Lectio divina sulla Lettera ai Colossesi: trascrizione del diciassettesimo incontro animato il 19 marzo 2026 da dom Stefano
Lectio divina
19 marzo 2026
San Miniato al Monte
XVII Incontro di Lectio Divina
sulla Lettera ai Colossesi
Preghiera iniziale
O Padre giunti ormai al termine del nostro percorso di approfondimento della Lettera ai Colossesi, ti rendiamo grazie per il dono e per la perseveranza che ci hai offerto nell’affrontare un testo esigente quanto la scalata di un’alta vetta.
Grazie per la luce che ha illuminato la nostra scalata, guidati dal tuo santo Apostolo e dai suoi collaboratori.
Grazie per il metodo che ci ha suggerito e per le vette e gli abissi in cui ci ha condotti.
Grazie per la gioia di questo prisma che ci ha fatto cogliere i colori della luce del tuo Figlio in ogni aspetto della vita.
Concedici di mantenere e approfondire l’amicizia con i tuoi amici e discepoli, con i tuoi apostoli e testimoni.
Rendici rete di luce in cui si manifesta la tua Luce, membra vive del corpo di cui tuo Figlio è capo, rendi retta la nostra fede, ardente la nostra preghiera perseverante il nostro impegno per il tuo Regno nel dinamismo del tuo Santo Spirito d’Amore. Amen
Fotografia di Alessandra Pavolini
Rete di luce, ardenti a rischiarare la notte e annunciare l’Aurora
——-
Saluti e firma, ripresa dello schema epistolare (Colossesi 4, 7-18)
Col 4 7Tutto quanto mi riguarda ve lo riferirà Tìchico, il caro fratello e ministro fedele, mio compagno nel servizio del Signore, 8che io mando a voi perché conosciate le nostre condizioni e perché rechi conforto ai vostri cuori.
9Con lui verrà anche Onèsimo, il fedele e carissimo fratello, che è dei vostri.
Essi vi informeranno su tutte le cose di qui.
10Vi salutano Aristarco, mio compagno di carcere, e Marco, il cugino di Bàrnaba, riguardo al quale avete ricevuto istruzioni – se verrà da voi, fategli buona accoglienza – 11e Gesù, chiamato Giusto. Di coloro che vengono dalla circoncisione questi soli hanno collaborato con me per il regno di Dio e mi sono stati di conforto.
12Vi saluta Èpafra, servo di Cristo Gesù, che è dei vostri, il quale non smette di lottare per voi nelle sue preghiere, perché siate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio.
13Io do testimonianza che egli si dà molto da fare per voi e per quelli di Laodicèa e di Geràpoli.
14Vi salutano Luca, il caro medico, e Dema.
15Salutate i fratelli di Laodicèa, Ninfa e la Chiesa che si raduna nella sua casa.
16E quando questa lettera sarà stata letta da voi, fate che venga letta anche nella Chiesa dei Laodicesi e anche voi leggete quella inviata ai Laodicesi.
17Dite ad Archippo: «Fa’ attenzione al ministero che hai ricevuto nel Signore, in modo da compierlo bene».
18Il saluto è di mia mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene.
La grazia sia con voi.
——-
Siamo giunti al termine della Lettera ai Colossesi, questo infatti è l’ultimo brano.
Dopo la Lettera ai Romani, dove i saluti del capitolo 16 sono ancora più estesi, la Lettera ai Colossesi è quella che presenta saluto più ampio e articolato.
Qui cui compaiono i nomi di una decina di personaggi a cui l’autore della Lettera attribuisce qualifiche specifiche.
Mi sembra interessante, arrivati alla fine di questo cammino, sottolineare come all’epoca di Paolo e poi dei suoi discepoli stessero cominciando a diffondersi nel mondo come dei “punti di luce” costituiti dalle piccole comunità di cristiani e ci fossero anche dei missionari capaci di collegare quei punti che si andavano affermando maggiormente. Ogni comunità aveva proprie relazioni interne e relazioni con comunità vicine, e noi possiamo avere uno spaccato, dell’esperienza che lo Spirito stava suscitando e che comportava l’assunzione di responsabilità, di impegno, di passione, che per taluni, in modo particolare per i nostri protagonisti, diventava una opzione fondamentale, quella appunto di accogliere Gesù come Signore della loro vita e di collaborare alla diffusione del Regno di Dio.
