Omelie

«Àlzati, Colombano, rivestiti di luce, perché viene la tua luce!». Omelia del padre abate Bernardo per le esequie del nostro fratello Dom. Colombano Maria

2 Gennaio 2026 – Basilica di San Miniato al Monte
Esequie di Dom Colombano Maria
Liturgia eucaristica presieduta dall’Abate Bernardo

Prima lettura

Dal libro del profeta Isaìa (60,1-6)

Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.
Allora guarderai e sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,
verrà a te la ricchezza delle genti.
Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Màdian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso
e proclamando le glorie del Signore.
Seconda lettura
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 3,1-2.21-24)

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre
per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per
questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto
lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo
non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli
si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo
vedremo così come egli è.
Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla,
abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la
riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e
facciamo quello che gli è gradito.
Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del
Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il
precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti
rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli
rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.

Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2, 41-52)

I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

OMELIA
Carissimo e reverendissimo Padre Vescovo Don Gianni, carissimo e reverendissimo Padre Abate Generale Dom Diego, carissimi confratelli nel presbiterato, carissimi confratelli monaci di San Miniato e della nostra casa madre di Monte Oliveto Maggiore, cari oblate, cari oblati, cari fedeli tutti.
In molti di noi è vivissimo nel cuore il ricordo del nostro Colombano sdraiato come ora, davanti a questo altare, un anno fa, nella solennità della Epifania, il grande momento non soltanto auto-rivelativo del mistero di amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ma, come ci insegna San Basilio, il momento in cui, svegliandoci davanti a quell’infante, acquisiamo piena consapevolezza di quella eccedenza divina inscritta nella nostra pur fragile corporeità, nelle nostre intricate complessità psicologiche e soprattutto in quella limpida e libera vita pneumatologica, vita dello Spirito e nello Spirito cui ha prestato obbedienza, un anno fa in modo tutto speciale e definitivo, il nostro amatissimo Colombano.
E certamente ha rimbombato forte, fortissima, la voce del Padre Celeste, non si era accontentato, potremmo pensare così, di quella sua arresa di un anno fa, e gli ha chiesto di consegnarsi ancora con più generosità, con più totalità e, conoscendo il nostro Colombano, da una quotidianità concreta, gloriosa e spicciola di obbedienza, di prossimità, di generosità e di gratuità, non avrà detto altro di quello che noi, qui a San Miniato, come certamente voi prima a Monte Oliveto e prima ancora voi, cari fratelli presbiteri della Chiesa piacentina e non solo, gli avrete sentito dire chissà quante volte, con semplicità: “Eccomi. Ci sono. Va bene”, con la sua cadenza, per noi toscani, così gentile e musicale, la cadenza emiliana che arricchiva di garbo la sua persona, la sua gentilezza, la sua accoglienza, il suo sorriso.
Ma attenzione, il Padre Celeste non ha lasciato disteso il nostro Colombano, anche se in tanti istanti di sgomento che, da qualche giorno, abitano inevitabilmente le tenebre del nostro cuore, siamo tentati di pensarlo, come se, lasciatemi usare l’espressione, il replay dell’anno scorso avesse questo esito oscuro, indecifrabile, caotico, irragionevole e, come si dice oggi, irricevibile; per questo era molto importante che in questa divina liturgia risuonasse (perché adesso ha la sua pienezza) la parola del profeta Isaia rivolta certamente a Gerusalemme, rivolta certamente alla Chiesa che oggi si riconosce nella bellezza, nella gratuità, nel dono, nel mistero dell’esistenza di Dom Colombano, ma anche, lasciatemelo dire, nella vostra (popolo di Dio) gratitudine, nella vostra ammirazione, nella vostra riconoscenza a Dom Colombano. Ci sentiamo, così, noi investiti da una luce tutta speciale, dentro la quale risuona sul Tabor fiorentino che è San Miniato al Monte, l’invito che il Padre gli ha rivolto: “Alzati Colombano, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli, ma su di te risplende il Signore e la sua gloria appare su di te”.
