai Romani, al cap. 12 si passa alla parte parenetica, cioè esortativa, si dice la stessa cosa. Rm 12,12 Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera.
Un altro punto significativo di Colossesi, cap. 4, è al versetto successivo.
Col 4 3Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di
Cristo. Per questo mi trovo in prigione, 4affinché possa farlo conoscere, parlandone come devo.
Anche questo versetto fa parte della perorazione conclusiva. Se la prima parte riassumeva un po’ l’esordio e anche gli altri testi, dove si riparlava del rendimento di grazia e della preghiera, qui poi Paolo si rivolge anche all’obiettivo, lui è tutto proteso nel suo ministero di totale servizio a Cristo e di proclamazione del Vangelo.
Cristo descritto come lo ha descritto Paolo in tutto il corpo della lettera, per questo l’inno della lettera ai Colossesi è importante, dove si salda la grande mediazione di Cristo nella creazione a quella nella salvezza che ha realizzato inchiodando il peccato, il documento scritto, il chirografo, sulla croce.
Ma poi, dopo aver parlato in riferimento all’intero cosmo, definisce Cristo come Capo del corpo che è la Chiesa. Colpisce il cambio di proporzioni, perché chiaramente chi siamo noi rispetto al cosmo intero, anche volendo considerare tutta l’umanità intera per tutto il tempo della storia?
Da un punto di vista fisico, siamo come polvere su un puntino sperduto nell’universo.
Certamente, se non ci limitiamo alle dimensioni fisiche, ognuno di noi è capace di infinito, per cui è più grande del cosmo intero, e questo non è solo un modo di dire, perché se andate a leggere il II libro dei Dialoghi scritto da San Gregorio Magno, dove il grande papa ci parla di San Benedetto, potete trovare al capitolo XXXIII:
Mentre i fratelli dormivano, Benedetto prolungò la veglia in attesa della preghiera notturna, e in piedi, vicino alla finestra, pregava. D’un tratto, fissando l’occhio nelle tenebre profonde della notte, scorse una luce scendente dall’alto che fugava la densa oscurità e diffondeva un chiarore così intenso da superare persino la luce del giorno. In questa visione avvenne un fenomeno meraviglioso, che lui stesso poi raccontava: fu posto davanti ai suoi occhi tutto intero il mondo, quasi raccolto sotto un unico raggio di sole.
Gregorio Magno e il diacono Pietro fanno la Lectio Divina e Pietro interroga Gregorio dicendo:
Pietro.- E’ un Miracolo meraviglioso e stupendo! Ma cosa vuol dire che fu presentato davanti agli occhi di lui tutto il mondo, come raccolto in un raggio di sole?
Siccome a me non è successo mai, allora non riesco proprio a immaginare, come possa avvenire che un solo uomo possa vedere l’intero mondo.
Gregorio: Pietro, tieni bene in mente questo che ti dico: all’anima che contempla il Creatore, ogni creatura è ben piccola cosa. Quando essa vede un bagliore del Creatore, per piccolo che sia, esigua gli diventa ogni cosa creata. Per la luce stessa che contempla interiormente, si dilata la capacità dell’intelligenza, e tanto si espande in Dio da ritrovarsi al di sopra del mondo. Anzi l’anima del contemplativo si eleva anche al di sopra di se stessa. Rapita nella luce di Dio, si espande interiormente sopra se stessa e quando sollevata in alto riguarda al di sotto di sé, comprende quanto piccolo sia quel che non aveva potuto contemplare dal basso.
L’uomo di Dio, dunque, che fissava il globo di fuoco e gli angeli che tornavano in cielo, non poteva contemplare queste cose se non nella luce di Dio. Non reca dunque meraviglia se vide raccolto innanzi a sé tutto il mondo, perché, innalzato al cielo nella luce intellettuale, era fuori del creato.
Tutto il mondo si dice raccolto davanti a lui, non perché il cielo e la terra si fossero impiccoliti, ma perché lo spirito del veggente si era dilatato, sicché, rapito in Dio, poté senza difficoltà contemplare quel che si trova al di sotto di Dio.
Ebbene, anche noi siamo chiamati a vivere questa dimensione di mistero, Paolo ne ha così consapevolezza che è il dono che deve comunicare. Ma Paolo non è per nulla presuntuoso e capisce benissimo che la comunicazione del mistero non è opera di tecnica, di energie, di capacità, di possibilità umane, è un dono di Dio e come tale va chiesto nella preghiera.
Paolo si fida del fatto che attraverso la preghiera dei Colossesi, il Signore renda le sue parole, il suo agire, anche il suo stare in prigione comunque efficace.
Questo tema viene poi ulteriormente sviluppato anche nella lettera agli Efesini, anch’essa scritta dalla prigionia.
Ef 6 19E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, 20per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare.
