Lectio divina sulla Lettera ai Colossesi: trascrizione del quindicesimo incontro animato il 6 febbraio 2026 da dom Stefano

Lectio divina sulla Lettera ai Colossesi: trascrizione del quindicesimo incontro animato il 6 febbraio 2026 da dom Stefano

Lectio divina


6 febbraio 2026
San Miniato al Monte
Sintesi XV Incontro di Lectio Divina
Sulla Lettera ai Colossesi

Preghiera iniziale

Padre Santo ti ringraziamo per il dono di averci convocato, per gentile impulso del tuo Santo Spirito, alla mensa della Scrittura offertaci dalla tradizione dell’apostolo Paolo nella Lettera ai Colossesi.
Ti ringraziamo per il dono che questo cibo solido è stato fino ad ora, per l’energia che ci hai offerto per assimilarne il nutrimento e crescere nella vita in Cristo Signore e Mediatore universale.
Oggi ci chiedi un ulteriore sforzo per rintracciare e testare l’umile e grandiosa potenzialità del lievito evangelico nella massa del cammino dell’umanità vista nelle sue articolazioni sociali e famigliari, all’interno dei condizionamenti culturali.
Donaci di tenere fisso il nostro sguardo su Gesù per poter vincere lo sconcerto che la lettura di oggi potrà suscitare in noi.
Effondi il tuo Spirito perché facendo oggetto di ascolto, di riflessione, di ruminazione, questi testi, cogliamo il frutto della tua Parola trasformatrice e acquisiamo gli strumenti per orientare la nostra vita personale, familiare e di comunità nella direzione dello Spirito e non della lettera, in fedeltà alla logica umile e talora sconcertante dell’incarnazione, per Cristo nostro unico Signore. Amen
——-

Fotografia di Alessandra Pavolini

In definitiva, se isolati, questi codici sono gabbie;
se inseriti nel disegno di Cristo che è “tutto in tutti”,
diventano cantieri di liberazione e fraternità.

Il testo di oggi nella sua brevità, in realtà ci porta comunque a dover affrontare, o perlomeno a prendere in considerazione, alcune tematiche delicate e anche importanti, in certi casi oggi imprescindibili. Vorremmo approfittare della sfida che il testo ci presenta come di un’occasione propizia per vedere come approcciare i brani, difficili, che possiamo incontrare nella Sacra Scrittura e sfatare la falsa convinzione che i testi duri, difficili e violenti, si trovino solo nell’Antico Testamento.
Nel tempo di silenzio che seguirà immediatamente la proclamazione del testo avremo modo di rileggerlo e al contempo di leggere anche gli altri testi appartenenti allo stesso genere letterario (codice domestico), presenti nel Nuovo Testamento (riportati alle pagine 11-12 della presente sintesi).
Noterete che il nostro, insieme a quello della Lettera agli Efesini, sono addirittura meno problematici rispetto a quelli delle Lettere Pastorali e della Prima lettera di Pietro. Così sfatiamo anche l’affermazione che spesso si sente che il Nuovo Testamento è buono, mentre l’Antico è duro, difficile, violento. Anche il Nuovo Testamento infatti ha le sue pagine più esigenti e poco spendibili rispetto alla nostra cultura contemporanea. Dopo cercheremo di tirare fuori qualcosa che serva a noi, perché non veniamo qui semplicemente per non vergognarci quando ci criticano sulla Bibbia, ma per avere invece degli strumenti, come chiedevamo nella preghiera, per poter entrare dentro, e anche per avere consapevolezza delle problematiche che possono essere agitate e a volte anche utilizzate in maniera magari o anacronistica o in qualche modo risentita o faziosa. Noi non vogliamo schivare le difficoltà ma conoscere il lavoro esegetico e interpretativo fatto, per comprendere il valore di questi testi e la distinzione tra ciò che è Parola di Dio, sempre valida e vincolante per noi credenti, e il suo rivestimento culturalmente condizionato e perciò da declinare di volta in volta nelle differenti culture e situazioni.

Codice domestico (3, 18-25; 4,1)

3 18Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore.
19Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza.
20Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore.
21Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.
22Voi, schiavi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni: non servite solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore.
23Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini,
24sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità.
Servite il Signore che è Cristo!
25Infatti chi commette ingiustizia subirà le conseguenze del torto commesso, e non si fanno favoritismi personali.
4 1Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo.

Certo, appena uno oggi legge 18Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore, non è che abbia proprio tanta voglia di continuare a leggere.
Ma noi non ci scoraggiamo.
Ebbene, il testo che oggi consideriamo, come ricorderete bene, segue le esortazioni positive che la Lettera ai Colossesi ci presenta dopo quelle negative. Tutto era partito dai versetti iniziali del capitolo 3:
1Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; 2rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Quando lo abbiamo commentato, ci domandavamo cos’erano le cose di lassù e cos’erano quelle della terra e avevamo visto che nelle esortazioni negative si esplicitava cosa fossero “le cose della Terra” ovvero tutta una serie di vizi; poi invece, venivano esplicitate le cose di lassù, mettendo in evidenza cinque virtù più una. Fra le virtù abbiamo posto l’attenzione sull’umiltà, sulla magnanimità e poi ovviamente sulla sesta virtù, quella della carità che unisce tutte le altre in modo perfetto.
Avevamo anche visto come tutto questo ‘guardaroba di abiti’ costituiva la condizione attraverso cui si manifestava nell’agire concreto la fede del cristiano rinnovato nel battesimo e quindi la sua relazione viva con Cristo; tale guardaroba di abiti viene indossato grazie all’azione dello Spirito Santo che trova la disponibilità e la libera e perseverante determinazione del credente.
Cosicché la sua fede non resta una semplice adesione formale a una dottrina o a un credo, ma diventa un motore trasformante, una relazione viva, una vitale incorporazione a Cristo.
Venendo al nostro testo di oggi, a prima vista appare subito come un blocco a sé che si differenzia abbastanza nettamente sia nella forma che nel contenuto da quanto precede, inoltre il confronto con altri testi simili che si trovano sia nel Nuovo Testamento che nella letteratura extra biblica, hanno permesso di classificare questo brano come appartenente a un genere letterario specifico che è stato chiamato: ‘codice domestico’.
In realtà, gli esegeti più accurati, come il più volte citato Jean-Noël Alletti, ci mostrano che il codice domestico di Colossesi non è un masso erratico, bensì una esplicitazione coerente di come quelle virtù che ogni cristiano deve manifestare e coltivare, si esplicano all’interno delle relazioni fondamentali.
Ovviamente siamo nel I secolo, a Colosse in Asia Minore, nell’attuale Turchia, e quindi la matrice culturale prevalente è quella greco-ellenistica. In questo ambito già il grande filosofo Aristotele, nella Politica, aveva utilizzato questo genere di codici, sottolineando l’importanza del buon ordine della famiglia per avere un buon ordine all’interno della polis.

