«Io vidi la speranza de’ beati»: trascrizione della prima meditazione dantesca proposta il 27 novembre 2025 da dom Placido
Meditazioni
IO VIDI LA SPERANZA DE’ BEATI
San Miniato al Monte, 27 novembre 2025
La Basilica di San Miniato nella Divina Commedia
“Io vidi la speranza dei beati”. Siamo ormai al termine dell’anno giubilare sulla spe-ranza e il tempo della Chiesa che è anche tempo liturgico ci invita a riflettere sul-la speranza, ad avvolgere anche la Divina Commedia del suo colore verde, di viridi-tas.
Ma non a caso, perché il Magistero della Chiesa, soprattutto nel Novecento – Paolo VI, poi Benedetto XVI e Papa Francesco – ha richiamato proprio la figura di Dan-te Alighieri come profeta di speranza. Leggeremo dunque la Divina Commedia alla luce della speranza, una speranza che è quella che noi viviamo come uomini e don-ne viatores, in cammino in questo pellegrinaggio terreno incontro alla gloria futura.
Il primo incontro, come sempre, è l’incontro delle introduzioni e la prima premessa che devo farvi è che questi incontri hanno un po’ il sapore della farmacia del nostro negozio: si chiama farmacia, ma quando si entra si scopre che c’è tutt’altro, o meglio, oltre a tante cose che fanno bene alla salute fisica ci sono anche biscotti, gelati, ico-ne, le nostre piccole opere d’arte… questo per dire che la nostra è una farmacia che vende prodotti che fanno bene al corpo e allo spirito. Coloro poi che lavorano al banco del nostro negozio – noi monaci – non sono laureati in farmacia, e ugual-mente il sottoscritto non è laureato in Lettere, ma è un appassionato di Dante che vuole proporvi qualche “dolcino” che faccia bene al nostro spirito nella “selva oscu-ra” che viviamo ai nostri giorni e nella nostra vita quotidiana. Questa è la prima premessa.
La seconda premessa è che – vedo che alcuni di voi sono già pronti a prendere ap-punti – la vita è una scuola: ce lo insegna San Benedetto, quando rammenta ai mo-naci che il monastero è una “scuola del servizio divino”, ma ce lo dice anche lo stes-so Vangelo, perché il nostro essere cristiani è un essere discepoli del Maestro che è Cristo.
Il tornare a scuola non vuole essere perciò un rinvangare gli anni più o meno felici con cui abbiamo trascorso le nostre giornate sui banchi e nello studio; vuole piutto-sto ricordarci che la nostra vita è chiamata, come vita cristiana, ad essere una conti-nua formazione, una continua scuola. E allora per noi la Divina Commedia sarà come un libro di testo per la nostra vita, un libro di testo che ci insegna a dare un senso, attraverso gli occhi dello Spirito Santo, alle ragnatele della nostra esistenza.
Come cominciare, visto che la Divina Commedia non è un “libriccino”? L’idea è prendere spunto da alcuni brani seguendo l’ordine delle tre cantiche come un ordine esistenziale con cui Dante ha vissuto l’esperienza di conversione: da un inferno fino al paradiso; però anche con la libertà che mostra lo stesso Dante nel far “passeggia-re” i suoi personaggi da un regno all’altro, e così faremo anche noi.
Dunque come cominciare? Cominciamo proprio dove c’è il nostro cuore di monaci: qui a San Miniato. C’è un passo celebre in cui Dante Alighieri nella Divina Com-media tratteggia la figura della nostra Basilica. Ora, non solo non sono laureato in Lettere, ma sono anche un pessimo attore, quindi non declamo il branco ma lo leg-go con semplicità.
A noi venìa la creatura bella,
biancovestito e ne la faccia quale
par tremolando mattutina stella.
Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;
disse: «Venite: qui son presso i gradi,
e agevolemente omai si sale.
A questo invito vegnon molto radi:
o gente umana, per volar sù nata,
perché a poco vento così cadi?».
Menocci ove la roccia era tagliata;
quivi mi batté l’ali per la fronte;
poi mi promise sicura l’andata.
Come a man destra, per salire al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
si rompe del montar l’ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
ch’era sicuro il quaderno e la doga;
così s’allenta la ripa che cade
quivi ben ratta da l’altro girone;
ma quinci e quindi l’alta pietra rade.
