«Io vidi la speranza de’ beati»: trascrizione della settima meditazione dantesca proposta il 26 marzo 2026 da dom Placido

«Io vidi la speranza de’ beati»: trascrizione della settima meditazione dantesca proposta il 26 marzo 2026 da dom Placido

Meditazioni

A NAZARETTE, LÀ DOVE GABRÏELLO APERSE L’ALI
L’Annunciazione del Signore: alle sorgenti della salvezza
San Miniato al Monte, 26 marzo 2026

Stasera facciamo un’eccezione al nostro percorso “infernale” perché la solennità di ieri è stata troppo importante per noi monaci, a motivo della professione di dom Gabriele, ma anche per Dante, perché per Dante fiorentino il 25 marzo era il Capodanno, solennità civile oltre che religiosa.
Come vedremo, il mistero dell’Incarnazione che sigilla l’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria è per Dante il principio della salvezza ed è anche il principio da cui ha origine il Paradiso che descriverà come una “rosa” dei beati. Cercheremo di ricostruire il mistero dell’Incarnazione attraverso gli sguardi, le pennellate che Dante ci offre presentandoci l’angelo Gabriele e la Vergine Maria. Il titolo è proprio una citazione di Dante: a Nazarette, là dove Gabriello aperse l’ali.
Cominciamo a vedere due passi in cui l’Annunciazione diventa la sorgente della salvezza nel tempo e nella fede. Nel tempo: è a partire da quell’Ave dell’angelo Gabriele che ha inizio la nuova creazione e dunque ha inizio il “nuovo” tempo. Dante nel Paradiso incontra un suo santo antenato, Cacciaguida, il quale descrive l’anno della sua nascita attraverso una lunga e complessa metafora temporale che ha il suo inizio proprio dall’Ave dell’Angelo Gabriele.

nel tempo…
Come s’avviva a lo spirar d’i venti
carbone in fiamma, così vid’ io quella
luce risplendere a’ miei blandimenti;
e come a li occhi miei si fé più bella,
così con voce più dolce e soave,
ma non con questa moderna favella,
dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’
al parto in che mia madre, ch’è or santa,
s’allevïò di me ond’ era grave,
al suo Leon cinquecento cinquanta
e trenta fiate venne questo foco
a rinfiammarsi sotto la sua pianta.
Li antichi miei e io nacqui nel loco
dove si truova pria l’ultimo sesto
da quei che corre il vostro annüal gioco.
Par XVI 28-42

Cacciaguida misura quell’arco di tempo che separa l’Ave dell’angelo Gabriele dal momento in cui fu partorito dal grembo di sua madre proprio con questi tre versi, facendo anche una traslitterazione di quello che è stato il mistero del concepimento di Maria con il concepimento e il parto della propria madre, che pure si chiamava Maria e anche lei è santa. Quindi Dante, in qualche modo, vive nella propria generazione, nei propri antenati, il mistero riproposto di questa salvezza che ogni parto sigilla come la conferma di una salvezza che nella vita delle nostre generazioni è un preludio alla vita nuova in Cristo. Sarebbe bello anche approfondire il resto di questa complessa metafora temporale in cui Cacciaguida, invece di misurare il tempo in riferimento all’anno di 365 giorni, dice che in questo tempo il Sole toccò la costellazione del Leone per “cinquecento cinquanta e trenta” volte.
Si divertiva Dante a “giocare” con numeri, lo sappiamo: c’è un’allegoria teologica importante perché Dante ricerca metafore astronomiche complesse per andare a ricercare là dove si ripetono dei numeri teologici. Il cinque e il tre sono numeri che alludono al mistero di Dio: tre alla Trinità, cinque a Cristo perché cinque sono le sue piaghe. Dante sviluppa questa metafora astronomica per mostrare che il tempo fu sigillato dal cinque e dal tre, ossia da Cristo: cinquecento cinquanta e trenta volte.
Ma, andando avanti, l’Annunciazione è anche il principio della salvezza nella fede: se noi dovessimo discutere da dove abbia inizio la salvezza nella storia, Dante ci direbbe: proprio da Nazareth, là dove Gabriello aperse l’ali.