Quindi vengono date tutta una serie di indicazioni affinché si possano vivere le relazioni secondo lo schema del pater familias, cioè del patriarcato, che era lo schema vigente e fra l’altro indiscusso dell’epoca. Per noi è irritante e inaccettabile sentire queste prescrizioni che avvallano questo tipo di subordinazione della donna all’uomo nella famiglia e sentir parlare di schiavi come se fosse tutto pacifico, ma per mittente e destinatari immediati della lettera era una realtà di fatto, perché la società di quel tempo era così.
Forse fra due o trecento anni, ammesso che ci sia ancora l’umanità sulla Terra, sarà avvenuta una tale evoluzione sociale per cui probabilmente chi analizzerà la nostra società del XXI secolo esclamerà: “Ma guarda quelli cosa tolleravano!”
Di solito le menti più acute o i cuori più grandi riescono a leggere già sul momento le cose che non stanno né in cielo né in terra e che noi invece diamo per scontate, però voi capite che il condizionamento culturale va per modelli, che ovviamente si selezionano anche per far funzionare meglio l’interesse più o meno complessivo, in questo caso appunto l’ordine delle poleis, delle comunità, degli stati.
Allora, da un certo punto di vista sarebbe anche anacronistico che noi cercassimo in questi testi una dimensione di massima reciprocità, dove fra moglie e marito non ci fosse una dimensione gerarchia rigida, ma una dimensione paritetica, di rapporto simmetrico. Non era così!
Non solo, ma nelle case c’erano gli schiavi, persone che per statuto mancavano di tutta una serie di diritti, e questo era pacifico. Infatti, come vedremo in questo nostro testo, proprio la parte del rapporto schiavi-padroni è quella più sviluppata.
Il nostro testo è costituito da tre parti, con le tre coppie, mogli-mariti, genitori7padri-figli e poi schiavi-padroni.

L’ampiezza della terza parte ha fatto pensare ad alcuni autori, ad una relazione con la situazione concreta descritta nella lettera a Filemone. Pur se il legame non può essere provato è tuttavia significativo trovare nominato Onesimo proprio alla fine dell’ultimo capitolo della Lettera ai Colossesi.
Onesimo viene menzionato anche nella lettera più piccola dell’epistolario Paolino, la Lettera a Filemone, considerata sicuramente di Paolo a differenza di Colossesi, di Efesini, e delle altre lettere di cui abbiamo detto essere discussa l’attribuzione dell’autore. In essa si racconta la storia di uno schiavo scappato, di nome Onesimo, che aveva raggiunto Paolo che si trovava in prigione e lo aveva servito molto bene. Quando poi Paolo lo rimanda al suo padrone Filemone, che viveva a Colosse, gli invia anche un biglietto in cui gli dice: “Avrei potuto anche tenere Onesimo con me in considerazione del fatto che anche tu mi sei debitore: tu, infatti, sei diventato cristiano grazie a me. È vero che lui è scappato, però è anche vero che mi ha fatto tanto bene, perciò io te lo rimando, ma tu non riceverlo più come uno schiavo, ma come un fratello.”
Nella Lettera a Filemone, Paolo ci mostra anche la rivoluzione profonda che l’adesione al cristianesimo generava, senza trasformare o mettere in discussione la dimensione sociale con le sue divisioni nette e ben definite, in realtà però dall’interno le relazioni cambiavano.
Anche in Colossesi, nel dare indicazioni agli schiavi l’autore non mette in discussione il loro statuto di schiavi, che dà per scontato, semmai parla dell’importanza di agire non per essere visti, non per avere una qualsiasi condizione di privilegio o perlomeno di considerazione da parte del padrone, ma di agire per il Signore, quindi in qualche modo liberi un rapporto utilitaristico, in una nuova relazione in cui si fa tutto per Dio, perché è Lui che si serve.

Col 3, 23Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, 24sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità.

Lo schiavo non aveva eredità, non aveva diritto di eredità perché era schiavo, era come un possedimento del padrone. In realtà però gli schiavi battezzati hanno assolutamente diritto all’eredità, è l’eredità del Regno dei Cieli, la prospettiva escatologica accomuna tutti andando al di là degli stati sociali, in consonanza con quanto già affermato in Col 3,9-11b oltre che in Gal 3,18.
Il testo prosegue, questa volta rivolgendosi ai padroni, dicendo:

Col. 4 1Voi, padroni, date ai vostri schiavi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo.