Noi volgendo ivi le nostre persone,
‘Beati pauperes spiritu!’ voci
cantaron sì, che nol diria sermone.
(Purg. XII, 88-111)
…è dal lato del ponte Rubaconte una sa-lita sulla quale è una chiesa, che ha no-me san Miniato, e perché era malagevole ad andare alla detta chiesa per la monta-ta, si fùe intagliato nel sasso gradi a mo-do di scala di pietre, e per suso quelli vi si puote andare; così, dice l’autore, erano quelli del monte del Purgatorio; ed a tal modo la durezza del montare e fatica si allentava, ed era leggiera.. (Jacopo della Lana)
…gradi di pietra a mo’ di scale, dai piedi del monte fino all’ingresso della stessa chiesa, affinché così potessero salire più agevolmente e con facilità uomini e donne che andavano alla chiesa a moti-vo dell’indulgenza. (Benvenuto da Imola)
Potremmo dedicare l’intera serata a commentare questo brano, ma noi vogliamo su-bito concentrarci su quest’immagine, che ho riportato in grassetto, che descrive la nostra chiesa. Ma dove siamo? Siamo sulla montagna del Purgatorio: ha terminato di percorrere il primo girone del monte e, dopo aver incontrato gli spiriti superbi che qui scontano la loro pena, si appresta a salire al secondo girone.
Il “biancovestito” vorremmo che fossimo noi monaci olivetani, ma ancora non era-vamo a San Miniato al tempo in cui il nostro fondatore san Bernardo Tolomei stava cominciando i suoi primi passi di ricerca del Signore. Il biancovestito è un angelo, un angelo col volto splendente di speranza come questa mattutina stella; apre le braccia e l’ali, in segno di accoglienza misericordiosa e ci invita, invita Dante e Vir-gilio e invita noi tutti, a salire per i “gradi”, i gradini di una salita.
…«Venite: qui son presso i gradi,/ e agevolemente omai si sale. / A questo invito vegnon molto radi…
Sono poche le persone: – stasera siete un buon numero, visto il freddo, vista la sta-gione, ma talvolta, nei primi di gennaio sono veramente poche le persone che ven-gono su a San Miniato.. – Ma Dante parla dei superbi: sono veramente poche le persone che riescono a guarire dalla superbia.
L’angelo, dopo questa invettiva, “ o gente umana, per volar sù nata, perché a poco vento così cadi?”, ci porta dove la roccia era tagliata e dolcemente batte le ali sulla fronte di Dante cancellandogli la prima P – perché a Dante, appena entrato nel Pur-gatorio, sono state impresse sette P che rappresentano i sette vizi capitali che dovrà espiare salendo per i sette gironi del monte.
….mi batté l’ali per la fronte;
poi mi promise sicura l’andata.
Come a man destra, per salire al monte
dove siede la chiesa che soggioga
la ben guidata sopra Rubaconte,
si rompe del montar l’ardita foga
per le scalee che si fero ad etade
ch’era sicuro il quaderno e la doga;
Arriviamo al passo che ci interessa. Dante è ironico: “la ben guidata” è Firenze, la città che nel Duecento è stata testimone dei più feroci odi tra le famiglie dei Guelfi e dei Ghibellini. “Sopra Rubaconte”: è il Ponte alle Grazie, che noi qui da San Minia-to vediamo benissimo, che è stato un simbolo della rinascita fiorentina nel Duecen-to, della sua espansione da piccola cittadina a città comunale che estendeva i suoi confini oltre l’Arno, un ponte voluto da Rubaconte il primo potestà “straniero” – era lombardo – della storia fiorentina.
Dante non vide, perché non era ancora nato, la messa in posa di questo ponte, ma molto probabilmente fu testimone, da bambino, di un grandissimo evento politico che si svolse proprio sulle rive dell’Arno presso il ponte di Rubaconte.
Dante aveva otto anni quando ci fu a Firenze una sorta di “G3”, un incontro tra le tre grandi potenze dell’epoca: il Papa Gregorio X, il re di Sicilia Carlo D’Angiò, che in quel periodo era anche potestà di Firenze in via straordinaria, e l’imperatore d’Oriente latino in esilio, Baldovino; venuti, oltre che per discutere di politica inter-nazionale, per porre pace a Firenze.
