Lectio divina sulla Lettera ai Colossesi: trascrizione del tredicesimo incontro animato il 4 dicembre 2025 da dom Stefano

Lectio divina sulla Lettera ai Colossesi: trascrizione del tredicesimo incontro animato il 4 dicembre 2025 da dom Stefano

Lectio divina


San Miniato al Monte, 4 dicembre 2025
Sintesi del XIII Incontro di Lectio Divina sulla “Lettera ai Colossesi” di San Paolo apostolo

Preghiera iniziale
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Padre santo, ti ringraziamo per il dono del tuo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo, ti ringraziamo per l’occasione che ci offri mediante queste “soste di riflessione” alla scuola dell’apostolo Paolo e della sua tradizione, per lasciarci ricondurre al centro di questo mistero per contemplarne la lunghezza, la larghezza, l’altezza e la profondità e permettere al tuo Santo Spirito di dilatare apertura alla sovrabbondanza della tua presenza.
Effondilo ora con abbondanza perché, guardando a Cristo, intravedendo l’armonia del tuo progetto divino, sappiamo affrontare la fatica del cantiere necessario per rafforzare il nostro fondamento in Lui, la coesione fraterna, la forza e l’elasticità della chiesa e rendere visibile la sorgente della speranza e la bellezza del tuo Amore.
Amen

Fotografia di Alessandra Pavolini

Oggi rileggiamo l’introduzione già commentata del cap. 3,1-4 di Colossesi, e poi andiamo avanti fino al v. 11.

3 1Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo,
seduto alla destra di Dio; 2rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della
terra. 3Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! 4Quando
Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
Espressioni negative (3,5-9)
5Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: immoralità, impurità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria; 6a motivo di queste cose l’ira di Dio viene su coloro che gli disobbediscono. 7Anche voi un tempo eravate così, quando vivevate in questi vizi. 8Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca. 9Non dite menzogne gli uni agli altri:
Motivazioni: l’essere in Cristo (3,9B-11)
vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni 10e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza (epìgnosis), ad immagine di Colui che lo ha creato.
11Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

Diamoci qualche istante di silenzio per meditare queste parole, a tratti esigenti.

Richiamo adesso la vostra attenzione su una sorta di tabella, che vi mostra un po’ la struttura di tutto il brano del cap. 3 di Colossesi.

Struttura di Col 3,1-4,1
Introduzione (3,1-4)

a) Motivazione cristologica: risuscitati con Cristo (v. 1a)
b) Esortazioni: opposizione tra
β) celeste, da desiderare e pensare (vv. 1b-2a)
α) terreno, da non pensare (2b)
a’) motivazione cristologica: morti e nascosti
con Cristo (vv. 3-4)
Sviluppo (3,5-4,1)

B) esortazioni a mortificare (lett. ‘mettere a morte’) l’uomo terreno (vv. 5-9a)
A) motivazioni (vv. 9b-11)
α) = vi siete spogliati dell’uomo vecchio (v. 9b)
β) = avete rivesti l’uomo nuovo
(vv. 10-11)
B’) esortazioni a vivere la novità in Cristo
(vv. 12-17)
+ esortazioni per la vita familiare (3,18-4,1)

Come già detto nello scorso incontro, i primi quattro versetti costituiscono anche una partitio, ovvero, retoricamente, un piccolo brano dove vengono individuati i temi che saranno poi sviluppati.
La struttura di questo primo brano, all’inizio presenta una motivazione cristologica (Se dunque siete risorti con Cristo), che sta alla base di una esortazione.
È perché siamo risorti con Cristo che Paolo poi, utilizzando l’opposizione tra cose dell’Alto e cose della Terra, ci dice ciò che dobbiamo desiderare e pensare, ossia le cose celesti, e ciò che invece non bisogna pensare, cioè le cose terrene (e oggi vedremo quali sono le “cose della Terra” a cui non bisogna pensare).
Dopo l’esortazione, ancora una volta Paolo mette una nuova motivazione cristologica, infatti dice:
3 3Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!
4Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

Fin qui il testo commentato la volta scorsa.