Questo è il vero Signore e Lui darà l’eredità.
Per chi si fosse affacciato da poco ai nostri incontri, ripeto che con il termine di lettere paoline ‘autentiche’ si intendono quelle lettere che la critica storica non mette in discussione siano state sicuramente scritte o dettate da Paolo.
Su Colossesi invece sussiste il dubbio se sia stata scritta da lui o dai suoi discepoli diretti, perché comunque i costumi e la mentalità erano ancora molto vicini. Lo stesso dubbio sussiste anche per Efesini (che almeno riguardo al codice domestico più sviluppato e teologicamente ricco risulterebbe posteriore a Colossesi). Quanto invece alle lettere pastorali, ovvero le due lettere a Timoteo e quella a Tito, dalle tematiche trattate è facile cogliere una maggiore distanza temporale; infatti, non è presente solo un codice domestico, ma anche dei codici ecclesiastici, si parla di vescovi e diaconi e si danno direttive.
Le comunità non erano più formate solo da chiese domestiche attraverso le quali si propagava il Vangelo, ma ormai cominciavano ad avere una configurazione molto più ampia e strutturata.
Quindi, nelle lettere autentiche, quelle più antiche, (sia nella Lettera ai Romani, sia nelle due Lettere ai Corinzi), troviamo molto la sottolineatura del fatto che il battesimo dava la vera libertà. Paolo usa spesso il binomio ‘schiavo/libero’ per indicare che il battesimo ha liberato gli uomini dalla schiavitù della legge, dalla schiavitù del peccato; ovviamente Paolo interpreta tutto questo non in chiave sociologica, ma in chiave esistenziale e in riferimento all’unico Signore.
Siamo tutti fratelli, grazie a Cristo. Noi eravamo tutti schiavi e da schiavi siamo fatti figli. Questo è il nesso. Addirittura, nella Lettera ai Galati, c’è quella frase sovversiva che dice:

Gal 3, 28 Non c’è Giudeo nè Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.

Cristo, con la sua vittoria sulla croce, ha abbattuto tutti i muri di separazione e ovviamente noi dobbiamo tenere presente questa parola fortissima e di importanza capitale mentre cerchiamo di cogliere il senso del brano che stiamo analizzando.
La nostra non è una lettura fondamentalista, che legge un brano e lo isola dal contesto perché ritiene che siccome si trovi scritta nella Bibbia sia automaticamente Parola di Dio e dunque immediatamente evidente e normativo. La nostra fatica di leggere tutta una lettera (e possibilmente ampliare il raggio a tutto l’epistolario paolino) ha proprio lo scopo di saper collocare i versetti nel loro contesto, così poi da riuscire a coglierne il senso e quindi anche il valore.
Questo ci permette anche un approccio che arriva ad attualizzare il testo alla luce del Mistero di Cristo, portandolo nel nostro vissuto e traendone anche delle indicazioni per l’azione.

Tornando al nostro brano, c’è comunque questa struttura di disparità, con una categoria di sottomessi o subordinati e una categoria dominante, come poteva essere quella dei mariti.

Col 3 18: Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore.

La frase “come conviene nel Signore”, è un pochino “disturbante” per i mariti dell’epoca, giacché il termine di paragone, il punto di riferimento è sempre Cristo.
Anche nella relazione fra un uomo e una donna dell’epoca, -così asimmetrica per ragioni culturali- l’elemento che deve condizionare la relazione, è lo sguardo a Cristo.
Tenete conto che in questo caso, per come è strutturata la lettera, l’autore non sta parlando a dei mariti non cristiani, ma sta parlando all’intera comunità di fedeli di Colosse.
Quando Paolo prende in considerazione il caso di donne cristiane che sono spose di uomini pagani e viceversa, come nella Prima Lettera ai Corinzi, si esprime in modo diverso, anzi dice:
1 Cor 7 14Il marito non credente, infatti, viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non
credente viene resa santa dal marito credente; altrimenti i vostri figli sarebbero impuri, ora invece sono santi.
È bellissima questa affermazione di Paolo.
Questo discorso vale anche oggi, perché può essere celebrato un matrimonio cattolico, in chiesa, anche quando uno dei due non crede. Addirittura, nel rito questo è previsto nella formula del consenso che gli sposi pronunciano: chi crede dice “Io accolgo te in nome di Cristo” mentre l’altro non dice “In nome di Cristo”, così viene giustamente rispettato il fatto che la persona non è credente. Tuttavia, dal punto di vista del sacramento “vale di più la fede del credente della non fede del non credente” e ciò grazie all’amore e alla libera disponibilità di entrambi.
Ebbene, abbiamo visto come in certi altri casi l’uso dell’espressione ‘a immagine del Signore’ era da intendersi ‘a immagine di Dio, del Creatore’, ma in questo contesto il termine Signore si riferisce sempre a Cristo, perché è Lui che media la relazione di tutto il creato e in particolare dell’umanità rispetto a Dio.
Poi il brano prosegue rivolgendosi ai figli:

Col 3 20 Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore.