Dico forte queste parole anzitutto a coloro che hanno immediatamente soccorso il nostro Colombano, lo dico con particolare affetto di padre, senza escludere nessuno, senza classificare nessuno, ma anzitutto non posso che dire grazie a D
Dom Benedetto, senza volerlo, ma obbedendo si è reso inconsapevolmente la porta del cielo, la soglia di questo monastero, offrendosi immediatamente al soccorso, invano, ormai, fisicamente parlando, del tutto inutile, ma il segno conta e fa capire, cari fratelli e sorelle, cosa sia, nonostante le sue miserie e le fragilità, la Chiesa e, in particolare, la vita monastica, un’avventura di amore, un tentativo di vigilanza, una sollecitudine profetica che il nostro Padre Santo Benedetto indica a tutti noi, decidendo di morire in piedi, circondato dai suoi fratelli, e questo è stato possibile perché, anche se il nostro Colombano era sdraiato, con Benedetto accanto, egli, possiamo senz’altro dire, sia morto in piedi, soccorso da tante altre persone di carità presenti in questa Basilica, e se non lo sono, altre saranno raggiunte dalla nostra gratitudine e riconoscenza. In quel corpo esanime e sdraiato, fisicamente soltanto, a terra, eccome se rimbombava questa parola del Padre: “Alzati Colombano, ormai le tenebre del vespro di questa nostra storia, così contraddittoria, per te si diradano ed accedi a quella pienezza che hai tanto cercato, per avere familiarità con i miei misteri. Tu, Colombano amatissimo, non ti sei sperso nel tempio di Gerusalemme, non avevi questa presunzione.
La tua semplicità, la tua umiltà ti facevano perdere, semmai, in quelli che erano i tuoi meravigliosi templi di Gerusalemme, i tuoi presepi, lì dentro ti sei perso, questo di quest’anno, cari fratelli e sorelle, come abbiamo ammirato e detto fin da quando, la sera del 18 di dicembre, lo abbiamo con semplicità inaugurato, con tanto incenso, tante candeline, gratitudine, amore, era il presepe in cui Colombano superava se stesso, ma attenzione, già era a pensare un presepe nuovo, ancora più complesso, ancora più articolato, una urbanistica, della Natività che non poteva e non doveva escludere la presenza di San Minato al Monte, questa era la sfida. Noi siamo rimasti molto male, perché nessuno di noi sarà in grado di fare quello che già allora, sono certo, Colombano, nella sua portentosa fantasia, certamente aveva già escogitato. E tuttavia ci vogliamo consolare, perché rasserena il nostro cuore immaginarti sperso nei meandri di quel bellissimo presepe di colline, di montagnole, di fiumiciattoli, di case, casette, strade, stradine, personaggi, fino ad arrivare alla santa capanna, dove però i santi genitori si sono fatti carico di un rimprovero che anche noi, così feriti dalla tua morte, così sgomenti da tutto quello che hai vissuto in quegli ultimi istanti, ci siamo domandati e ti domandiamo: “Ma dove sei finito, Colombano? Dove sei finito? Noi, angosciati, ti cerchiamo, perché abbiamo bisogno di te, ha bisogno di te tutto questo popolo di Dio, che la domenica mattina ti sapeva trovare, avvolto nel tuo tabarro nero, con una parola semplice, concreta, evangelica ed efficace; come ha detto una sua figlia spirituale, il nostro Dom Colombano era la “connessione col quotidiano”: espressione bellissima! Una connessione col quotidiano che riversava (attenzione!) una sapienza che era anche la ricchezza delle sue molteplici esperienze ecclesiali e missionarie, le conoscete tutte molto meglio di me, sia ben chiaro, ma credo sia importante evocarne qualcuna, se non altro come cantico di riconoscenza del Signore, per dove ha condotto questo nostro fratello, anzitutto in strade, paesi, borghi della sua amatissima diocesi di Piacenza-Bobbio, e geniale stata l’intuizione del nostro Abate Generale di chiamarlo col nome del santo che lì ha trovato il coronamento della sua esistenza: un nome profondo, severo, altisonante, ma anche leggero, cosicché noi, per dare ali a questo nostro fratello, leggermente sovrappeso, lo chiamavamo e lo chiameremo ancora “Combi”, un modo familiare, per dare snellezza ad un nome altrimenti austero, che tuttavia corrisponde al suo legame con quella Chiesa, con quella terra.
Grazie, Vescovo Gianni, di essere con noi, grazie cari fratelli da lui amati, oggetto di preghiera, di sollecitudine, di cura, nessuno escluso, con tanto amore, tanta passione, alle volte (perché negarlo?) qualche amarezza, ma sempre, sempre, condita da un senso di comunione fortissima che riversava, a sua volta, sulla nostra comunità, sul nostro essere il suo nuovo approdo ecclesiale, dove è arrivato attraverso percorsi missionari che l’hanno condotto anche nella lontanissima isola del Madagascar, dove ha condiviso con qualcuno di voi un’esperienza tipica del nostro amatissimo Colombano: la voglio dire con un’espressione molto forte, ma necessaria, di un vescovo del Medioevo, Marbodo di Rennes: “Trasformare lo strame in amen”, cioè trasformare i nostri escrementi, la nostra umanità più bassa, nell’amen con cui obbediamo all’amore del Padre, riscattando e liberando le nostre fragilità, le nostre debolezze, i nostri limiti, quelle disabilità, quelle povertà che erano la passione quotidiana, profonda, nello stesso tempo disinteressata, senza tornaconto del nostro Colombano. Un disinteresse arricchito di sapienza spirituale, colta come un’ape, attingendo anzitutto il grande patrimonio carmelitano.