Il Papa Gregorio X era ospitato nel Palazzo dei Mozzi, proprio di fronte al ponte di Rubaconte: ve lo dico per fare un po’ di pettegolezzi storici, perché Dante è profeta di speranza ma è anche profeta di storia, come sappiamo bene, ed è utile, per un momento, fare una radiografia della memoria di Dante per ricostruire la nostra San Miniato in questo contesto storico-politico. Dunque il Papa era ospite dei Mozzi, Carlo d’Angiò dei Frescobaldi e l’imperatore latino dimorava nell’Episcopio. Ebbe-ne: una grande celebrazione liturgica, Guelfi e Ghibellini si scambiano il bacio di pace come fratelli.
Ma ecco che dopo due anni il Papa ritorna questa volta per comminare l’interdet-to alla città di Firenze, perché nel frattempo era scoppiata ogni sorta di violenza. È questo che Dante vede, che San Miniato vede dall’alto sul ponte di Rubaconte, que-sta “ben guidata” città che non riesce a sottomettersi al giogo del Papa, non vuole la pace. Allora capiamo anche questa immagine di questa chiesa che siede e che soggioga: lasciamoci suggestionare da essa. San Miniato non è citata per nome, perché diventa simbolo, lei stessa, della Chiesa. La chiesa che siede è la Chiesa che giudica, come il nostro Pantocrator che siede sul trono, per dire che Egli è il giudi-ce della nostra storia e la Chiesa è partecipe con Cristo di questo giudizio.
Non dimentichiamo che il nostro mosaico di San Miniato fu inaugurato nel 1297, tre anni prima dell’esilio di Dante. Quindi Dante ebbe modo di contemplare la bellezza di questo splendido mosaico, da imprimerselo come uno degli ultimi grandi ricordi della sua Firenze. La chiesa che siede e che soggioga: perché sta so-pra, domina la città, ma anche, forse, perché la chiesa di San Miniato vuole richia-mare questa dimensione giudiziale che ha la Chiesa sulla storia.
Però, attenzione, una potestà giudiziale che si manifesta nel suo potere di sciogliere e legare, il suo potere di riconciliare il mondo a Dio, di riconciliare gli uomini tra di loro e col Signore; questa è la potestà giudiziale a cui fa riferimento Dante proprio sul monte del Purgatorio. San Miniato diventa il simbolo della comunione della Chiesa che si fa ponte di riconciliazione tra cielo e terra.
Ho riportato due interessanti commenti dei primi commentatori del Trecento, uno dei quali, Benvenuto da Imola, nel descrivere questo passo e citando San Miniato, dice che la scala fu costruita per rendere più agevole la salita a uomini e donne che andavano alla Chiesa a motivo dell’indulgenza. San Miniato era il santuario cittadi-no fuori dalle mura che custodiva le reliquie del protomartire e che offriva l’indul-genza a chi vi si recava: la nostra Basilica era come una “sorgente” di riconciliazio-ne.
Questo brano rappresenta per me come un manifesto di un’autentica ecologia inte-grale. Non lo dico per retorica perché, se leggiamo bene il testo, ci sono tutti gli in-gredienti di una vera ecologia: una natura, creata da Dio “buona e bella”, che però è diventata motivo di asperità per il peccato di superbia dell’uomo, che fatica ad entra-re in relazione col creato perché si è allontanato dal Creatore. Ma ecco che l’opera dell’uomo, nell’immagine di queste scale che agevolano la salita del monte, diven-ta come il segno di una creazione umana che vuole riportarci a quella naturale ar-monia e anche facilità di rapporto tra la nostra umanità ed il creato.
Ma c’è un altro ingrediente fondamentale per un’ecologia integrale: quello dell’one-stà umana, richiamata da alcuni fatti di cronaca qui appena citati. Dante rivolge la mente al passato, quando queste scale furono costruite, quando “era sicuro il qua-derno e la doga”; probabilmente ai tempi in cui veniva eretta la Basilica, ma forse anche prima; forse già ai tempi in cui vi era un piccolo oratorio proprio qui sul monte. Il “quaderno e la doga”: Dante fa riferimento ad un paio di scandali eco-nomici del suo tempo: un priore aveva strappato una pagina di un atto notarile che lo incolpava (il quaderno) e un altro fiorentino aveva truccato i recipienti di misura di distribuzione del sale per guadagnarci sopra.