La lettera agli Efesini, (cfr Ef 5, 21-32 e 6, 1-9, vedi pag. 11), riprende e sviluppa entrambe queste due relazioni, uomo – donna e genitori – figli.
In particolare la relazione sponsale viene associata alla relazione Cristo – Chiesa, e viene sviluppata addirittura la teologia sacramentale del matrimonio cristiano. In Ef 5 si legge: 32Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! 33Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito.
Questo testo esplicita il mistero grande (magnum sacramentum) e motiva il fatto che quando celebriamo il sacramento del Matrimonio, la Chiesa stessa si riconosce in quel mutuo consenso che gli sposi si scambiano nell’amore, che esprime il patto di alleanza per tutta la vita, patto che manifesta, nella concretezza, l’alleanza di Cristo con la Chiesa stessa.
Dal ‘nostro’ punto di vista femminista cos’è che non va bene?
Il fatto che se tu usi come immagine sponsale Cristo e la Chiesa, senza ombra di dubbio tra i due Cristo è superiore. Se si associa Cristo al marito e la Chiesa alla moglie, certamente si riproduce un livello di subordinazione e anche se da una parte può essere bello associare il rapporto marito-moglie, alla scelta di una alleanza indefettibile di Cristo con la Chiesa, però bisogna stare attenti alle possibili derive che ne possono scaturire e bisogna sempre adottare l’istanza critica e specificare il senso dell’analogia. Questo non ci deve impedire di cogliere il valore della cosa in sé, ma allo stesso tempo ci deve rendere sensibili al fatto che camminiamo su un territorio potenzialmente minato e se questo argomento viene strumentalizzato e usato in modalità fondamentalista o faziosa, allora si esce dalla logica evangelica.
Vi faccio un ulteriore esempio.
Il verbo ‘Sottomettere’ e tantomeno la frase “Tu devi stare sottomesso/a” non piace molto. Eppure, quando noi guardiamo a Gesù, che è un modello di vera libertà, nell’ultima cena ha detto: “Chi è meglio, chi sta a tavola o chi serve? Io sono venuto come colui che serve.” E si mette a lavare i piedi come facevano gli schiavi.
Non solo, ma di fronte alla volontà del Padre, arriva a dire al Getsemani: “Se è possibile passi da me questo calice, ma non la mia ma la tua volontà sia fatta.”
Perciò in questo c’è una dimensione di sottomissione, come gesto scelto, che si fa perché ci si affida, ci si mette nelle mani di qualcuno.
Si potrebbe obbiettare: Con tutto il rispetto, ma da quanto detto della sottomissione di Gesù a dire a ogni moglie di sottomettersi al proprio marito ce ne corre!
Ma in realtà Paolo ci invita a sottometterci reciprocamente gli uni agli altri.

Senza quella dimensione interiore che mette gli altri sopra noi stessi, senza una pro-esistenza come è quella di Gesù, che non si propone come colui che domina ma come colui che serve gli altri, ebbene senza questa prospettiva di umiltà (che già nell’incontro precedente ci veniva richiesta da parte di Paolo), non veniamo liberati da noi stessi, non facciamo il cammino, non ci trasformiamo in amore, non entriamo nella relazione che vince il nostro egoismo, non rivestiamo l’uomo nuovo.
Il verbo greco “sottomettersi,” che Paolo utilizza rivolgendosi alle mogli, è messo nella forma media e dunque alla lettera si dovrebbe tradurre “sottomettete voi stesse” ai mariti e non “siate sottomesse” ai mariti.
Però a mio avviso noi dobbiamo utilizzare un principio diverso, che è questo: tutte le volte che sei in una condizione subordinata, -cosa che può accadere più volte al giorno anche nelle relazioni paritetiche, come dovrebbe essere quella di marito e moglie, la Lettera ai Colossesi ti dice: “Guarda, mettiti in una condizione di accoglienza di questa dimensione, sottometti te stessa ma come si conviene nel Signore.” cioè senza violare i diritti del Vangelo, che ci vuole tutti liberi, con piena e uguale dignità.
Così ti metti nella dimensione di affidamento obbediente, – anche se ci piace poco la parola obbediente-e vi parla un monaco al quale San Benedetto dice: “Ascolta figlio la Parola del maestro. Ascolta e fai obbedienza alla Parola, mettiti dietro nel cammino, vieni alla scuola del Signore, che è una scuola di obbedienza.”
Noi monaci facciamo voto di obbedienza, disposti a rinunciare alle nostre volontà più superficiali, per fare la volontà di Dio. Perché senza questa dimensione, anche ascetica, non si vince l’egoismo naturale.
Questa dimensione di obbedienza dovrebbe esistere anche nella relazione genitori – figli, e nonostante questa sia una relazione asimmetrica per natura in quanto i figli hanno dei diritti nativi nei confronti dei genitori e questi ultimi dei doveri derivanti proprio dalla loro condizione di genitori, i figli sono chiamati a rispettare i loro genitori e possibilmente ad obbedire loro.
All’epoca della Lettera ai Colossesi l’educazione era estremamente rigida e non a caso in Col 3, 21 ai padri viene detto:
21Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

Quanto è importante questo versetto! Quando si è in un ruolo dominante, come nel caso di un genitore verso i figli o di chi ha una responsabilità nell’ambito lavorativo rispetto ai suoi sottoposti.
Fra l’altro nei codici domestici extrabiblici come anche nei testi sapienziali anticotestamentari non troviamo che l’autore si rivolga direttamente ai soggetti subordinati e neppure che li tuteli.

Questo aspetto ci fa vedere come in Colossesi c’è già un elemento trasformativo, infatti tutti gli elementi che compongono la società hanno la possibilità in Cristo di formare un’unica categoria, quella dei fratelli e delle sorelle.