Adesso andiamo a vedere un po’ più da vicino questo testo, aiutandoci anche con quanto sappiamo delle persone citate, del loro ruolo e della loro missione, da altri testi del Nuovo Testamento.
Lo schema epistolare prevede che all’inizio della lettera ci siano i prescritti, ossia i saluti dei mittenti, i ringraziamenti, la preghiera, dopo viene tutto il corpo della lettera e poi a conclusione ci sono i post scritti che in tutte le lettere paoline hanno sempre la stessa struttura, vediamola applicata al nostro caso.
Struttura del post-scriptum:
1) Formule introduttive (vv 7-9)
2) Reciproci saluti (vv 10-15)
3) Invito allo scambio epistolare nelle comunità (vv 16-17)
4) Autentificazione paolina (v 18ab)
5) Benedizione finale (v 18c)
1) Le formule introduttive in questo caso hanno a che fare con chi sarà il latore della lettera, ossia Tichico e Onesimo.
2) Seguono i saluti di Paolo e dei suoi collaboratori, di cui ne vengono nominati cinque e viene richiesto anche alla comunità destinataria, cioè alla comunità di Colosse, di farsi portavoce di saluti.
3) Poi c’è un invito allo scambio epistolare nella comunità, una cosa che ritroviamo solo nelle due “lettere sorelle”, quella ai Colossesi e quella agli Efesini.
Si parla anche di Laodicea e di una lettera inviata ai laodicesi, ma siccome noi non possediamo nessuna lettera ai laodicesi le alternative possibili sono due: la più probabile è che sia andata persa, la meno probabile è che la Lettera agli Efesini sia in realtà la Lettera ai Laodicesi citata dall’autore di Colossesi.
Questa seconda ipotesi, un po’ ardita, si appoggia sul fatto che si riscontra l’assenza del riferimento alla città di Efeso in molti manoscritti della Lettera agli Efesini, tanto da far pensare a molti esegeti che la lettera agli Efesini fosse una sorta di enciclica, cioè una lettera circolare destinata a tutte le comunità dell’Asia minore. Oltre a questo, entrambe le lettere hanno lo stesso latore, ovvero Tichico. Francamente questa ipotesi non è suffragata da elementi stringenti che la possano avvalorare.
Detto questo, c’era comunque l’esortazione da parte di Paolo a fare circolare le sue lettere e poi Paolo chiede di salutare anche una certa Ninfa, (un riferimento che crea un problema da un punto di vista testuale e che è sempre anche molto collegato alle questioni di genere).
Nelle comunità della fine del primo secolo e poi sempre di più in quelle dei secoli successivi c’era un problema con le donne.
All’epoca in cui Paolo era nel pieno del suo mandato, in realtà c’era molta più fluidità in questo. Paolo nella Lettera ai Romani dice di salutare due suoi parenti: un uomo, Archelao e una donna, Junia, il cui nome però viene tradotto in molti manoscritti con il maschile Junius.
Di queste due persone Paolo dice che sono apostoli al pari suo. Ora, che Paolo affermi che dei suoi parenti maschi sono apostoli al pari suo, va bene, se però lo dice di una parente donna, questo non era così pacifico. Ecco perché molti manoscritti hanno corretto il nome femminile in uno maschile, mentre altri no.
Ovviamente nel testo critico greco elaborato dal confronto dei diversi testimoni e sul quale poi si basano le traduzioni nelle lingue volgari, è stata scelta la lectio difficilior, cioè quella meno attestata, ma molto più probabile, perché in controtendenza rispetto alla cultura dominante nel momento in cui la lettera venne trascritta.
Ora come è successo con Junia la donna parente di Paolo, la stessa succede anche con Ninfa, – un nome che in greco vorrebbe dire ‘sposa’, e che è stato trovato come nome proprio femminile usato in Sicilia.