nella fede..
La tua città, che di colui è pianta
che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la ‘nvidia tanto pianta,
produce e spande il maladetto fiore
c’ha disvïate le pecore e li agni,
però che fatto ha lupo del pastore.
Per questo l’Evangelio e i dottor magni
son derelitti, e solo ai Decretali
si studia, sì che pare a’ lor vivagni.
A questo intende il papa e ‘ cardinali;
non vanno i lor pensieri a Nazarette,
là dove Gabrïello aperse l’ali.
(Par IX, 127-138)

Dante lo afferma in questo passo polemico, in cui condanna l’avidità – il fiorino – che fatto ha lupo del pastore: quelli che dovevano essere i pastori della Chiesa sono diventati dei lupi e anche l’Evangelio e i grandi dottori della Chiesa sono abbandonati. I papi e i cardinali sono tutti presi a studiare il diritto ecclesiastico e non vanno i loro pensieri a Nazarethe là dove Gabriello aperse l’ali. Dante vuole purificare quelle che sono delle pratiche ecclesiali affinché anche noi come Chiesa ritorniamo al cuore della nostra fede, a contemplare questo mistero di gratuità dell’amore di Dio e di Maria.
La prima rappresentazione che Dante ci offre dell’Annunciazione è una rappresentazione veramente plastica perché ci troviamo nel Purgatorio in quel medesimo girone dove abbiamo descritto la nostra San Miniato nel primo incontro. Dante si trova nel girone dei superbi, dove i penitenti sono invitati a contemplare delle raffigurazioni di umiltà che vengono rappresentate scolpite sulla roccia. Il primo esempio di scultura che Dante contempla è proprio l’Annunciazione:

Là sù non eran mossi i piè nostri anco,
quand’ io conobbi quella ripa intorno
che dritto di salita aveva manco,
esser di marmo candido e addorno
d’intagli sì, che non pur Policleto,
ma la natura lì avrebbe scorno. (Purg.X, 28-33)

Ecco, Dante immagina che ai piedi della riva, dove la pendenza è più lieve, siano raffigurati dei bassorilievi come delle pedane e nota che il marmo candido e addorno d’intagli era di una tale bellezza che non solo il grande scultore greco Policleto, ma la stessa natura sarebbe stata sconfitta da tanta bellezza. Questo perché, lo dirà più avanti, queste sculture sono creazione diretta di Dio, è Dio stesso che, come un artigiano, ha creato senza il concorso di cause naturali mediatrici, oltre alle creature angeliche, anche queste bellissime opere d’arte. Tanto che queste hanno un potere soprannaturale: non soltanto esprimono ciò che rappresentano attraverso la vista, ma riverberano la loro bellezza coinvolgendo, potremmo dire, come una sinestesia tutti i sensi di chi li guarda.
Per questo l’osservatore di queste sculture è come se anche sentisse l’angelo e Maria che dialogano. Qui vediamo come la fantasia della poesia è capace di contemplare una quarta dimensione della percezione sensitiva che crea unità di tutti i sensi in una sola rappresentazione. E dice Dante, descrivendo queste sculture:

L’angel che venne in terra col decreto
de la molt’ anni lagrimata pace,
ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,
dinanzi a noi pareva sì verace
quivi intagliato in un atto soave,
che non sembiava imagine che tace.
Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;
perché iv’ era imaginata quella
ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;
e avea in atto impressa esta favella
‘Ecce ancilla Deï’, propriamente
come figura in cera si suggella.
(Purg. X, 34-45)