L’opera umana, per riportare l’armonia nel creato, ha bisogno di ritornare all’onestà dello spirito: solo così la nostra salita diventa rapida, diventa lieve e leggiadra come lo era alle origini.
E per concludere: Dante sente questo canto, il canto delle beatitudini, “beati i poveri in spirito”, che certo fa riferimento agli umili, come già i Padri della chiesa interpre-tavano questo versetto del Vangelo, ma sicuramente attraverso questa parola della povertà richiama anche la semplicità dei costumi che Dante rimpiange.
Dante profeta di speranza
Vi ho riportato anche un brano di papa Francesco che vuole essere rappresentativo del Magistero recente, in cui Dante è stato interpretato come profeta di speranza: pian piano ci addentriamo nel cuore del tema della speranza. Sono parole chiare, piene di afflato e di amore per la Divina Commedia.
In questo particolare momento storico, segnato da molte ombre, da situazioni che degra-dano l’umanità, da una mancanza di fiducia e di prospettive per il futuro, la figura di Dante, profeta di speranza e testimone del desiderio umano di felicità, può ancora donarci parole ed esempi che danno slancio al nostro cammino. Può aiutarci ad avanzare con serenità e coraggio nel pellegrinaggio della vita e della fede, che tutti siamo chiamati a compiere, finché il nostro cuore non avrà trovato la vera pace e la vera gioia, finché non arrivere-mo alla meta ultima di tutta l’umanità, “l’amor che muove il sole e le altre stelle.
(Par. XXXIII, 145)
Io vidi la speranza de’ beati
Ora ci aspetta un argomento un po’ difficile. Mi riferisco ad una canzone che vor-rei brevemente presentare come introduzione alla Divina Commedia, perché in que-sta canzone di Dante, che è riportata nella Vita Nuova, noi possiamo trovare una chiave per interpretare e leggere tutta la Commedia. È un testo celebre, considerato come un manifesto del Dolce Stil Novo, di questo nuovo modo di far poesia di Dante, che viene introdotto silenziosamente in questa canzone.
Donne ch’avete intelletto d’amore,
i’ vo’ con voi de la mia donna dire,
non perch’io creda sua laude finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
Io dico che pensando il suo valore,
Amor sì dolce mi si fa sentire,
che s’io allora non perdessi ardire,
farei parlando innamorar la gente.
E io non vo’ parlar sì altamente,
ch’io divenisse per temenza vile;
ma tratterò del suo stato gentile
a respetto di lei leggeramente,
donne e donzelle amorose, con vui,
ché non è cosa da parlarne altrui. Angelo clama in divino intelletto
e dice: «Sire, nel mondo si vede
maraviglia ne l’atto che procede
d’un’anima che ’nfin qua su risplende».
Lo cielo, che non have altro difetto
che d’aver lei, al suo segnor la chiede,
e ciascun santo ne grida merzede.
Sola Pietà nostra parte difende,
che parla Dio, che di madonna intende:
«Diletti miei, or sofferite in pace
che vostra spene sia quanto me piace
là ’v’è alcun che perder lei s’attende,
e che dirà ne lo inferno: O mal nati,
io vidi la speranza de’ beati».
(Vita Nuova, XIX, 4-8)
Vi riporto una breve versione in prosa, per spiegarvi il significato di questa bellis-sima poesia che, letteralmente, è la poesia di un innamorato per la sua amata. Una poesia in cui Dante vuole rendere partecipe della sua lode d’amore tutte le donne che hanno intelletto d’amore, che comprendono cioè le ragioni dell’amore, possono comprendere questo afflato, questo grande desiderio di Dante di rendere lode al va-lore della sua donna. E, dopo un’apparente retorica di timidezza, con cui Dante di-ce che ne parlerà semplicemente, perché non vuole fare delle cadute di stile, ché ne proverebbe vergogna, il poeta immagina la scena di un angelo che al cospetto del Sire, del Signore Dio, protesta: e cosa dice? Signore, nel mondo c’è un miracolo di splendore di un’anima e il cielo sembra avere un solo difetto, il fatto che manca di quest’anima, e allora prega il Signore di portare subito quest’anima in cielo. Noi sappiamo che Beatrice morirà giovanissima e sarà questa perdita il motivo sorgivo di tutta la poesia di Dante.