Ninfa risulterebbe addirittura a capo di una chiesa domestica.
Negli Atti degli Apostoli si dice che Paolo, arrivato in Europa a Filippi incontrò Lidia, una donna di Tiatira, commerciante di porpora, che lo ascoltò e poi gli disse di fermarsi a casa sua. Secondo la tradizione quella Lidia, che è la prima credente europea delle comunità paoline, era capo della chiesa domestica che si riuniva nella sua casa.
Si definiscono chiese domestiche quelle che un tempo erano costituite dall’aggregazione di pochissime persone, come se noi oggi facessimo degli incontri di preghiera nella casa di qualcuno.
Ebbene, nelle comunità dell’inizio c’erano una presenza e una attività maggiori da parte delle donne, nonostante la cultura patriarcale dell’impero dominante.
4) Il nostro testo prosegue con quella che viene chiamata ‘autentificazione paolina’. Anticamente spesso le lettere erano scritte dagli scrivani, ma il fatto che l’autore alla fine scrivesse che i saluti erano di sua mano, serviva da autentificazione della lettera stessa. Da un punto di vista critico oggi una siffatta autentificazione deve essere vagliata.
5) Alla fine del testo c’è la benedizione finale, che in questo caso risulta essere la più classica ma anche la più corta e stilizzata tra tutte quelle presenti nelle lettere dell’epistolario paolino.
Di solito nella benedizione finale vengono sempre augurate la grazia e la pace di Cristo o di Dio, ma in questo caso tutto si riduce alla formula essenziale: La grazia sia con voi.
Passiamo ora a porre attenzione ai personaggi nominati nel nostro brano.
Prima di tutto Paolo cita quelli che portano la lettera, Tichico e Onesimo, e aggiunge che Tichico a voce farà conoscere ai Colossesi la reale situazione di Paolo, fornendo loro maggiori dettagli biografici:
Col 4 7Tutto quanto mi riguarda ve lo riferirà Tìchico, il caro fratello e ministro fedele, mio compagno nel servizio del Signore, 8che io mando a voi perché conosciate le nostre condizioni e perché rechi conforto ai vostri cuori.
Da questi versetti si capiscono piuttosto bene i due obiettivi perseguiti: Tichico serve da collegamento fra Paolo, che si trova in prigione e la realtà esterna e serve anche per portare conforto alla comunità cui è indirizzata la lettera, in questo caso specifico la comunità di Colosse.
Ma Tichico è anche il latore della Lettera agli Efesini:
Ef 6 21Tìchico – fratello carissimo e fedele ministro nel Signore – vi darà notizie di tutto quello che io faccio, affinché sappiate anche voi ciò che mi riguarda. 22Ve lo mando proprio allo scopo di farvi avere mie notizie e per confortare i vostri cuori.
Di Tichico poi abbiamo anche alcune informazioni dagli Atti degli Apostoli (cfr At 20,4). Paolo dovendo lasciare Efeso a causa di una forte opposizione nei suoi confronti, si era diretto a Corinto da dove era partita l’iniziativa per una colletta in favore della Chiesa di Gerusalemme e aveva dato appuntamento ai rappresentanti delle altre comunità di Macedonia, Galazia e Asia che portavano i rispettivi contributi alla colletta e insieme si sarebbero recati a Gerusalemme. In considerazione di difficoltà a seguito di un complotto dei Giudei di Corinto, Paolo decide di raggiungere il porto di Troade via terra mentre i 7 rappresentanti delle diverse chiese lo avrebbero preceduto via mare per poi insieme salpare verso Cipro, Cesarea Marittima e da qui raggiungere a piedi Gerusalemme.
Tichico insieme a Trofimo sono i due rappresentanti delle comunità dell’Asia (regione comprendente sia Efeso che Colosse, Laodicea e Gerapoli).