Capite quanto in realtà sia ricco questo testo! Da una parte bisogna sottolinearne i rischi di una lettura fondamentalista e letteralista, dall’altra bisogna fare uno sforzo esegetico (cioè di scavo) e interpretativo, faticoso, impegnativo, ma necessario, senza il quale questo testo non arriva a comunicarci la Parola di Dio, ma piuttosto rischia di sacralizzare delle relazioni, degli schemi, come quello del patriarcato, che sono tutt’altro che sacri.
Ora però voi sapete quanto quest’ultima cosa sia stata fatta, perché la religione può sempre essere utilizzata e strumentalizzata. Già Gesù si lamentava che i farisei usavano la religione, (a rigore la generalizzazione che spesso troviamo nei vangeli sui difetti dei farisei, andrebbe anch’essa contestualizzata e ridimensionata prima di attribuirla acriticamente a Gesù), ma ad ogni erano presi ad esempio come categoria di persone che con il loro formalismo, con la loro pedissequa attenzione a cercare di imporre e fare rispettare alla lettera le norme previste, creavano un giogo insopportabile, un peso terribile invece di dare strumenti per un’azione liberante che facesse sperimentare il Dio della misericordia.

Esegesi Contemporanea e Teologia Femminista

“Molte studiose, come Angela Standhartinger ed Elisabeth Schüssler Fiorenza, hanno analizzato questi testi criticamente. Definiti talvolta “testi di terrore”, sono stati storicamente usati per legittimare la violenza domestica e la schiavitù. La critica femminista evidenzia la tensione tra l’uguaglianza battesimale e la ripresa di gerarchie patriarcali, interpretando i codici non come legge eterna, ma come strategie di sopravvivenza per mostrare l’ordine del gruppo cristiano all’esterno.
In Italia, autrici come Serena Noceti e Rosanna Virgili sottolineano la necessità di leggere queste Scritture “dal basso”, vedendo l’alleanza come reciprocità e non come possesso, denunciando ogni uso dei testi che giustifichi la subordinazione ontologica della donna.”

Mi sembra giusto tenere conto che la storia non può essere ‘bypassata’, ossia io non vi posso commentare il testo, prescindendo dai danni che ha prodotto nel tempo una lettura letteralista, tanto più quando questa è stata effettuata da autori con autorità riconosciuta in campo ecclesiale. Questo è molto importante sottolinearlo e circostanziarlo.

Per dare un esempio della posta in gioco vorrei fare un riferimento a quanto storicamente successo nel rapporto fede-scienza, pensate al famoso “caso Galileo”, che Papa Giovanni Paolo II cercò di ricucire in qualche modo, chiedendo scusa per le colpe della Chiesa a tale riguardo nel contesto di una purificazione della memoria che si può attuare solo con il riconoscimento delle colpe e il proposito di imparare dagli errori.
In effetti il Cardina Martini, da esegeta qual era, analizzando i documenti del Caso Galileo riconobbe che l’errore di base stava in una errata interpretazione del testo biblico.
La posizione di chi contestava Galileo si basava su una lettura della Bibbia, come se essa volesse trasmettere anche delle verità scientifiche, mentre invece la Bibbia ci mostra unicamente delle verità salvifiche, cioè in ordine alla salvezza.
Del resto, gli autori biblici sono figli della loro cultura e perciò, mai e poi mai si sarebbero espressi dicendo “Fermati terra!”, piuttosto avrebbero detto “Fermati sole!”, ed è quello che troviamo nel libro di Giosuè al capitolo 10.
Il senso principale del brano è relativo a un’azione miracolosa messa in atto per permettere a Giosuè e alle sue truppe di avere luce sufficiente per tutto il tempo necessario per vincere la battaglia.
Ma immaginatevi se il senso del testo biblico citato venga contraddetto dal fatto che l’osservazione sperimentale porta a contraddire il modello cosmologico geocentrico.

Eppure, quando poi arrivò Galileo Galilei, che disse. “Dall’osservazione si sperimenta che è la terra che ruota intorno al Sole e non viceversa” allora ciò venne interpretato come contraddittorio con il testo biblico, ma la Bibbia non può dire il falso perciò quanto Galileo afferma, essendo contraddittorio con ciò che leggiamo, è sicuramente falso.
Il Cardinal Martini affermo: “Abbiamo avuto la sfortuna di non avere un’esegeta all’altezza. Pur avendo avuto un grande teologo Roberto Bellarmino, il quale diceva a Galileo una cosa giusta: “Presentala come ipotesi non come realtà inoppugnabile.”
Bellarmino sembra suggerire una posizione diplomatica per salvare Galileo dalle accuse dell’inquisizione, ma lo scienziato non può sottomettere l’osservazione diretta alla lettera della Scrittura. In questo Galileo obiettava con maggior correttezza esegetica degli esegeti dell’Inquisizione.
Tuttavia col sennò di poi alla luce della relatività di Einstein, il suggerimento del Bellarmino si rivela corretto, perché sia il modello geocentrico che quello eliocentrico sono relativi a dove si pone il sistema di riferimento. Semplicemente l’utilizzare uno rispetto all’altro ha delle notevoli conseguenze in ordine alla semplicità di descrizione dei fenomeni.
Ecco, ho semplificato un po’ per mostrarvi come quello che secoli dopo è stato riconosciuto da persone autorevoli nella Chiesa come originato da un errore esegetico, di fatto ha portato nella storia a delle conseguenze drammatiche nel rapporto del dialogo fede/scienza. Conseguenze che nonostante gli sforzi encomiabili e doverosi di Papa Giovanni Paolo II per ricucire il dialogo, non possono essere trascurate e non devono cessare di essere un monito per i credenti perché, da un lato non trascurino il dono della Parola di Dio mediata dalle Scritture, e dall’altro non usino le Scritture in maniera acritica e senza riportare la verità in esse rivelata al valore del senso della vita, e non alla descrizione della realtà fisica.