Dante prosegue dicendo che soltanto la Pietà difende la nostra parte di uomini e donne qui sulla terra da coloro che sembrano degli angeli crudeli, che per un loro egoismo ci privano delle persone a noi care. Allora Dio, a nostra difesa, tiene buono l’angelo e dice: «diletti miei, ora soffrite un po’ in pace: ché la vostra speranza, cioè di vedere Beatrice in cielo, duri quanto piace a me, che sono il Signore, perché là sulla terra vi è qualcuno, Dante, che sa che dovrà perderla, ma che dirà nell’inferno “o mal nati – o spiriti dannati – io vidi la speranza de’ beati”.
Ecco, sembra una semplice poesia d’amore con questa iperbole, dove addirittura il cielo si contende con la terra l’anima di Beatrice così che il nostro Signore, per pietà, decide di lasciarla ancora un po’ sulla terra per consolare chi la ama.
Nel Purgatorio, c’è un passo nel quale Dante cita questa canzone e ne fa proprio il manifesto della sua poesia. In questo passo, Dante si ritrova con i più cari amici compagni di poesia; si trova in compagnia di Forese e incontra, tra le anime dei go-losi, altri grandi poeti, tra i quali un certo Bonagiunta da Lucca, il quale rivolge la parola a Dante. Egli lo riconosce come il Dante del Dolce Stil Novo e gli dice:
Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
‘Donne ch’avete intelletto d’amore’».
E io a lui: «I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando».
«O frate, issa vegg’ io», diss’ elli, «il nodo
che ‘l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo.
(Purg.XXIV, 49-54)
Bonagiunta si riferisce alla canzone Donne ch’avete intelletto d’amore come alle “nuove rime” e Dante, mentre accoglie il complimento di questo poeta, gli risponde esprimendo la sostanza della sua poesia, una sostanza che lo identifica nel profondo come poeta cristiano; infatti dice:
I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando.
Dante imprime nella memoria del suo cuore ciò che l’amore gli ispira; quindi da questa memoria trae fuori e va a significare quello che l’amore gli ha ispirato nel cuore.
Siamo proprio davanti alla presa di coscienza della dignità del cristiano, della sua chiamata ad essere partecipe nel suo spirito della “spirazione” dell’amore divino.
Dante è cosciente di aver ricevuto un carisma particolare, un dono dello Spirito San-to che lo rende profeta; un dono soprannaturale che lo rende capace di scrivere, di testimoniare nella sua vita come un “dizionario” dello Spirito Santo, dal quale poter comprendere tutte le righe, tutte le parole che l’amore di Dio scrive nella nostra sto-ria per renderle così comunicabili e “visibili” agli uomini e alle donne di tutti i tem-pi. Tanto che nel Paradiso arriverà a dire una cosa sensazionale:
Lo ben che fa contenta questa corte,
Alfa e O è di quanta scrittura
mi legge Amore o lievemente o forte.
(Par. XXVI, 16-18)
Dio, che è il bene che fa contento, che soddisfa tutto il Paradiso, è Alfa e Omega, è principio e fine di tutta quanta la scrittura che l’amore gli legge, secondo una sensi-bilità affettiva che ora gliela legge più lievemente, ora più forte, ma è sempre l’amore che gli fa interpretare tutta quanta la storia.
In questo senso Dante è profeta: non tanto perché è un “Savonarola” – perché noi spesso interpretiamo così Dante, come un “Pre-Savonarola” che fustiga i cattivi del-la sua storia e minaccia quelli futuri che verranno. No, Dante è profeta perché è ve-ramente “co-spiratore” dello Spirito Santo in questa lettura della storia attraverso la sua poesia. Per questo crea qualcosa di nuovo, crea una nuova poesia; non è più la poesia formale di una “iper-retoricità” che vuole, nella molteplicità delle figure reto-riche, esprimere la grandezza dell’amore, Dante vuole invece comunicare lo stesso Spirito Santo che inabita nel cuore attraverso la sua poesia.
Infine, arriviamo al nocciolo della questione da cui siamo partiti, il titolo, perché la canzone termina con questo versetto: “Io vidi la speranza de’ beati”.