La prima descrizione dell’Annunciazione è quindi di natura storica, una ripresentazione in forma artistica del testo dei Vangeli; però Dante aggiunge anche un’interpretazione teologica, dice molto di più, parla di un decreto che l’angelo venne a portare. Questo decreto richiama il topos letterario con cui si rappresenta il mistero della Trinità che, riunita come in un consiglio, decise all’unisono la salvezza dell’umanità attraverso l’Incarnazione del Verbo. E dunque l’angelo porta come messaggero celeste questo decreto salvifico, un decreto che la gente desiderava, sospirandolo con le lacrime, perché è un decreto di pace tra Dio e l’umanità.
Dante interpreta l’evento salvifico come un evento di ritrovata pace, perché, come dirà dopo, vengono riaperte le porte che avevano separato l’umanità dalla comunione con Dio.
Questo è l’angelo Gabriele. Maria è raffigurata come quella ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave. Vedete, c’è una vera parte attiva di Maria. Maria non è soltanto colei che subisce un comando divino al quale non possa rifiutare il suo “sì”, ma Dante la raffigura come colei che volse la chiave, per aprire l’alto amore che è l’amore di Dio. Questa immagine di colei che apre con la chiave va oltre la semplice passività di una donna, perché la raffigura al pari di Cristo, come cantiamo riguardo al Signore Gesù nelle antifone che precedono il Natale, ossia come colui che apre e chiude, come “chiave di Davide”: O Clavis David è una delle cosiddette antifone “O” della novena di Natale.
Ecco, qui non è Gesù che apre e chiude, ma è Maria, perché il suo “sì”, totalmente libero di donna che desidera, lei che è colma d’amore in quanto piena di grazia, partecipare, collaborare al mistero di questa pace: allora dice il suo “sì”, ecce ancilla Dei.
Come figura che in cera si suggella, questa raffigurazione plastica sembra proprio aver impresse queste parole – ecce ancilla Dei; segna come una perpetuità di queste parole. Come esse sono sigillate per sempre sul monte del Purgatorio in questa opera d’arte, così questo ecce ancilla Dei è impresso in tutta la creazione, si riverbera come opera congiunta di Dio e della Vergine Maria come sigillo di ogni anima, si imprime nel mistero della liturgia che ripresenta, come vedremo, per l’eternità questo mistero salvifico. Ma poi l’atto di aprire richiama anche un’altra immagine teologica: sappiamo che Maria – ce lo ricordano le Litanie Mariane – è invocata come Ianua Coeli, Porta del Cielo, in quanto colei attraverso cui sono state riaperte le porte del paradiso. In questo Maria è vista come la nuova Eva: come a causa della prima donna – e di Adamo – sono state chiuse le porte del paradiso, attraverso Maria vengono riaperte.
Dante riprende questa immagine poetica di apertura e chiusura ma al contrario, in riferimento ad una piaga:

«La piaga che Maria richiuse e unse,
quella ch’è tanto bella da’ suoi piedi
è colei che l’aperse e che la punse. (Par XXXII, 4-6)

Siamo nella visione ultima della rosa dei beati, in cui Dante contempla il volto di Eva, la quale è definita come colei che aperse e punse quella ferita, quella piaga che ora Maria, col suo sì, ha richiuso e ha unto. Ha richiuso la piaga aprendo il suo grembo al Verbo e l’ha unta rimanendo, come Madre della Chiesa, costantemente presente sulla terra; donando continuamente il suo conforto a noi uomini e donne. Ora andiamo a studiare la figura del nostro arcangelo Gabriello.

Le virtù “angeliche” di Gabriele: modestia, baldezza e leggiadria
Possiamo individuare nel Paradiso tre virtù angeliche che appartengono a Gabriele: la modestia, la baldezza e la leggiadria.
La modestia: così Dante dice della voce di Salomone, il re d’Israele, che egli contempla nel Paradiso tra i Sapienti:

E io udi’ ne la luce più dia
del minor cerchio una voce modesta,
forse qual fu da l’angelo a Maria…(Par XIV, 34-36)

Dante paragona la modestia della voce del grande re a quella che, “forse”, immagina potesse essere la voce con cui l’angelo parlò a Maria: è una voce modesta. La sapienza è modesta, come quella di Salomone, così quella dell’arcangelo Gabriele.
Ma c’è un importante passo in cui Dante spiega perché proprio gli angeli sono modesti. Quando Dante riflette sulla creazione dei primi angeli, e dunque deve affrontare il mistero della caduta del primo angelo Lucifero e della fedeltà con cui gli angeli buoni resistettero alla tentazione della libertà malefica, Dante dice:

Principio del cader fu il maladetto
superbir di colui che tu vedesti
da tutti i pesi del mondo costretto. (Par XXIX, 55-57)

Lucifero è pensato come colui che, stando al centro della terra – perché la fantasia di Dante lo raffigura incarcerato nel cuore della terra – si fa carico di tutto il peso di gravità del mondo. Invece degli angeli buoni afferma:

Quelli che vedi qui furon modesti
a riconoscer sé da la bontate
che li avea fatti a tanto intender presti.. (Par XXIX, 58-60)