Vedete la parresia cristiana. I cristiani devono pregare perché tutti, tanto i pastori quanto i laici, possano avere coraggio in ogni situazione della vita, ognuno nel proprio ruolo, nel proprio compito.
Per questo la Chiesa si premura di avere sempre persone dedite alla preghiera, infatti quando i monaci, le monache, le suore, emettono i voti perpetui o quando i candidati all’ordine sacro ricevono l’ordinazione diaconale, promettono di recitare sempre la liturgia delle ore, che è la preghiera pubblica della Chiesa che santifica i diversi tempi della giornata, dando gloria a Dio e intercedendo per tutti.
Pensate che madre Teresa di Calcutta, che era una persona infaticabile nell’esercizio attivo della carità verso i poveri, stabilì che un ramo delle sue suore si dedicasse maggiormente alla preghiera in modo da sostenere le altre e poi quando andava negli ospedali chiedeva agli infermi di pregare perché lei e le consorelle potessero portare avanti tutta la missione che il Signore aveva loro affidato.
Questa dimensione di comunione ha come grande effetto quello di rendere effettivo il fatto che nessuno è inutile, né gli anziani, né i malati, né coloro che sono in qualsiasi genere di povertà.
Anche Paolo, nella finale della prima lettera ai Corinzi, dice:
1Cor 16 9Mi si è aperta una porta grande e propizia, e vi sono molti avversari.
Quindi in Paolo è già frequente il tema della porta, o comunque l’idea di un varco, attraverso cui poter portare il Vangelo e ovviamente, spesso e volentieri, questo varco viene avversato.
Nella seconda Lettera ai Corinzi, Paolo scrive:
2Cor 2 12Giunto a Tròade per annunciare il vangelo di Cristo, sebbene nel Signore mi fossero aperte le porte, 13non ebbi pace nel mio spirito perché non vi trovai Tito, mio fratello; perciò, congedatomi da loro, partii per la Macedonia. 14Siano rese grazie a Dio, il quale sempre ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde ovunque per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza!
Paolo non dice il profumo ‘della mia conoscenza’, ma quello ‘della sua conoscenza’, perché il suo vivere è veramente in Cristo, è Lui il senso della sua vita e anche del suo patire.
C’è poi un altro testo che non è paolino ma che mi è piaciuto riportarvi perché presenta ancora il tema della porta, seppur in un cotesto diverso, ma dice qualcosa che ci serve ancora oggi, mi riferisco all’Apocalisse di san Giovanni. Sapete che l’Apocalisse inizia con una grande visione inaugurale dove appunto Giovanni è portato a vedere l’uomo dalle bianche vesti e poi dopo ci sono i capitoli 2 e 3 dove vengono presentate le sette lettere alle sette chiese, ognuna con la medesima struttura.
Talora vengono evidenziati dei problemi specifici e la Chiesa viene rimproverata dal Signore, in altri casi invece non ci sono rimproveri, proprio come per la chiesa di Filadelfia a cui sono rivolte queste parole:
Ap 3 7All’angelo della Chiesa che è a Filadèlfia scrivi: “Così parla il Santo, il Veritiero, Colui che ha la chiave di Davide, quando egli apre nessuno chiude e quando chiude nessuno apre. 8Conosco le tue opere. Ecco, ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, hai però custodito la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. 9Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di Satana, che dicono di essere Giudei, ma mentiscono, perché non lo sono: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. 10Poiché hai custodito il mio invito alla perseveranza, anch’io ti custodirò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. 11Vengo presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona.
È un genere letterario diverso, in cui però ritornano gli stessi temi come si può vedere. Il Signore apre la porta, il varco, perché il Vangelo passi, perché arrivi e a quel punto si è chiamati a custodirlo, a tenerlo, a non rinnegare il Nome, a rimanere uniti a Lui, ad essere perseveranti.
A quel punto il Signore fa addirittura il dono di mandare dei problemi, invia alcuni della sinagoga di Satana. Questo però non vuol dire che il Signore non vuole bene alla sua chiesa o che ella si sia meritata un castigo. Paradossalmente, egli dice che manda alcuni della sinagoga di Satana perché riconoscano che Dio ama la sua chiesa. Il che significa che pur nella fragilità, nella difficoltà, nella piccolezza di questa povera chiesa di Filadelfia, la presenza del Signore che ha aperto la porta che nessuno può chiudere, fa sì che loro siano contagiosi in positivo, cioè abbiano qualcosa che può trasformare addirittura quelli della sinagoga di Satana, che si dicono giudei pur non essendo autenticamente tali.