Nei commenti generalmente non si dà importanza a questo versetto che sembra semplicemente il termine di una grande iperbole. Ho trovato una interpretazione molto originale leggendo un commento alla poetica di Dante scritto da Giovanni Pascoli, La mirabile visione, opera poco conosciuta, perché Pascoli non è rimasto famoso per i suoi commenti alla Divina Commedia che meriterebbero, invece, più attenzione.
Giovanni Pascoli, che riconosce in Dante la figura di un teologo – cosa ben nota agli antichi – osserva come in questo “Io vidi la speranza dei beati” ci siano degli assurdi teologici: ci sono cioè due “errori teologici” – almeno così appaiono – che uniti insieme dicono una verità più profonda.
Il primo è che Dante afferma: “Io vidi la speranza”. L’apostolo Paolo nella lettera ai Romani afferma:
Nella speranza infatti siamo stati salvati. Ora una speranza che si vede non è più speranza; infatti, chi spera ciò che vede? Ma, se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza. (Rm 8,24-25)
La speranza dunque non si vede, eppure Dante dice: Io vidi la speranza, cosa vuol dire?
Secondo assurdo teologico: la speranza dei beati. Ma i beati sperano, possono ave-re speranza? San Tommaso nella Summa dice:
Ma i beati vedono ciò che forma l’oggetto della speranza, cioè Dio. Quindi non sperano.
(San Tommaso, S.T. I-II q. 67, a.4)
È un corollario che deriva dalla precedente citazione biblica. Ora proviamo a riflette-re: che cos’è la speranza? Ci facciamo aiutare da Dante che, in una bellissima terzina, dice:
Spene, diss’ io, «è uno attender certo
de la gloria futura, il qual produce
grazia divina e precedente merto.
(Par. XXV, 67-69)
La speranza è un attendere certo della gloria futura. Poi Dante specifica che la spe-ranza è un dono della grazia, è la grazia che la produce coinvolgendo nel merito an-che la collaborazione umana, la risposta umana. Ma a noi basta questa definizione: attesa certa della gloria futura. In questo senso, come dice San Tommaso, i beati hanno già la gloria, non è futura per loro, quindi non hanno più la virtù teologale della speranza. Allora, come dobbiamo leggere questo versetto? Ho scritto una trac-cia ispirata al commento di Pascoli e rielaborata:
Chi è Beatrice
Beatrice, con la sua umanità trasfigurata dalla grazia, – maraviglia ne l’atto: un miracolo – è punto di convergenza di due sguardi amorosi, come il punto di incrocio di due coni di luce contemplativa, del cielo e della terra. Sulla terra la sua visione alimenta la certezza della gloria futura alla quale ella con-duce come “speranza che si vede”, ossia come speranza che ormai si è spogliata di se stessa – la spe-ranza che si vede non è più speranza! – per fiorire come sapienza amorosa che si unisce all’anima umana rendendola “donna che ha intelletto d’amore”. In cielo la speranza-Beatrice che le anime beate lasciano in terra – i beati non portano con sé in cielo l’abito della speranza! – è contemplata come punto focale del desiderio pulsante di carità-Pietà: la comunione integrale e definitiva di tutti e di tutto in Dio.
Dobbiamo capire che qui la speranza dei beati è Beatrice, Beatrice è la speranza. In questo passo noi scopriamo già una chiave con cui leggere questa figura fondamen-tale in tutta la Divina Commedia mettendola in rapporto con la speranza. Ma una speranza molto particolare, perché Beatrice è speranza in quanto è stata un miracolo per Dante; quando nella canzone si parla di una meraviglia nell’atto, è questa una definizione di miracolo, nel senso di un’opera della grazia che agisce nella storia.
È con la sua umanità trasfigurata dalla grazia che Beatrice è un miracolo e diventa, possiamo dire, come un punto di convergenza di due sguardi contemplativi: lo sguardo di Dante, lo sguardo dell’uomo, dell’umanità su questo miracolo e lo sguardo del cielo che pure dall’alto contempla questo miracolo: ma sotto due punti di vista diversi.