Gli angeli buoni riconoscono se stessi contemplando la bontà che li ha creati, che li ha resi dotati di tanto intelletto per il quale essi sono come dei “fotoni” dello Spirito Santo, che conoscono tutto nell’amore di Dio. Ecco, Dante li qualifica come “modesti”.
C’è una ragione anche semantica del perché Dante usi questo vocabolo, perché modestia deriva dal latino modus. Il modus è ciò che ha a che fare con la giusta misura, con il limite: dunque gli angeli sono modesti in quanto coscienti del proprio limite e sono disposti a riconoscere, in particolare, la propria inferiorità di fronte al Creatore. Ora ci chiediamo: perché l’angelo Gabriele, proprio nel dare il suo annuncio a Maria, è modesto? Perché l’umiltà di Gabriele è tale da riconoscere, negli occhi che riflettono il “sì” di Maria, il mistero del Verbo di Dio che si fa carne; egli contempla Dio “nella” carne di Maria, contempla il più profondo dei misteri, che supera la creazione stessa. L’angelo si riconosce così inferiore addirittura ad una creatura umana. Contempla in quel volto umano, come direbbe San Pietro nella Prima Lettera, quelle cose nelle quali gli angeli desiderano fissare lo sguardo. Qui sta la vera modestia dell’angelo Gabriele, espresso dal suo inginocchiarsi, come le raffigurazioni dell’iconografia ce lo mostrano, di fronte a Maria.
Ma andiamo avanti a parlare delle altre virtù angeliche, quelle proprie di Gabriele, perché la modestia riguarda in realtà tutti gli angeli, mentre la baldezza e leggiadria qualificano Gabriele.
Andiamo a leggere un bellissimo passo in cui di nuovo viene ripresentata l’Annunciazione, questa volta nella “rosa” dei beati, dove i beati formano questo fiore che è germogliato proprio dall’Incarnazione, quale suo compimento. I beati, che fino ad allora appaiono a Dante avvolti nella luce, al termine del viaggio mistico manifestano il loro volto come un presagio della risurrezione futura dei morti.
In questa “rosa” i beati contemplano, riattualizzandolo, il mistero della redenzione e vediamo come la fantasia di Dante ce lo mostra. Dante può contemplare tutto questo attraverso il volto di Maria. Alla fine del suo viaggio contemplare il volto di Maria diventa fonte di quella grazia spirituale che gli permetterà di avere un assaggio del mistero dei misteri: il volto di Cristo nella Trinità.

L’Annunciazione nella liturgia celeste (Par. XXXII, 85-114)
A parlare è san Bernardo di Chiaravalle che, come sappiamo, è l’ultima guida di Dante in questo cammino di vita. San Bernardo lo invita:

Riguarda omai ne la faccia che a Cristo
più si somiglia, ché la sua chiarezza
sola ti può disporre a veder Cristo.(Par. XXXII, 85-87)

Solo guardando Maria, la creatura più somigliante a Cristo, possiamo essere preparati a volgere lo sguardo a Cristo.

Io vidi sopra lei tanta allegrezza
piover, portata ne le menti sante
create a trasvolar per quella altezza,
che quantunque io avea visto davante,
di tanta ammirazion non mi sospese,
né mi mostrò di Dio tanto sembiante; ( vv.88-93)

Dante vede una pioggia di allegrezza, ossia la grazia che gli angeli, che sono queste menti sante, comunicano volando attraverso i cieli dei cieli su tutti i beati.
Questa fantasia poetica non ha paragone, l’allegrezza di questa pioggia di grazia è come una rugiada feconda su tutti i beati che, a loro volta, la comunicano sul creato. Tanto che Dante, di tutte le cose che aveva visto prima, non può trovare una che gli abbia dato tanta ammirazione e stupore.

e quello amor che primo lì discese,
cantando ‘Ave, Maria, gratïa plena’,
dinanzi a lei le sue ali distese.(vv. 94-96)

In tanta allegrezza Dante riconosce di nuovo l’angelo Gabriele, quello amor, il nostro “fotone” di amore, che per primo discese su Maria, cantando Ave Maria gratia plena.