Lo sviluppo del cap. 3 consta ancora una volta di tre parti: due parti sono costituite da esortazioni e sviluppano i temi annunciati dall’esortazione introduttiva (vv 1-2) in ordine inverso, ovvero prima le esortazioni negative (vv 5-9a) e poi quelle positive (vv 12-17). Tra queste due parti esortative abbiamo un’ulteriore motivazione (vv 9b-11) legata all’esperienza battesimale: vi siete spogliati dell’uomo vecchio, avete rivestito l’uomo nuovo.
Paolo, dunque, dopo aver detto al v.5, Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra, riporta una lista di cose che appartengono alla terra:
immoralità, impurità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria.
La frase ciò che appartiene alla terra può essere anche tradotta con ciò che appartiene alle membra terrene, ma in definitiva si tratta di comportamenti.
In effetti qui la Lettera ai Colossesi non ha una grande originalità, nel senso che ci viene presentata una lista di vizi che caratterizzano l’uomo vecchio, poi si farà una lista di virtù che caratterizzano l’uomo nuovo, ma si tratta in entrambi i casi delle stesse liste che ritroviamo spesso sia nella letteratura sapienziale giudaica, (che come sapete ovviamente contestava e metteva in evidenza i vizi che avevano libero sfogo nella cultura pagana), sia all’interno di alcune scuole filosofiche ellenistiche (in particolare lo stoicismo).
Questo per dirvi che da un certo punto di vista Paolo, anche nelle sue prime lettere, assume quanto è presente nella letteratura sapienziale, sia quella giudaica, che quella ellenistica, perché ovviamente anche in quelle ci sono delle indicazioni utili con cui è necessario confrontarsi.
Teniamo conto che le comunità cristiane sono piccole comunità; quella di Colosse era costituita prevalentemente da pagani convertiti, però immersi in un ambiente culturale pagano spesso non brillante dal punto di vista morale.
Questo accade anche oggi, anche noi infatti non siamo in un momento molto fiorente dal punto di vista morale.
Nel leggere le esortazioni negative di questi testi inoltre troviamo un’accentuazione dei vizi legati alla sfera sessuale e dei comportamenti correlati, mentre nel tempo si assiste a un mutamento significativo della tavola dei valori che si percepiscono come prioritari.
[Se consideriamo il secolo scorso, dopo il secondo conflitto mondiale, in occidente abbiamo avuto un’accentuazione estrema del valore della libertà individuale e in seguito alla cosiddetta “rivoluzione sessuale” una notevole diminuzione della percezione di valori quali fedeltà, continenza, pudore, mentre a seguito della tragedia del conflitto e del genocidio nazista, si è posta grande attenzione e sensibilità per i diritti umani.
Oggi non sappiamo più quali valori sono prioritari e sembra che stiamo tornando alla barbarie. Pensiamo solo all’impostazione dei rapporti sulla legge della forza e degli accordi non basati sui diritti ma sulla convenienza economica e questo non come dato di fatto (è sempre stato così) a cui si ribella la coscienza e l’etica del bene comune, ma come dimensione accettabile e accettata, con tutti i rischi che ne conseguono.]
Ma torniamo al nostro testo e veniamo ad esplicitare i 5 vizi che i cristiani devono mettere a morte, riportati al v. 5.
Quattro sono relativi alla sfera sessuale. (= porneia, akatharsia pathos, epitymia).
La ‘porneia’, ovvero l’immoralità sessuale, la fornicazione, che comprende tutte le azioni illecite nell’ambito sessuale. Di solito Paolo mette quest’ultima insieme alla ‘akatharsia’, cioè l’impurità, indica la condotta sessuale immorale. Poi Paolo si sposta dalle azioni esterne al desiderio, alla concupiscenza, alle passioni, al ‘pathos’, che è ciò che dall’interno spinge verso la brama di avere, di possedere il corpo dell’altro, di godere. E poi la ‘epitymia’, cioè i desideri cattivi.
C’è anche una epitymia buona, ma qui è molto chiaro che Paolo non intende quella. L’epitymia buona, i desideri buoni, sono quelli che coltiviamo in Avvento, il desiderio delle cose celesti, (cercate le cose di lassù). C’è tutta una grande tradizione patristica, da Agostino a San Bernardo di Chiaravalle, che ci stimola moltissimo a questo esercizio del desiderio di Dio.
Il brano di San Bernardo che vi avevo dato l’altra volta, per la festa di tutti i santi, diceva: “Pensate al loro desiderio di averci con loro e anche voi aspirate a questo, ad essere con loro.”
Ebbene, nell’esortazione negativa si tratta invece del desiderio come pulsione.
Poi c’è un altro punto che si allontana dai desideri legati all’ambito sessuale, ed è la cupidigia o avarizia insaziabile, come diceva la vecchia traduzione italiana del 1974.
La Lettera ai Colossesi (e non è la sola) addirittura equipara la pleonexia, cioè la cupidigia, all’idolatria. Su questa poi ci soffermeremo con qualche testo che vi ho messo, perché comunque è una radice molto grave che spesso sta dentro l’esperienza di oggi.
A questo proposito nel 2009 Papa Benedetto, parlando della fortissima crisi economica mondiale che c’era stata nel 2008, quando rischiarono di fallire le principali banche americane e non solo, rintracciava la radice che aveva portato a questo tipo di condizione in questo tipo di comportamenti, in particolare la cupidigia, che diventa un’idolatria, perché pone l’avere come un idolo.
Condizione non meno attuale e favorita spesso anche oggi.