Tornando alla nostra lettera ai Colossesi, Tichico viene accompagnato da Onesimo, che abbiamo già citato quando, analizzando i codici domestici, abbiamo parlato delle tre relazioni fondamentali all’interno di una famiglia dell’epoca: marito-moglie, genitori-figli e padroni-schiavi. La parte dedicata al rapporto padroni-schiavi, nel codice domestico della nostra Lettera, abbiamo visto essere preponderante, forse perché, come avevamo detto, c’era una sensibilità particolare su questo tema, legato anche all’esperienza della Lettera a Filemone, uno degli scritti più tardi di Paolo, della quale però siamo sicuri della sua autenticità.
In questa lettera Paolo diceva a Filemone che gli rimandava il suo schiavo Onesimo, -che era scappato e aveva raggiunto Paolo che si trovava in prigione -, però gli raccomandava di riceverlo come un fratello e non più come uno schiavo, ricordandogli che anche lui era stato liberato da Cristo, guardando al quale tutte le relazioni dovevano trasformarsi.
Anche nella Lettera ai Colossesi, Onesimo continua a comparire come persona vicina a Paolo, (che in quel momento si trova in catene), e proprio perché è un colossese, Paolo lo rimanda a Colosse insieme a Tichico.
—-
Poi Paolo dice: 11Di coloro che vengono dalla circoncisione questi soli hanno collaborato con me per il regno di Dio e mi sono stati di conforto. E fa i nomi di Aristarco, Marco e Barnaba.
L’indicazione che Marco è cugino di Barnaba ci fa subito capire che si tratta di Giovanni Marco, di cui si parla negli Atti degli Apostoli.
In essi si narra che Barnaba si era portato dietro Marco, il giovane cugino, nel primo viaggio missionario effettuato con Paolo. Tuttavia arrivati a Cipro, Marco decise di tornare indietro. Questa cosa Paolo, non la mandò giù e anzi se la prese anche con Barnaba e le loro strade si divisero. Poi però noi ritroviamo questo Marco fra i collaboratori di Paolo e non solo in questa Lettera ai Colossesi, di dubbia autenticità paolina, ma anche nella precedente Lettera a Filemone, che invece è sicuramente di Paolo. In quest’ultima, infatti, nei saluti oltre ad Epafra vengono nominati Marco, Aristarco, Dema e Luca. Quindi evidentemente Paolo e Marco si erano riconciliati.
Addirittura, sempre nella Lettera ai Colossesi Paolo dà un’ulteriore indicazione su Marco, dice infatti: se verrà da voi, fategli buona accoglienza.
Poi nomina anche un certo Gesù, – Gesù era un nome abbastanza comune fra gli ebrei – chiamato Giusto, del quale però non sappiamo assolutamente niente se non che evidentemente proviene dall’ebraismo ed è rimasto accanto a Paolo come suo fedele collaboratore.
Viene poi dato uno spazio particolare ai saluti di Epafra, servo di Cristo Gesù e fondatore della Chiesa di Colosse, come abbiamo avuto modo di leggere all’inizio della Lettera.
Paolo non conosceva i Colossesi direttamente, ma li ha conosciuti tramite la testimonianza di Epafra. All’inizio della Lettera abbiamo detto che è come se Paolo esercitasse il suo ministero di evangelizzazione attraverso Epafra, il quale poi riporta a Paolo le notizie riguardanti la fede, la carità e la speranza dei Colossesi e per questo ovviamente si attira il ringraziamento di Paolo.
Qui abbiamo delle indicazioni molto forti sul grande impegno che Epafra svolge a livello spirituale attraverso l’intercessione, un tema che abbiamo trattato nel precedente incontro parlando delle esortazioni conclusive.
Se ricordate, Paolo esordiva affermando che pregava per i Colossesi, poi nella conclusione chiedeva che i Colossesi pregassero per lui e qui di nuovo ci parla di Epafra, il quale continua a pregare per i Colossesi per ottenere dal Signore la grazia che loro abbiano una fede salda, retta, si impegnino a dare testimonianza, aderenti a tutti i voleri di Dio e siano addirittura perfetti, dove ovviamente il termine ‘perfetti’ in ambito cristiano non significa impeccabili, ma ‘compiuti’ ovvero ‘maturi in Cristo’.