Sulla terra la sua visione alimenta la certezza della gloria futura, alla quale ella con-duce come speranza che si vede. Cosa vuol dire speranza che si vede? San Paolo di-ce che una speranza che si vede non è più speranza. Allora, la sua umanità trasfigu-rata non è più speranza ma è diventata qualcosa di più: è diventata cioè sapienza amorosa che si è unita alla sua anima ed è questa sapienza amorosa che è un tutt’uno col suo cuore, che dona a Dante la certezza che è propria della speranza. La speranza è tale in quanto esiste una certezza fondata sulla fede che si riverbera nel nostro cuo-re come un’apertura a questa gloria futura. È questa sapienza amorosa che Dante vi-ve nel suo cuore attraverso il miracolo di Beatrice.
Ora guardiamo l’altro punto di vista, quello dei beati.
Che cos’è questa speranza dei beati? È la speranza che le anime beate hanno lasciato in terra: proprio perché sono entrati in cielo la loro speranza è rimasta sulla terra. Gli angeli e i beati non sperano più come noi, però desiderano, quello sì – non è solo una sottigliezza di parole. Secondo la nostra fede la carità d’amore di cui sono parte-cipi e trasfigurati in pienezza gli angeli e i beati non cancella il desiderio: anzi, lo porta alle supreme potenze. Ed ecco che la loro speranza, che hanno lasciato sulla terra per noi uomini, diventa per loro una pienezza di carità che fa desiderare: che cosa? Fa desiderare la salvezza universale.
Attraverso Beatrice, che è il punto di convergenza di questi due sguardi, il cielo de-sidera la salvezza, desidera la comunione integrale di tutto il creato con Dio, che sta a fondamento della Divina Commedia e di cui Dante ha fatto un’esperienza del tutto particolare. Non sappiamo se abbia anche avuto una visione, lo lasciamo come un punto di domanda, per quanto anche un grande critico come Romano Guardini lo ritenga molto verosimile.
Ciò che è all’origine della Divina Commedia è proprio questa profezia sapiente, amorosa, dalla quale Dante ha ricevuto una forza straordinaria per scrivere, riscrivere la sua storia, la storia del suo tempo e la storia umana, facendone una rappresenta-zione a mo’ di commedia, una rappresentazione che eccede di umano prima ancora che di divino ed è questo il fascino della Divina Commedia. È un fascino dovuto al fatto che l’aldilà non è in realtà un “al-di-là”, – e non deve essere tale per noi cristiani – ossia come qualcosa di separato, qualcosa che riguarda solo il mistero dopo la morte; anzi, il Regno dei Cieli è compenetrato della nostra umanità, è una comu-nione ecclesiale.
È la comunione della Chiesa dei beati con la Chiesa pellegrinante e, tanto più noi siamo vicini a questa prospettiva, quanto più entriamo nel mondo della Divina Commedia riconoscendovi una umanità potenziata. Vi ritroviamo gli aspetti umani della quotidianità, anche quelli più volgari nell’Inferno, ma via via siamo guidati a contemplare un’ulteriorità che è pur sempre umana, pienamente umana, di chi si apre alla grazia, facendo del Paradiso l’immagine di una “umanità ritrovata”. Il Pa-radiso ci fa ritrovare Beatrice, ci fa ritrovare come uomini e donne che vivono e che hanno vissuto la missione di mostrarsi” come mediazione di speranza per gli altri.
Mi piace riprendere un’immagine di san Bernardo che P. Stefano ha citato nel suo ultimo incontro di Lectio – una continuità provvidenziale – approfondendo il tema dell’escatologia e quindi della speranza nella Lettera ai Colossesi. Scrive San Ber-nardo:
Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipiamo con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono.
(San Bernardo di Chiaravalle, Discorsi, cit. in Lectio di p. Stefano, 18 novembre 2025).
Ecco, è questo anche lo spirito della Commedia di Dante.
Preghiera finale
Vergine Madre, figlia del tuo figlio,
umile e alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ‘l suo fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo ne l’etterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ‘ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia e a te non ricorre,
sua disïanza vuol volar sanz’ ali.
La tua benignità non pur soccorre
a chi domanda, ma molte fïate
liberamente al dimandar precorre.
In te misericordia, in te pietate,
in te magnificenza, in te s’aduna
quantunque in creatura è di bontate.
Amen.
(Par. XXXIII, 1-21)
Trascrizione a cura di Maria Grazia Celli