Ora voi sicuramente non lo farete, soprattutto perché siete tutte donne, però sapete bene che abbiamo due versanti culturali opposti qua in Occidente. Da una parte c’è una cultura in cui per dare voce a tutte le possibili realtà e tutte le possibili etichette non è più capace di coniugare la differenza e nello stesso tempo non è più capace di usare il linguaggio, cioè rompe la possibilità della comunicazione in nome di una uniformità che non faccia sentire discriminato nessuno, creando un isolamento terrificante, e quindi facendo dei danni. Dall’altra parte si va all’opposto, si riprende il vecchio modello patriarcale, quello più grunge possibile, e si ripresenta tal quale, magari con una certa raffinatezza o al contrario con una volgarità ancora più grande. Quindi noi dobbiamo sempre guardare al tipo di relazione che si manifesta alla luce di Cristo. Gesù è buono, non è un bonaccione, ha detto le sue cose, ha ribaltato anche la prassi quando diceva: “Io sono il Signore e mi faccio servo.”
Quindi è chiaro che laddove io ho un ruolo di preminenza, di responsabilità, devo viverlo in una forma di servizio, cercando di non schiacciare l’altro.
Però qual è l’altro elemento che secondo me va tenuto in conto?
Il fatto che è vero puntare su una trasformazione interna, perché chi accoglie il Vangelo trasforma il mondo dall’interno. Però si è dovuto aspettare il XIX secolo per avere l’abolizione della schiavitù, – posto che non siamo riusciti a ottenerla dappertutto.
E sapete anche che la conquista dei diritti di uguaglianza di fronte alla legge per tutti i cittadini e di abolizione della schiavitù istituzionalizzata, non è stato un frutto che la Chiesa può attribuirsi, anche se in precedenza nella Chiesa c’erano state tante esperienze di trasformazione o almeno tentativi di trasformazione sociale alla luce del Vangelo, (basti pensare all’esperienza delle reductiones dei gesuiti in Paraguay). Perciò a mio avviso noi dobbiamo prendere lezione anche da questo punto di vista.

La tendenza delle prime comunità cristiane, che in principio erano piuttosto esigue numericamente, era anche quella di legittimarsi rispetto alle accuse esterne di essere dei sovvertitori delle relazioni codificate e dunque dei pericoli per la società.
Se voi leggete i primi Padri, vedete che si davano un gran d’affare per spiegare all’imperatore romano che i cristiani non mangiavano la carne umana, non erano dei cannibali. Questa, infatti, era una delle accuse che venivano rivolte mal interpretando il senso dell’Eucaristia come corpo di Cristo.
I cristiani erano anche disposti ad andare a morire ammazzati perché non accettavano l’identificazione dell’imperatore come Dio, e quindi leggevano come idolatria tutto ciò che era connesso al culto pubblico imperiale (e anche ai giuramenti che i militari dovevano fare per cui troviamo un’obiezione di coscienza ante litteram nei padri dei primi tre secoli) però rispettano le leggi sociali e ciò che va nella direzione della promozione della famiglia e della società.

Se è legittimo e anche doveroso cercare di inculturare il Vangelo nel contesto culturale in cui si è, non dobbiamo mancare di svilupparne le valenze profetiche e massimaliste che esso contiene.
Cosa intendo dire?
Quando un Martin Luther King confrontandosi con la realtà del suo tempo coltiva un sogno: “I have a dream,” smuove in una protesta non violenta una moltitudine di persone di colore e non solo, per ottenere il riconoscimento dei diritti di tutti e ottenere una trasformazione proprio sulle leggi razziali, ovviamente sta rispondendo ad un’esigenza evangelica. Però è grazie al fatto che ha saputo agire e suscitare un grande consenso e ha perseverato affrontando rischi e conseguenze, che ha potuto ottenere una trasformazione sul piano strutturale e legale. Il Vangelo non parla direttamente di quella tematica, anzi in certo senso come visto non l’affronta nel suo elemento strutturale, ma nello spirito del Vangelo è affermata la pari dignità delle persone davanti a Dio e la loro chiamata ad essere figli di Dio. In nome di questo siamo chiamati a prendere posizione là dove si avvallano comportamenti e regole che contraddicono questi principi.

Andate a leggervi Papa Giovanni Paolo II, quando parla di peccati strutturali, cioè di quelle situazioni per cui succede che uno collabora al male pur facendo personalmente bene. Lui è stato il primo ad affrontare autorevolmente la questione.
Per capirci pensate all’esempio delle università che studiano singoli progetti, i cui risultati poi però vengono raccolti ed elaborati da coloro che progettano armi. Oggi, ancor più che all’epoca di Giovanni Paolo II, è facile che accadano fatti del genere, e addirittura se ne può parlare alla luce del sole, cioè sostenendo la necessità di appoggiare e sponsorizzare le università perché incentivino questo tipo di collaborazioni.
Fino a una decina d’anni fa però non si poteva ancora parlare di aspetti del genere in questi termini, tutti anzi erano concordi nel dire che effettivamente erano cose terribili.
È stato proprio Giovanni Paolo II che, parlando in ordine a queste cose, ha spiegato come pur essendo bravi, facendo le proprie cose e agendo per bene, si potesse in realtà collaborare al male, ritrovandosi dentro una struttura di peccato.
Questo è un problema che purtroppo esiste in generale, adesso poi abbiamo davanti la sfida dell’intelligenza artificiale, uno strumento anche bellissimo e importante che sta ‘prendendo piede’ ad una tale velocità da essere già imprescindibile in molti ambiti, e che comunque da questo punto di vista ci pone una sfida seria.
Dico queste cose perché da una parte noi dobbiamo lavorare ad accogliere la Parola di Dio e gli stimoli che ci sono offerti per rendere la nostra vita qualche cosa che profumi di Vangelo, che cresca in questa relazione liberante con Cristo; dall’altra parte ognuno di noi, nell’ambito in cui lo può fare, non è esente dall’impegno per un’azione trasformativa.