Epafra può essere preso come modello dei pastori: persone che non mollano mai, tenaci e capaci anche di leggere le difficoltà. Se Paolo, che pure non conosce direttamente la comunità di Colosse, è capace di descrivere e mettere in evidenza la cosiddetta ‘Eresia dei Colossesi’ (quella pericolosa tendenza, che, diffondendosi all’interno della comunità, stava rischiando di dividerla in cristiani di serie A e cristiani di serie B in funzione di presunte visioni e ascetiche di matrice giudaico-apocalittica, o greco-misterica), è solo perché Epafra ha sicuramente colto questo rischio e lo ha portato a conoscenza di Paolo.
È chiaro l’impegno da parte di Epafra nella preghiera, ma anche concretamente nella vigilanza perché la comunità eviti i pericoli provenienti dall’ambiente circostante. Infatti, tutta la regione dell’Asia Minore, a quei tempi, era un crocevia, e si trovavano varie scuole, gruppi, sette sia di derivazione giudaica che ellenistica.
Epafra è attento e zelante, non è un Calossese che sta fisso a Colosse, ma è un po’ come Paolo, un apostolo, un missionario (come diremmo noi oggi), e tende ad impegnarsi anche con tutte le Chiese della regione: Laodicea, Gerapoli e Colosse, (che tra l’altro era la cittadina più piccola).
Seguono i saluti di Luca e di Dema, che appaiono entrambi anche nel già citato v. 23 della Lettera a Filemone, (anche se in ordine invertito).
La tradizione ci dice che il Terzo Vangelo e gli Atti degli Apostoli sono stati scritti sicuramente dalla stessa persona, perché uno finisce e l’altro comincia proprio con il racconto dell’evento dell’Ascensione. Negli Atti degli Apostoli questa persona prima parla alla terza persona, poi invece ad un certo punto della narrazione dei viaggi di Paolo comincia ad usare la prima persona plurale e questo sarebbe la prova che si tratta di un discepolo di Paolo. Però se avete letto il terzo Vangelo e gli Atti degli Apostoli, avrete visto che non compare mai il nome di Luca, solo la tradizione ci dice che questi due testi sono stati scritti dall’Evangelista Luca, il cui nome compare proprio nella Lettera ai Colossesi, dove appunto si dice che era anche un medico.
L’esperienza di ciò che accadde nel Giardino del Getsemani è stata raccontata sia nel primo Vangelo di Matteo, sia nel secondo di Marco, sia nel terzo attribuito a Luca, ma solo quest’ultimo, forse proprio perché era un medico, dice che Gesù sanguina e suda sangue, gli altri invece non fanno menzione di questo particolare. Questo non sarebbe l’esito di un miracolo, ma sarebbe un fenomeno fisiologico che può realisticamente accadere in stati di profonda prova, angoscia e tensione, quando si verifica la rottura dei vasi sanguigni, e Luca da buon medico lo nota e non dimentica di descriverlo.
Di Dema invece qui non viene specificato assolutamente niente.
Questo Dema però compare di nuovo in una lettera successiva a quella di Colossesi.
Ho già detto che ci sono: sette lettere sicuramente paoline, la prima ai Tessalonicesi, le due ai Corinzi, quella ai Romani, quella ai Filippesi, quella a Filemone, poi invece c’è il blocco costituito dalla Lettera ai Colossesi e da quella agli Efesini, poi ci sono le cosiddette ‘lettere pastorali’, ossia le due a Timoteo e quella a Tito, che risalgono ad un periodo posteriore per quello che scrivono e che manifestano di una Chiesa più strutturata, infatti oltre al codice domestico hanno anche un codice pastorale dove si danno le indicazioni e prescrizioni riguardanti i vescovi i presbiteri e i diaconi.
Dalla seconda Lettera a Timoteo abbiamo notizia che solo Luca è rimasto con Paolo mentre Dema lo ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo, è scappato per Tessalonica (2Tim 4,9). Ricordo che questa lettera è molto importante, perché costituisce una sorta di testamento spirituale di Paolo, che ormai in fondo alla vita scrive: “Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede, non mi resta che la corona che il giusto giudice mi darà.”