Rispuose a la divina cantilena
da tutte parti la beata corte,
sì ch’ogne vista sen fé più serena.(vv. 97-99)

La corte dei beati rispose alla divina cantilena, quasi fosse un inno liturgico, nel quale si alternano due cori. Nel Paradiso troviamo l’arcangelo Gabriele – primo coro – e tutta la corte celeste che risponde, “sì ch’ogne vista sen fé più serena.”
Profondamente vera questa immagine poetica con cui anche nel Paradiso si può essere più sereni di prima, perché il Paradiso non è una stasi, non è un semplice stare felici, ma è una novità eterna di un essere sempre più beati. Non c’è fine alla beatitudine e quindi c’è proprio questa vivacità, questa vita di un amore che sempre si rinnova nella gioia, nell’allegrezza.
Dante si rivolge a Bernardo dicendo:

«O santo padre, che per me comporte
l’esser qua giù, lasciando il dolce loco
nel qual tu siedi per etterna sorte (vv. 100-102)

O santo Padre che a motivo mio sopporti lo scendere dal tuo luogo beato – perché san Bernardo ha lasciato il proprio “stallo” del coro per essere guida a Dante:_

qual è quell’ angel che con tanto gioco
guarda ne li occhi la nostra regina,
innamorato sì che par di foco?».
Così ricorsi ancora a la dottrina
di colui ch’abbelliva di Maria,
come del sole stella mattutina. (vv. 103-108)

Dante usa un linguaggio cavalleresco, tipicamente medievale, secondo il quale la Madonna è la Signora, la regina, che l’angelo contempla innamorato.
Dante ricorre ancora all’insegnamento di Bernardo, colui che si abbelliva di Maria come una stella che è illuminata dal sole: anche Bernardo porta dentro di sé il sigillo di Maria, della sua beatitudine.
E adesso andiamo al cuore di questa riflessione. Risponde san Bernardo:

Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria
quant’ esser puote in angelo e in alma,
tutta è in lui; e sì volem che sia,
perch’ elli è quelli che portò la palma
giuso a Maria, quando ‘l Figliuol di Dio
carcar si volse de la nostra salma. (vv.109- 114)

Baldezza – cioè la forza, il valore – e leggiadria: vedete questa sorta di “ossimoro” di attributi con cui l’angelo Gabriele è al tempo stesso visto come forte, ma anche leggiadro. Ecco, Gabriele è colui che porta in pienezza queste due virtù, perché è colui che recò la palma a Maria. Abbiamo presente nelle opere d’arte che l’angelo Gabriele alcune volte porta in mano un giglio altre volte una palma. Dante sceglie l’immagine della palma: Gabriele portò a Maria la palma quando il figliuol di Dio si volle caricare della nostra salma. Bellissima questa immagine teologica con cui la carne ha questo riverbero già di un destino di morte, perché non soltanto Cristo ha preso su di sé una carne umana, ma ha preso su di sé una carne destinata a morire.
Ma ora veniamo alla scelta di questi attributi: sono virtù cavalleresche, che non troviamo ripresentate tanto facilmente nella morale cristiana di oggi, eppure per Dante hanno una grande profondità di significato. “Baldezza” è ispirata al nome ebraico di Gabriele, perché Gabriele in ebraico significa proprio “fortezza di Dio”, forza di Dio; ma questa forza è un riverbero della missione stessa di Gabriele, perché Gabriele è venuto ad annunciare la vittoria di Dio sul peccato, sulla morte, sul diavolo. Questa è la vera forza di Gabriele, è intrinseca al suo messaggio, ed è per questo che Dante raffigura l’angelo con la palma, perché la palma è proprio il simbolo della vittoria, che noi ritroviamo abitualmente in mano ai martiri che hanno superato la prova del martirio.
Mi piace a riguardo riprendere l’immagine con cui Dante raffigura Lucifero costretto da tutti i pesi del mondo nel suo carcere eterno. Ora invece vediamo un farsi carico (carcar si volse…) del Figlio di Dio, per amore, della nostra umanità la quale proprio attraverso il suo sacrificio viene liberata, trasfigurata e condotta nelle altezze del cielo.
“Leggiadria”: è più difficile da comprendere, ma ci aiuta Dante e ci aiutano anche i filologi dantisti. Dante in una sua poesia, alquanto complessa, delle Rime spiega che cos’è la leggiadria e lo spiega parlando di “sollazzo”, “amore” e “opera perfetta”.