Può accaderti di leggere un brano come questo (caratterizzato da un’evidente impronta patriarcale) e non scandalizzarti, perché vedi anche il positivo che ti può offrire e alla fine capisci che qualsiasi tipo di relazione tu abbia, lavorativa, familiare o di altro tipo, sei comunque sempre chiamato a comportarti avendo Cristo come punto di riferimento, come modello a cui ispirarti. Questo è un fatto buono e importante, ed è lo scopo per cui stiamo leggendo questa lettera, quello cioè di rimettere Cristo al nostro centro e farlo penetrare in tutti i dettagli della nostra vita.

Quindi, a riguardo di un testo come questo, condizionato pesantemente dalla cultura del tempo, invece di ritenerlo inadeguato e non significativo, noi diciamo: “Attenzione, noi dobbiamo leggerlo tenendo conto di questo condizionamento e sapendo ovviamente che il modello di relazioni della società non deve essere questo che ha dei limiti ben chiari. Dobbiamo tener conto del fatto che una storia di canonizzazione di questo modello ha generato ferite terribili all’interno delle famiglie, all’interno delle società, sulle donne, sugli uomini subordinati, sui lavoratori. Non possiamo non tenere conto di questa cosa, (non siamo testimoni così ingenui, siamo ‘testimoni colpevoli’ come diceva Thomas Merton), e tuttavia non trascuriamo la lezione positiva che ci viene dal testo e stiamo ben attenti ad accoglierla rifiutando invece di legittimare il modello culturale che la riveste.

Il comando di Paolo ai mariti in Col 3, 19 è:
Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza.

Se si trattasse di amore come passione o desiderio (eros) questo non sarebbe troppo difficile, anche se non si vede come si possa comandare un tale tipo di amore. Se si comandasse di amare nel senso di “voler bene” potrebbe essere ragionevole e non troppo oneroso.
Come quando Gesù dice a Pietro: “Pietro mi ami?” E Pietro gli risponde: “Si Signore, sai che ti voglio bene.” Gesù gli ridice: “Pietro mi ami?” E Pietro gli risponde: “Sì, sai che ti voglio bene.” E allora Gesù gli dice: “Pietro mi vuoi bene?” E Pietro risponde: “Signore tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene.”
Gesù usa il verbo greco ‘agapao’ che generalmente nei vangeli è usato per riferirsi all’amore divino, un amore disinteressato e oblativo, di donazione. è Cristo che ama; invece Pietro, che ha tradito tre volte, non riesce proprio a dirlo “ti amo”, perciò dice “ti voglio bene”, usando il verbo “fileo”. Pietro è sicuro di voler bene a Gesù.
Invece, tanto la Lettera ai Colossi che quella agli Efesini dicono amate le vostre mogli, usando il verbo ‘agapao’ un amore di donazione.
Quindi il testo si presenta come molto esigente anche per i mariti.

Detto questo, vale la pena dire anche poche parole su quanto riguarda l’evoluzione della riflessione del Magistero, sulla famiglia e sul rapporto sponsale. Detta riflessione è andata verso la sottolineatura della dimensione di complementarietà e di mutua collaborazione. Vi schematizzo un po’ il percorso del magistero pontificio recente.

Da Paolo VI a Papa Francesco Il pensiero della Chiesa è passato dalla difesa della struttura gerarchica tradizionale a una crescente enfasi sulla corresponsabilità e dignità.
Paolo VI: Ha aperto al dialogo e riconosciuto la dignità dei laici e delle donne nel lavoro, pur mantenendo i ruoli tradizionali nella famiglia.
Giovanni Paolo II: Ha promosso la teologia del “genio femminile” e la “reciproca sottomissione” degli sposi, insistendo sulla priorità del lavoro sul capitale e insistendo sui diritti dei lavoratori.
Benedetto XVI: Ha riletto la sottomissione come “mutua donazione” e ha denunciato la riduzione della donna a oggetto.
Papa Francesco: Ha radicalizzato la visione dell’autorità come servizio attraverso la sinodalità, denunciando il clericalismo e gli abusi di potere, e cercando un maggiore coinvolgimento delle donne nei processi decisionali, pur tra limiti strutturali persistenti.

Spero che il commento svolto stasera sia utile per far tesoro anche di questi testi di per sé non privi di difficoltà.
È bello non essere trattati come dei minorenni dal Signore! Nel libro sacro ci viene data tutta l’esperienza dell’umano senza sconti, senza edulcorazioni, senza utopie.
La Rivelazione si manifesta nella condiscendenza di Dio a parlarci alla maniera umana e in coerenza a ciò a portare tale condiscendenza all’estremo mediante l’incarnazione del Figlio, la Parola che si fa carne per assumere la nostra natura, che si fa Dio-con-noi dentro la nostra realtà, di cui la Bibbia in questo senso è uno specchio, è una mappa vera, non una sorta di proiezione idealizzata, smentita da fatti.

A conclusione vi ripropongo qui il commento che ho messo sotto la foto posta in prima pagina:

“In definitiva, se isolati, questi codici sono gabbie;
se inseriti nel disegno di Cristo che è “tutto in tutti”,
diventano cantieri di liberazione e fraternità”

La foto, con quella prospettiva ardita, raffigura una San Miniato che vuole essere veramente segno di cantieri di liberazione e fraternità.

Preghiera finale.