È anche importante per conoscere un po’ meglio questi personaggi che fecero parte delle prime Chiese e che in certi casi possono essere per noi come dei modelli o almeno fonte di grande stimolo.
Epafra, come ho già avuto modo di dire, può essere un grande esempio per chi ha compiti di guida, compiti pastorali, di servizio.
Riguardo a Paolo possiamo mettere la mano sul fuoco che non lo fermava niente e nessuno, né le prigioni né le verghe e neanche i naufragi (come apprendiamo leggendo il capitolo decimo della seconda Lettera ai Corinzi, in cui racconta tutto quel che ha patito). Eppure, arriva a dire: “Io ho combattuto la buona battaglia e ho conservato la fede.” E altrove afferma anche: “Chi sta in piedi, badi bene di non cadere.”
Perché la fede è un dono che anche tutti noi dobbiamo sempre chiedere al Signore, non dando mai per scontato nulla, poiché la vita è piena di difficoltà e di ostacoli.
Invece Dema, che all’epoca della Lettera ai Colossesi era un collaboratore vicino a Paolo in prigione, il quale probabilmente gli era pure molto grato, ad un certo punto però non ce la fa più e si tira indietro, stando almeno a quello che dice la seconda Lettera a Timoteo.
Questo deve servire anche a noi come stimolo a non adagiarsi su una fede abitudinaria, che non serve a niente ed è destinata a non reggere, al contrario a perseguire una fede che si mette in gioco nelle sfide concrete della vita.
Paolo ha da dire ancora qualcosa ai suoi Colossesi:
7Dite ad Archippo: «Fa’ attenzione al ministero che hai ricevuto nel Signore, in modo da compierlo bene».
Archippo compare associato a Filemone e ad Apfia, nel saluto della Lettera a Filemone,
Qualcuno ha pensato possa trattarsi di padre (Filemone), madre (Apfia), e figlio (Archippo), dunque di una famiglia; questo ovviamente non è sicuro, ma potrebbe anche essere.
Comunque, se Paolo in questa lettera definisce Archippo compagno nella lotta per la fede, evidentemente Archippo doveva essersi molto impegnato nella comunità dei Colossesi per promuovere il Regno di Dio e per diffondere la fede. Quindi probabilmente aveva assunto un ministero, cioè una diaconia, un servizio istituito di fronte ai fratelli, e Paolo desidera fargli sapere di esercitarlo bene e di non mollare.
Come vedete, nel nostro cammino comune non siamo sempre allo stesso livello, ci possiamo trovare anche in fasi un pochino differenti ed è molto importante aiutarci continuamente e spronarci reciprocamente a ritrovare sempre il senso del nostro servire, del nostro credere, del nostro impegno, perché a volte le avversità delle circostanze esterne, o i frutti che non arrivano, o le difficoltà interiori personali, possono farci rallentare.
Arrivati ormai alla fine della Lettera ai Colossesi, c’è la questione della sua autenticità:
18Il saluto è di mia mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene.
La frase -il saluto è di mia mano, di me, Paolo- si ritrova esattamente uguale nella prima Lettera ai Corinzi e nella seconda Lettera ai Tessalonicesi. Di queste tre lettere, quella di cui è più discussa l’autenticità è la seconda Lettera ai Tessalonicesi, quella ai Colossesi abbiamo detto che è dubbia, mentre le due lettere ai Corinzi sono ritenute sicuramente di Paolo.
Molti esegeti dicono che era prassi molto comune in passato l’uso di questo sistema di autentificazione: lo scrivano scriveva la lettera, poi l’autore che dettava, in questo caso Paolo, alla fine metteva il suo saluto autenticando la lettera apponendovi la sua firma.