Sono certo che siano in preghiera con noi le sue amatissime sorelle del Carmelo di Piacenza. Quanto ce ne ha parlato! Forse troppo. Alle volte non sapevamo se avevamo una spia carmelitana in mezzo a loro.
E siamo grati che siano con noi le carmelitane della Bettina, perché ci fanno sentire questa vicinanza tra colline e colline, Monte Oliveto e il Carmelo, questa orografia della grazia che il nostro Colombano trascriveva nei suoi presepi. E poi l’esperienza vincenziana del suo amatissimo collegio. Devo confessarvi, cari fratelli e sorelle, che non ho mai visto un letto fatto bene come quello di Colombano. Lo potevi trovare stanco, disorientato, nervoso, come è semplicemente umano essere nella quotidianità della vita, ma il suo letto, paragonabile alle geometrie romaniche di San Miniato: “Ma dove hai imparato?”. “Al collegio era così!”. Non vi faccio vedere il mio letto perché è esattamente il contrario!
E ancora, cari fratelli e sorelle, l’esperienza di prossimità ai giovani, questa familiarità con don Bosco, con questa sua attenzione per le nuove generazioni, accolta anche qui a San Miniato, bene lo sa qualcuno fra di noi, con un sorriso, con una parola, con una sapienza, senza sconti, ma nello stesso tempo capace di rilanciare, memore, come ci insegna Gaudium et Spes, che il futuro appartiene a coloro che sanno trasmettere ragioni di vita e di speranza alle nuove generazioni. E poi il grande riferimento dell’assolutamente assoluto, anzitutto sperimentato sulla montagna di Tamier, raggiunta con la disinvoltura tipica del camminatore scout, l’altro grande versante della sua spiritualità, del suo impegno, della sua inquietudine, del suo essere un perenne ragazzone, di una primavera da celebrare intorno a dei falò, a dei tanti, con camminate interminabili, che gli hanno fatto guadagnare quella abbazia in Savoia dove ha iniziato a sperimentare, credo in modo più profondo ed incisivo, il grande richiamo fascinoso della vita benedettina, questa vita forse non soltanto apparentemente, ma oggettivamente inutile, e forse proprio per questo segno di quello scialo di gratuità per il quale vengono unti e riunti i piedi del nostro Salvatore, in quella dinamica che ci fa comprendere, cari fratelli e sorelle, che senza custodire passione per l’eccedenza, finiamo per diventare ragionieri e funzionari, operatori e meccanici di quelle dinamiche dello Spirito che hanno la piena libertà di convocarci dove il Padre vuole, anche se il mondo non capisce e non intende.
Questo coraggio Colombano l’ha avuto, mal compreso, forse talvolta anche oggetto di una qualche ironia, forse anche mia, forse anche nostra, volendoci disinvoltamente riconoscere sempre la scorza parrocchiale del nostro Colombano, come un’ipoteca al suo diventare vero monaco. Cari fratelli e sorelle, in questi giorni siamo stati solennemente smentiti, almeno io solennemente smentito; ho capito che la sua parola, il suo ascolto, la sua sapienza, la sua accoglienza l’hanno reso un vero, verissimo monaco, incomparabile per carità, e sono veramente felice, ed è apparso come un sigillo di grande consolazione, che egli abbia speso le sue ultime ore in mezzo a questi meravigliose suore, anzi monache, cistercensi eritree, dove ha ritrovato la sua amatissima Africa, orizzonte di missione, ma anche la passione per il monachesimo, espresso anche, accanto alla nostra liturgia latina, con quei canti con i quali vorrei tanto che terminasse questa celebrazione, così come è terminata la sua vita, in una liturgia in mezzo a quell’espressione di Chiesa femminile, tanto preziosa e tanto servita dal nostro Colombano, facendosi quasi prendere in giro per uno zelo, una competenza, una conoscenza, un’attenzione, cari fratelli e sorelle, che mancheranno tantissimo alla nostra comunità, alla Chiesa che è in Firenze e a queste comunità religiose tutte e, in particolare, a queste monache cistercensi, ma anche la comunità di Via dei Serragli, altre ancora, e tutte quelle che egli avrebbe senz’altro servito con amore se solo la Provvidenza gli avesse dato modo di operare ancora questo insonne servizio di carità. Cari fratelli e sorelle, amo molto una poesia di Salvatore Quasimodo, la voglio leggere perché ci introduce in quello spazio di mistero dove il nostro amato Colombano si è perso apparentemente, in realtà si è nascosto per lasciarsi trovare dal Padre.

