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«Giorgio La Pira, profeta di pace». Intervento del padre abate Bernardo al Salone Internazionale del Libro il 13 maggio 2024 a Torino

Meditazioni

«Per indossare l’armatura oggi ho impiegato due ore, / la battaglia invece è durata pochi minuti, / per togliermela ho impiegato tutto il pomeriggio, / domani non me la tolgo, / vado a dormire tutto vestito / come in una bara di ferro». I lucidi e angoscianti versi di Claudio Damiani posso essere l’ideale inizio per una riflessione che aggiunga al tragico e tuttavia necessario bollettino di guerra di questi orrendi giorni, un respiro, una sosta, una riflessione. Non certo per evadere dalla storia, al contrario per essere aiutati a leggerla senza cedere alla tentazione di ritenere la conflittualità armata ineluttabile male cui soggiacere con fatalistica rassegnazione al massimo preoccupandomi o meglio illudendomi di una mia individualistica sopravvivenza andando a dormire tutto vestito «come in una bara di ferro». A tale disperazione la tradizione biblica e mistica si oppone con una specialissima lettura critica ed sovversiva della storia che si chiama profezia, ovvero la disponibilità a fare del proprio corpo nudo, indifeso e disarmato la cassa di risonanza (possibilmente universale) di una parola scomoda e indisponente per la sua capacità di smascherare e lacerare convenzioni, compromessi e gli artifici più vari messi in atto per impedire che il futuro promesso dall’amore di Dio porti con sé i germi di un cambiamento radicale. Profezia dunque come inesausta e sofferta dialettica innescata dalla miccia di una speranza che, nutrita (per singolare paradosso) dalla fame e dalla sete di giustizia, sa prospettare come preferibile e costruttivo processo di qualificazione della storia la pur faticosa e mai scontata disponibilità ad anteporre il bene comune a qualsiasi altro interesse, mediante un’adesione la più corale possibile in grado di avviarci alla consapevolezza di appartenere ad una comunità di comunità molto più ampia dei nostri angusti e limitanti confini. Da tale “metodo”, con cui decifrare e patire la storia, era stata segnata la vicenda umana e politica di Giorgio La Pira, padre costituente e sindaco di Firenze, indimenticabile testimone di quel Vangelo accogliendo radicalmente il quale il cristiano non può non diventare «l’uomo che lavora per la vita», come sapientemente indicava Tertulliano molti secoli fa. Un lavoro per la vita, anzi un travaglio per la vita che presuppone un cambiamento di mentalità e di cultura, una lucida consapevolezza antropologica e nello stesso tempo, contro ogni disincanto della ragione, la disponibilità ad accogliere a proprie spese la gestazione di un domani che, fecondato dalla ragionevolezza della speranza, trasformi l’utopia in eutopia contro la presente e dilagante distopia. Il grande pensatore italotedesco Romano Guardini, in una riflessione del 1948, dunque nell’immediato dopoguerra, notava che: «La civiltà moderna è in sé stessa, in una misura sempre crescente, una guerra, una guerra tra la forza dell’uomo e la sua vita. La guerra moderna ce lo prova. A questa guerra dobbiamo opporre lo sforzo verso la pace assoluta. La pace assoluta è il giusto rapporto fra la potenza dell’uomo e la sua vita». La modernità, e non di meno la contemporaneità, pur arricchite dal fondamentale e ineludibile patrimonio della riflessione sui diritti e sui doveri, non paiono essere riuscite a divaricare la perversa connessione fra potenza e distruzione in una prassi che fa del nazionalismo unilaterale e belligerante l’espressione politica ed economica di una ideologia di morte per la sua convinta indisponibilità all’arte del disarmo, del dialogo, della concertazione, della reciprocità, dell’accoglienza, dell’inclusività e direi, in una parola, della pace. Giorgio La Pira, sollecitato, anzi scomodato dal pungolo della Parola