Però anche questo noi non lo diamo mai per scontato, cioè che anche quando siamo in una situazione di fragilità e di debolezza e non ci sentiamo neanche all’altezza di fare chissà quale apostolato, in realtà tenendoci stretti al Signore, perseverando, diventiamo strumento che irradia. È molto interessante il fatto che qui Cristo dice che tutti quelli della sinagoga di Satana si renderanno conto di quanto Lui ci ama, non dice che tutti si renderanno conto di quanto noi amiamo Lui.
Mi sembra incredibile la potenza con cui risuonano questi testi.
Oltre a Colossesi, Efesini e Filemone, anche la Lettera ai Filippesi è scritta dal carcere.
La chiesa di Filippi allora era ancora piuttosto giovane e l’apostolo manifesta il suo timore che la sua condizione di prigionia potesse scoraggiare i fedeli di Filippi e rendere vano il suo ministero verso di loro. Invece successe esattamente il contrario, perché i Filippesi si dettero talmente da fare che mandarono vari loro membri a dare un aiuto a Paolo e allo stesso tempo gli dettero gli dissero che la chiesa stava crescendo, che la testimonianza era più salda che mai, che non avevano perso nessuno e non si erano affatto scandalizzati per il fatto che Paolo era in prigione proprio per Cristo.
Allora lui nel rispondere disse:
Fil 1 12Desidero che sappiate, fratelli, come le mie vicende si siano volte piuttosto per il progresso del Vangelo, 13al punto che, in tutto il palazzo del pretorio e dovunque, si sa che io sono prigioniero per Cristo. – Paolo infatti non è in prigione per aver compiuto qualche reato, ma oggi diremmo che si trova in carcere in per un reato d’opinione. – 14In tal modo la maggior parte dei fratelli nel Signore, incoraggiati dalle mie catene, ancor più ardiscono annunciare senza timore la Parola.
Quest’ultima cosa è quasi paradossale, perché c’era per tutti il rischio di andare a finire in catene come Paolo e nonostante ciò la maggior parte dei suoi fratelli si sentivano incoraggiati proprio dalle sue catene a continuare ad annunciare la Parola del Signore.
Quale stimolo ci viene da questa testimonianza!
Chiudo con due versetti molto belli, tratti sempre da Efesini
Ef 5 15Fate dunque molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, 16facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi.
E riprendiamo la preghiera di Papa Francesco in Evangelli Gaudium:
EG261 (…) invoco ancora una volta lo Spirito Santo, lo prego che venga a rinnovare, a scuotere, a dare impulso alla Chiesa in un’audace uscita fuori da sé per evangelizzare tutti i popoli.
Signore, compensa tutte le persone che ci hanno seguito fin qui, per la grande disponibilità all’ascolto della Tua parola e rendi appassionata la nostra vita in te nonostante i tempi siano cattivi. Anzi, fa che recuperiamo uniti a te quella fiducia profonda che Paolo ci testimonia, apri in noi quella porta che nessuno può chiudere, e fa che profumiamo di te, perché altri possano incontrarti e riconoscersi fratelli in te.
Questo sembra utopia in certe condizioni, in certe situazioni, però dalla prospettiva di Paolo cos’era più utopico della possibilità che pochi uomini potessero trasformare così tanto intere popolazioni? Eppure, loro sono riusciti a farlo e proprio per questo noi per l’intercessione dell’apostolo Paolo e di tutti i suoi collaboratori, e anche per l’intercessione di Colei che è nostra sorella, testimone di ascolto pieno della tua Parola, chiediamo a te, o Signore, di essere anche noi capaci di perseveranza e di poter essere veramente luce del mondo e sale della terra.
Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te, tu sei benedetta fra le donne e benedetto il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen
Prega per tutte le situazioni così pericolose e gravi che ci sono adesso nel mondo, fa che veramente testimoni della luce possano essere luogo dove coloro che seguono le logiche del divisore, possano scoprire quanto tu ci ami ed essere attratti dal tuo amore.
Per Cristo nostro unico Signore. Amen
In appendice aggiungo un breve riferimento al versetto 6 ultimo del brano di oggi:
Col 4 6Il vostro parlare sia sempre gentile, sensato, in modo da saper rispondere a ciascuno
come si deve.
Con il suo parallelo più diretto:
Ef 4 29Nessuna parola cattiva esca dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per l’opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano.
Ef 4 31Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze… Siate invece benevoli gli uni verso gli altri”.
Ricordiamo nella sezione delle esortazioni negative nella parte etica della lettera avevamo letto:
Col 3 8Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca.
Questa attenzione non solo al contenuto ma anche allo stile della comunicazione è un problema molto sentito ai nostri tempi e fatto proprio più volte da Papa Leone XIV, come esempio riporto un recente brano del messaggio per la Quaresima 2026, recentemente pubblicato:
Papa Leone XIV, dal Messaggio per la Quaresima 2026
Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.
Trascrizione a cura di Gaia Francesca Iandelli, Obl.OSB