Natale.
Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Cari fratelli e sorelle, i monaci di San Miniato al Monte e tutti noi non dimenticheremo mai questo Natale. Il Signore Gesù si è degnato di nascere nella morte del nostro Colombano, trasformando il suo corpo, il suo tempio, da ricostruirsi misteriosamente in tre giorni, in quel presepe vivo e vivente, dove lui si è celato per incontrare il Padre, alzarsi al grido della sua parola pasquale e in piena obbedienza alla libertà dello Spirito. Cari fratelli e sorelle, a noi resta un compito assolutamente necessario che il nostro Colombano consegna, in modo particolare a noi monaci benedettini, uomini dell’ascolto: ascoltare il pianto del bambino che morirà poi in croce fra due ladri, e ancora, ascoltando quel pianto, come ci invita più volte Papa Leone, disarmare il nostro cuore, fermare l’oscenità della guerra (“il fratello si scaglia sul fratello”) e venti secoli dopo e un giorno dopo, con l’aiuto e l’esempio di Colombano, diventare sempre più, in Cristo, uomini e donne di pace e di perdono. Amen!

La trascrizione si deve a Stefania Ruggiero, OSB Obl.

La foto è di Cristiana Maffei e ritrae un momento della professione monastica solenne del nostro Dom Colombano Maria avvenuta il 6 gennaio 2025, nella Solennità dell’Epifania

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