Alcuni esegeti fanno notare come sia in 1Corinzi, sia in Colossesi, le aggiunte apposte prima e/o dopo questa formula di saluto farebbero pensare che il vero intento di Paolo non sia tanto quello di autenticare la lettera, quanto quello di esprimere ai Corinzi, – che Paolo ha rimproverato anche aspramente nella lettera -, la sua vicinanza e il suo amore, mentre ai Colossesi, – che Paolo non conosce direttamente, – la sua presenza grazie al fatto che lui offre le sue sofferenze per loro. Ecco allora la ragione dell’aggiunta posteriore, -ricordatevi delle mie catene-, frase volutamente ellittica che invita ad interpretare la richiesta in funzione di tutto il testo.
Diverso invece sarebbe il caso del saluto della seconda lettera ai Tessalonicesi:
2Tess 3 17Il saluto è di mia mano, di Paolo. Questo è il segno autografo di ogni mia lettera; io scrivo così.
Mi pare che solo un falsario un po’ grossolano userebbe una tale sovrabbondanza di specificazioni per cercare di far passare come autentica una lettera, mentre un falsario più raffinato farebbe un uso meno eclatante di giustificazioni, come nel caso della Lettera ai Colossesi.
Quindi sulla seconda Lettera ai Tessalonicesi il dubbio che non sia davvero autentica è molto più forte, mentre invece nel caso della Lettera ai Colossesi, non è sufficiente la sola presenza di questa frase (18Il saluto è di mia mano, di me, Paolo. Ricordatevi delle mie catene.) a farci affermare che la lettera sia autentica o no, ma è l’analisi di tutto il contesto che, (come abbiamo già avuto modo di vedere), può indurci a pensare che sia la comunità di Paolo, in sostanza i suoi discepoli, ad aver voluto rivendicare l’autorevolezza della tradizione dell’apostolo, che a quel punto viene anche un po’ idealizzato. Anche questa è una ipotesi plausibile.
Credo sia importante ribadire, – lo avevo già detto nell’introduzione -, che noi non dobbiamo scandalizzarci e ‘bollare’ queste lettere come false, per poi concludere che non possano contenere la Parola di Dio. Questo problema la Chiesa l’ha già superato, distinguendo ispirazione e autenticità. Un testo è normativo per la fede e come tale è accolto nel canone delle Scritture perché si riconosce che è un testo ispirato dallo Spirito Santo, e come tale contiene la Parola di Dio. Tale riconoscimento è il frutto di un processo intraecclesiale in cui la fede è imprescindibile.
L’autenticità invece riguarda l’autore umano del testo e come tale è un problema di pertinenza degli storici. Un testo può essere riconosciuto come ispirato anche se non è autentico riguardo al suo autore dichiarato; abbiamo visto che questo si riscontra sia nei libri dell’Antico Testamento che in quelli del Nuovo Testamento.
Questa comprensione maturata dalla Chiesa ha permesso di approcciarsi a tutti questi testi anche con gli strumenti della critica senza che ciò andasse a discapito del loro valore normativo per la fede dei credenti.
Riguardo all’autenticità è evidente che la sensibilità dei nostri tempi è ben diversa da quella dei tempi antichi.
Oggi se scoprissimo che un autore contemporaneo abbia fatto passare un proprio scritto per lo scritto di una persona più nota, ci indigneremmo. Nell’antichità non era così, per esempio, ci sono numerose lettere di Platone e di Aristotele che sicuramente non sono state scritte da loro, bensì dai loro discepoli di cui spesso conosciamo addirittura i nomi reali. Questa modalità era prassi comune che non scandalizzava nessuno, perché faceva in modo che il pensiero di un grande maestro potesse correre dentro la storia ed essere attualizzato all’interno di altre circostanze.
Alcuni discepoli della scuola di Platone o di quella di Aristotele, ritenendosi gli unici depositari del vero pensiero del loro maestro, perché magari l’avevano ascoltato e seguito, ne rivendicavano l’autorevolezza rispetto ad altre interpretazioni difformi e questa stessa cosa è successa anche con gli apostoli e con la Chiesa.
La lettera di Paolo ai Colossesi con l’autorità dell’Apostolo Paolo contesta quella che viene chiamata dagli studiosi moderni l’Eresia di Colosse.