di Dio arriva a ravvisare in tutto il processo storico un fermento pasquale di incontenibile e inarrestabile affermazione, capace di ribaltare la prospettiva tradizionale che vorrebbe il passato modello del nostro presente, quando invece questo dovrà lasciarsi plasmare dal futuro e dalla novità di bellezza, di pace e di giustizia che il profeta indica come reale e praticabile con audacia visionaria e insonne passione: «Se Cristo è risorto –come è risorto- e se gli uomini, perciò, e le cose risorgeranno, allora la realtà presente (temporale) è veramente un abbozzo della realtà futura (eterna). La realtà futura –cioè la persona umana risorta, la società umana risorta (la celeste Gerusalemme), il cosmo risorto (nuovi cieli e nuove terre)- è il modello sul quale va modellata la realtà presente: il tempo deve divenire ciò che esso è per essenza e per destinazione, una preparazione ed un abbozzo dell’eterno. Non siamo qui nell’ordine delle cose fantastiche: siamo nell’ordine delle cose reali, e questa realtà è autenticata e manifestata dalla realtà del corpo glorioso di Cristo risorto (e di Maria Assunta)». Da questo ribaltamento, tutt’altro che scontato nel cuore e nell’intelligenza di un preparatissimo docente di diritto romano, consegue una sistematica attitudine ad interpretare la crisi e le crisi come travaglio che nessuna cinica e calcolata disperazione potrà mai sfruttare per mortificare o svilire la dignità della vita e le sue esigenze di pace, di libertà e di giustizia: «Forse che l’autunno o l’inverno non sono i misteriosi laboratori in cui si prepara la primavera e l’estate? Così nei gravi periodi di crisi e di trapasso: quando tutto sembra crollare, tutto è ancora magnificamente valido; sotto la superficie della materia informe c’è la salda struttura ideale di una rinascita che ha nella città di Dio il suo modello di bellezza e di luce. Cristo ieri, oggi, sempre. Ecco il mistero del nostro tempo: c’è una primavera che si prepara in questo inverno apparente. La bellezza della città di Dio, i suoi splendori di purità, di luce, di pace, sono l’alba che viene formandosi nel segreto e nel silenzio». Tale mistica intimità, peraltro testimoniata dalla intensa e appartata vita spirituale di La Pira, non significava, è bene ridirlo, spiritualizzazione astratta e metastorica della necessaria prassi politica cui, al contrario, egli destinava l’esito della sua indole contemplativa. Non a caso in innumerevoli occasioni egli non mancava di precisare che tali prospettive non erano affatto sogni illusori o disincarnata poesia, bensì oggettiva esigenza ed obbligante ispirazione che avrebbero determinato il suo agire politico. Ne è prova una bellissima risoluzione che egli condivide con la badessa di un monastero fiorentino alla vigilia della sua prima candidatura a sindaco nei difficilissimi anni della guerra fredda: «Cosa deve dare il sindaco di Firenze (cristiana) se vuole operare in conformità alla missione cristiana della città di cui è capo? Cosa deve fare? Ecco: rilanciare da questa “terrazza della civiltà cristiana”, in tutte le direzioni del mondo, le speranze più alte della grazia e della civiltà! Speranze di pace, speranze civili, speranze di Dio e speranze dell’uomo! […] La crisi di popoli sta nel pericolo tremendo di una nuova guerra scardinatrice di ogni città e di ogni nazione? Ebbene: siano i popoli “convocati” -per così dire- in questa città della pace […] e da essa parta un messaggio sempre rinnovato di pace e di speranza». Le stesse accorate risposte che hanno riversato lo scorso 23 ottobre la cittadinanza su ponti, strade e piazze di Firenze verso San Miniato al Monte per affermare, assieme al rabbino e all’imam della città, la nostra corale e convinta avversione alla guerra e alla sua nefasta ideologia di morte e di violenza.

Bernardo Gianni, abate di San Miniato al Monte

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