Sollazzo è che convene
con esso amore e l’opera perfetta:
da questo terzo retta
è leggiadria, e in esser dura,
sì come il sole al cui esser s’adduce
lo calore e la luce
con la perfetta sua bella figura.

(Dante, «Poscia ch’Amor del tutto m’ha lasciato», dalle Rime a cura di P. Grossi)

Dante sta dicendo che la leggiadria deve avere questi tre elementi: il sollazzo, che si congiunge all’amore e all’opera perfetta. “Sollazzo” fa sorridere perché lo usiamo ancora oggi per dire: ci diamo ai bagordi, ai divertimenti; è tempo di sollazzo.
In effetti anche nel Medioevo, nella poesia provenzale, aveva questo significato, indicava il divertimento dei cavalieri, ma aveva anche sfumature più delicate. Dante purifica questo termine in un senso veramente teologico, riferendolo all’amore e all’opera perfetta, ossia alla compiutezza dell’operazione di Dio.
Riprendiamo l’immagine dell’angelo Gabriele e di Maria, la “Piena-di-grazia”, l’“opera perfetta” di Dio; immaginiamo questo gioco d’amore con cui l’angelo le rivela il privilegio dell’amore divino; insieme l’allegrezza degli angeli. Ecco che il sollazzo diventa questa piacevole compagnia che è “grazioso” divertimento. Ci aiuta qui un poeta provenzale:

«El vero sollaçço è uno allegro sentimento de parlare e delecto de buono animo, el quale è una delle più delectevoli arti de cavalleria» (Raimon de Miraval)

Il sentimento allegro del parlare trasfigura, come pienezza d’amore e di compiutezza, il dialogo di Gabriele e Maria. Quella sobrietà di parole, ave.. ecce ancilla domini, diventa nel paradiso un’eterna favella. La lingua si è sciolta nell’amore ed è diventata, come ora andremo a vedere, un’eterna “spirazione” d’amore.

L’Annunciazione come spirazione graziosa d’amore e di letizia nel tempo della Chiesa
Quivi è la rosa in che ‘l verbo divino
carne si fece; quivi son li gigli
al cui odor si prese il buon cammino».
Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli
tutto era pronto, ancora mi rendei
a la battaglia de’ debili cigli.
Come a raggio di sol, che puro mei
per fratta nube, già prato di fiori
vider, coverti d’ombra, li occhi miei;
vid’ io così più turbe di splendori,
folgorate di sù da raggi ardenti,
sanza veder principio di folgóri.
O benigna vertù che sì li ‘mprenti,
sù t’essaltasti, per largirmi loco
a li occhi lì che non t’eran possenti.
Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l’animo ad avvisar lo maggior foco;
e come ambo le luci mi dipinse
il quale e il quanto de la viva stella
che là sù vince come qua giù vinse,
per entro il cielo scese una facella,
formata in cerchio a guisa di corona,
e cinsela e girossi intorno ad ella.
Qualunque melodia più dolce suona
qua giù e più a sé l’anima tira,
parrebbe nube che squarciata tona,
comparata al sonar di quella lira
onde si coronava il bel zaffiro
del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
«Io sono amore angelico, che giro
l’alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera supprema perché lì entre».
Così la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria. (Par XXIII, 73-111).

Prima di entrare nell’Empireo, Dante ha un’altra visione dei beati nell’ultimo cielo creato, dove contempla il paradiso raffigurato come un prato fiorito – che è il vero significato di “paradiso”: un giardino. Un prato fiorito i cui fiori sono i beati: Maria è la rosa, in cui il Verbo divino carne si fece; i santi sono i gigli. Dante sperimenta una lotta dello sguardo: i suoi deboli occhi si devono abituare a tanta luce, nella quale i beati gli appaiono come splendori irradiati da folgori di luce che vengono dall’alto: è tutto luce sopra luce, fulgore su fulgore. Ebbene, Dante in tutta questa visione di luce è attratto da un fuoco più luminoso degli altri, che è proprio il fuoco di Maria.

“Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
e mane e sera, tutto mi ristrinse
l’animo ad avvisar lo maggior foco;
e come ambo le luci mi dipinse
il quale e il quanto de la viva stella”
che là sù vince come qua giù vinse”

Dante sente interiormente come un istinto d’amore che gli suggerisce di invocare il nome di Maria e di guardare quel fuoco, un fuoco che è descritto come una viva stella che lassù vince come quaggiù vinse. Ha vinto perché è la piena di grazia che supera per grazia tutte le creature e anche là in paradiso è colei che rifulge più delle altre luci. Questa vittoria della bellezza ha però un profondo significato teologico, perché colui che ha più grazia è anche colui che è più gradito a Dio, è anche colui su cui l’eros divino con più forza e potenza si proietta come una freccia nel cuore. Questa è Maria per Dante, il suo essere piena di grazia, e Dante in tutto questo splendore immagina di vedere una corona di fuoco che cinge Maria.
Il diadema delle dodici stelle dell’Apocalisse si ripresenta qui come una corona d’amore che è, lo scopriremo, l’angelo Gabriele.

“Qualunque melodia più dolce suona
qua giù e più a sé l’anima tira,
parrebbe nube che squarciata tona”

Dante immagina una melodia così bella e delicata che al paragone il più splendido suono di questo mondo è come il tuono di un temporale; e ascolta in questa armonia le parole con cui l’angelo Gabriele si presenta:

«Io sono amore angelico, che giro
l’alta letizia che spira del ventre
che fu albergo del nostro disiro;
e girerommi, donna del ciel, mentre
che seguirai tuo figlio, e farai dia
più la spera supprema perché lì entre».

Sarebbe bene tacere di fronte a questa densità di immagini, ma noi dobbiamo pur parlare per spiegare questo testo nel quale Dante raffigura il mistero della spirazione d’amore in modo tanto preciso quanto poetico. Gabriele non dice: “sono Gabriele”, come ci presentiamo noi col nostro ego; gli angeli non parlano come ego umani, ma si annunciano come “fotoni” d’amore: io sono amore angelico che circondo l’alta letizia che spira del ventre che fu albergo del nostro disiro. Il ventre di Maria è visto come l’albergo del nostro desiderio.
Maria e Giuseppe che, facendosi prossima la nascita di Gesù, non trovarono posto in albergo, perché erano tutti “al completo”, è come un’immagine del fatto che sono già tutti pieni gli alberghi che sono i nostri desideri terreni; eppure, soltanto un albergo continua a restare vuoto, pronto ad ospitare il mistero di Gesù che si fa carne. Ed è quell’albergo in cui il desiderio mai si sazia, che è il desiderio di essere colmati dell’amore di Dio. Il ventre di Maria diventa quello spazio di una piena accoglienza di questo amore, che solo può saziare il desiderio umano.
Tale è la sazietà di questo desiderio di amore divino, da riverberarsi al di fuori del ventre di Maria come alta letizia, come pienezza di quella gioia che emerge quando l’unico autentico desiderio viene appagato in pienezza. Ed ecco che Gabriele si fa ulteriore irraggiamento di questo amore in tutto il paradiso e poi in tutto il creato. E dice anche una promessa di fedeltà, dice: “girerò o donna del Cielo fin quando tu seguirai tuo Figlio nella profondità degli abissi celesti della gratitudine e vi farai col tuo ingresso più luminosa la sfera suprema”.
Dante immagina che Maria, apparsa in questa visione del prato fiorito, di nuovo ascenderà nel cielo dell’Empireo come già, sappiamo, ascese in cielo, a seguito di suo Figlio. Però la fantasia poetica ci raffigura in questo prato fiorito la Chiesa, di cui Maria è madre, che si fa ponte tra la gratitudine del cielo e la nostra terra. E dunque Maria, come questo ponte, si fa mediatrice insieme all’angelo Gabriele di questa comunicazione graziosa, di questa letizia che sgorga dall’incarnazione del Figlio di Dio nel grembo di Maria e che continua a irrorare di grazia tutta la sua Chiesa.

Così la circulata melodia
si sigillava, e tutti li altri lumi
facean sonare il nome di Maria.

Il paradiso è sempre una liturgia festosa nel canto e c’è sempre una risposta del coro dei beati che sigilla il compimento della salvezza che si ripropone anche a noi. Ringraziamo il Signore di questo carisma di Dante che con immensa fantasia di fede e passione ci presenta il mistero dell’amore di Dio per noi.

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