Non deve scandalizzare il fatto che si voglia in qualche modo preservare l’autenticità del messaggio perché possa essere fecondo per nuovi problemi che la storia presenta.
Perciò, nell’ipotesi che la Lettera ai Colossesi sia da considerarsi pseudo-epigrafica, questo è l’intento che noi oggi dobbiamo leggerci dietro e il suo bello sta proprio nel fatto che un genio come l’apostolo Paolo sia riuscito comunque a trasmettere così bene il suo spirito, tanto che alcuni dei suoi discepoli sono riusciti a scrivere una lettera come quella ai Colossesi in cui c’è uno sviluppo davvero notevole della cristologia e uno stile nuovo pur rimanendo fedele al vangelo di Paolo.
Il grande Inno, l’affermazione ‘Cristo in voi’, l’assicurazione che noi col battesimo già partecipiamo anche alla resurrezione di Cristo, sono tutte accentuazioni da considerarsi una sorta di dilatazione della comprensione, che viene estesa e applicata anche ad altri contesti.
Gli Apostoli, che all’inizio erano tutti ebrei, entravano nelle sinagoghe affermando che Gesù era il Messia perché, dicevano, tutto quello che era stato preannunciato nei testi della bibbia ebraica Gesù l’aveva compiuto.
Ma nella Lettera ai Colossesi non c’è nessuna citazione dell’Antico Testamento, perché probabilmente è stata scritta in un periodo più avanzato, in un contesto completamente diverso, indirizzata ad una comunità prevalentemente di origine pagana, in cui circolavano tante altre filosofie di vario genere, elleniste, giudaiche, ecc., per cui era inutile un richiamo alle Scritture ebraiche.
Viceversa, l’autore o gli autori della Lettera fanno uso di categorie come quella di ‘mistero’, prendono in considerazione anche l’idea trascendente con tutte le varie potenze mediative, gli arcangeli, le dominazioni, i principati, le potestà, tutte cose che invece rientravano nell’esperienza e nel linguaggio di quel popolo. Pur restando fedeli allo Spirito accettano la sfida di cercare di divulgare e approfondire maggiormente nella realtà la consapevolezza, la conoscenza, la capacità di trasmissione e di penetrazione del dono del Vangelo, del dono di Cristo, anche facendo ricorso a categorie differenti, che però le persone conoscono, e nonostante tutto riuscendo a restare aderenti al pensiero che Paolo aveva manifestato nelle lettere sicuramente sue.
Negli anni ‘80-’90 del secolo scorso, tra gli esegeti prevaleva l’idea che la Lettera ai Colossesi non fosse di Paolo, quelli di oggi invece sono un pochino più cauti e dicono che tante argomentazioni non sono sufficientemente stringenti. Ma in definitiva se davvero questa Lettera non fosse di Paolo ma fosse stata scritta dai suoi discepoli per noi il suo valore risiederebbe comunque nel fatto che tutti questi collaboratori di Paolo erano testimoni disposti a mettersi in gioco fino in fondo, ad affrontare anche il rischio di essere messi in carcere (come il loro maestro), pur di restare fedeli ad una tradizione viva.
Gesù non ci appare tutti giorni per parlarci, per dirci le cose, ma questa radice, questa tradizione autentica può aiutarci a trovare la sua Parola. Noi ci confrontiamo con gli scritti dei testimoni e della loro cerchia, ispirati dallo Spirito Santo perché possano contenere la Parola di Dio e poi è lo stesso Spirito che rende questi testi vivi per noi oggi.
Preghiera Finale:
Signore ti ringraziamo, ti benediciamo, chiediamo con forza la tua benedizione, il dono del tuo spirito, della tua comunione, la passione rinnovata per te e per il tuo Regno, la fiducia e la forza per essere anche capaci di leggere la tua luce presente nel mondo, un mondo che in questo momento ha tante tenebre, in cui c’è tanto male scatenato.
Fa che questo non ci faccia rinchiudere, che l’amore scacci la paura e ci proietti verso i fratelli con umiltà e veracità.
Padre nostro.
Trascrizione a cura di Gaia Iandelli Obl.OSB