Signore, concedici di essere operai al servizio della comunione, allenati nella fatica della interpretazione frutto di ascolto, meditazione, preghiera, e di tutte le virtù a cui Paolo ci ha esortato, rendici capaci di rifiutare ogni semplificazione strumentale e fondamentalista ma anche ogni evasione idealista, per assumere la fatica di una umile e liberante sequela del tuo Figlio nella storia, riconoscendone la prospettiva pasquale e la destinazione luminosa nella luce aurorale del Risorto.
Amen

Vi scrivo qualche indicazione che possa esservi di stimolo per fare la vostra Lectio personale, giacché teoricamente quello che facciamo qui insieme dovrebbe servire a darvi le coordinate per poi andare di nuovo sul testo da soli e cercare di avere un vostro dialogo personale con il Signore.

Proposte per la Lectio Divina personale:

• Lectio: Ascoltare lo scandalo del testo senza censurarlo, ma notando anche il richiamo alla giustizia e all’amore.
• Meditatio: Chiedersi come Cristo esercita l’autorità. La sua sottomissione non è cancellazione di sé, ma libertà di amare. E alla luce di Cristo leggere le parole del testo e le dinamiche relazionali secondo che egli ha vissuto.
• Oratio: Chiedere liberazione dall’uso del nome di Dio per ferire o zittire. Pregare per chi ha subito violenza in nome della “sottomissione”.
Lasciare che la preghiera sgorghi dal cuore provocato e illuminato dalle scintille derivanti dal contatto delle parole della scrittura con la realtà che sperimentiamo nella vita.
• Contemplatio: Lasciarsi condurre ad una contemplazione del mistero grande delle nuove relazioni che in Cristo si inaugurano e restare aperti alla libertà dello Spirito.
• Actio: Compiere un gesto concreto di equità nel proprio ambito di autorità o cercare il coraggio di esigere giustizia in situazioni di subordinazione ingiusta.

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Altri testi neotestamentari dello stesso genere letterario:
(Ef 5,22-6,9; 1Tim 2,8-15; 6,1-2; Tt2,1-10; 1Pt 2,18,3,1-7)

Ef 5 21Nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: 22le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; 23il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo.
24E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto.
25E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei, 26per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, 27e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. 28Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama sé stesso. 29Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, 30poiché siamo membra del suo corpo. 31Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. 32Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! 33Così anche voi: ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito.
6 1Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. 2Onora tuo padre e tua madre! Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: 3perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra. 4E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore. 5Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni con rispetto e timore, nella semplicità del vostro cuore, come a Cristo, 6non servendo per farvi vedere, come fa chi vuole piacere agli uomini, ma come servi di Cristo, facendo di cuore la volontà di Dio, 7prestando servizio volentieri, come chi serve il Signore e non gli uomini. 8Voi sapete infatti che ciascuno, sia schiavo che libero, riceverà dal Signore secondo quello che avrà fatto di bene. 9Anche voi, padroni, comportatevi allo stesso modo verso di loro, mettendo da parte le minacce, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persone.
1Tim 2 8Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche. 9Allo stesso modo le donne, vestite decorosamente, si adornino con pudore e riservatezza, non con trecce e ornamenti d’oro, perle o vesti sontuose, 10ma, come conviene a donne che onorano Dio, con
opere buone. 11La donna impari in silenzio, in piena sottomissione. 12Non permetto alla donna di insegnare né di dominare sull’uomo; rimanga piuttosto in atteggiamento tranquillo. 13Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; 14e non Adamo fu ingannato, ma chi si rese colpevole di trasgressione fu la donna, che si lasciò sedurre. 15Ora lei sarà salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con saggezza.

1Tim 6 1Quelli che si trovano sotto il giogo della schiavitù, stimino i loro padroni degni di ogni rispetto, perché non vengano bestemmiati il nome di Dio e la dottrina. 2Quelli invece che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo, perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio, proprio perché quelli che ricevono i loro servizi sono credenti e amati da Dio. Questo devi insegnare e raccomandare.
Tt 2 1Tu però insegna quello che è conforme alla sana dottrina.
2Gli uomini anziani siano sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e nella pazienza.
3Anche le donne anziane abbiano un comportamento santo: non siano maldicenti né schiave
del vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, 4per formare le giovani all’amore del marito e dei figli, 5a essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non venga screditata.
6Esorta ancora i più giovani a essere prudenti, 7offrendo te stesso come esempio di opere buone: integrità nella dottrina, dignità, 8linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti svergognato, non avendo nulla di male da dire contro di noi.
9Esorta gli schiavi a essere sottomessi ai loro padroni in tutto; li accontentino e non li contraddicano, 10non rubino, ma dimostrino fedeltà assoluta, per fare onore in tutto alla dottrina di Dio, nostro salvatore.
1Pt 2 18Domestici, state sottomessi con profondo rispetto ai vostri padroni, non solo a quelli buoni e miti, ma anche a quelli prepotenti.

1Pt 3 1Allo stesso modo voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti, perché, anche se alcuni non credono alla Parola, vengano riguadagnati dal comportamento delle mogli senza bisogno di discorsi, 2avendo davanti agli occhi la vostra condotta casta e rispettosa. 3Il vostro ornamento non sia quello esteriore – capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti – 4ma piuttosto, nel profondo del vostro cuore, un’anima incorruttibile, piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio. 5Così un tempo si ornavano le sante donne che speravano in Dio; esse
stavano sottomesse ai loro mariti, 6come Sara che obbediva ad Abramo, chiamandolo signore. Di lei siete diventate figlie, se operate il bene e non vi lasciate sgomentare da alcuna minaccia.
7Così pure voi, mariti, trattate con riguardo le vostre mogli, perché il loro corpo è più debole, e rendete loro onore perché partecipano con voi della grazia della vita: così le vostre preghiere non troveranno ostacolo.

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Trascrizione a cura di Gaia Francesca Iandelli, Olb.OSB

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