Che cosa deve fare una persona per avere successo e potersi realizzare? Da una parte deve fare tutte le esperienze che può finché è giovane (compreso tutto quanto riguarda l’esperienza del piacere). Poi ovviamente l’altro obiettivo è quello di fare soldi, perché se hai i soldi ti puoi garantire le cure, ti puoi garantire una vita migliore e sei nelle condizioni migliori per affermarti e cercare di evitare le disgrazie. Puoi prenderti una casa con il giardino, così nel caso in cui arrivi il covid sei avvantaggiato. Sto elencando cose molto banali, che però nella realtà hanno una grande presa. Si parte da queste cose, che possono essere in parte anche legittime, ma poi si può diventare schiavi di queste stesse cose, e ci sono persone abbienti e meno abbienti che sono dominate da questo tarlo.
Anche su questo adesso ci soffermeremo un attimo.

Però questo non è un testo di etica punto e basta, voi sapete che qui siamo sempre immersi in una dimensione di fede e questa fede non si stanca di affermare sempre e comunque una non neutralità.
Evidentemente è espressione del giudizio divino, è un dato di fede (e meno male!).
Poi, come vi dico sempre, io sono felice che San Giovanni abbia scritto che a giudicarci al termine della vita sarà Gesù Cristo, per questo noi concentriamo tutto il nostro sforzo, il nostro impegno e anche la nostra passione positiva, (non quel tipo di passioni che Paolo condanna), in ordine alla centratura, alla crescita nella nostra relazione, amicizia, conoscenza, vita in Cristo.
Perché è Lui, (grazie a Dio!), che poi sarà anche il nostro giudice, però Paolo esprime sempre un monito che usa la classica categoria dell’ira divina per indicare che Dio non è indifferente, non è il motore immobile aristotelico, ma prende posizione nella storia.
Ora poi avremo una contrapposizione fra un tempo e l’ora. Un tempo, il paganesimo era dominato dai vizi, ma i Colossesi, (come dice Paolo), con il battesimo sono morti e sono stati immersi nella vita in Cristo.
Il rito battesimale ha anche una dimensione ontologia, ovvero riguarda il nostro essere, e segna la nostra vita come appartenente a Cristo.
Il battesimo presupponeva anche una preparazione, che consisteva appunto nell’assumere i valori del Vangelo e nel rinnegare invece le illusioni o i vizi che il paganesimo in qualche modo spesso tollerava.
Paolo insiste molto su questo ‘un tempo e ora’, infatti nel cap.3, v.3 dice che ora: la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio!

Ovviamente questo nascondimento avviene nel battesimo, ed è nascosta anche per il fatto che noi non abbiamo una percezione completa della realtà della nostra vita nuova. Tanto più che, se ricordate, nella sezione introduttiva, al v.4, ci veniva detto che quando Cristo si manifesterà allora anche noi appariremo con Lui nella gloria.
In funzione di questo, però Paolo impegna i suoi Cristiani e dice: ‘Visto che voi siete morti con Cristo, dovete però….’
A questo punto uno pensa che Paolo ci dirà cosa si fa nella nuova vita in Cristo e invece al v.8 ribadisce: ‘Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose, perché vedete, non basta prendere il battesimo e non basta dire sì al Signore in un momento; ovviamente le tentazioni della vita, le tentazioni dell’uomo vecchio sono costantemente a riproporsi, e costantemente noi dobbiamo prendere posizione.’
Quindi ecco perché dice: ‘gettate via tutte queste cose.’
Poi riparte con un’altra serie di 5 più 1 vizi, che però questa volta non riguardano più la sfera concupiscibile, bensì quella irascibile, non più quella della sessualità e della cupidigia e quindi del desiderio di avere, quanto piuttosto del desiderio di distruggere, infatti parla di ira, animosità, cattiveria e poi va sempre nel dettaglio facendo riferimento a: ‘insulti e discorsi osceni che escono dalla vostra bocca.’
Perciò come vedete Paolo parte da una dimensione interiore, l’ira e poi piano piano va alla sua manifestazione nella comunicazione. Quindi in qualche modo tocca tutto l’essere dell’uomo, (se vogliamo visualizzarlo su un piano fisico), dai suoi desideri sessuali alla sua ira, quindi al suo cuore e alla comunicazione verbale, ossia alla sua bocca.
Potete pensare quanto sia importante per noi oggi e quanto sia anche in controtendenza, perché anche questa è una cosa interessante, noi fino a pochi anni fa avevamo un problema molto forte con una comunicazione ipocrita in cui tutto era molto misurato. Perdura ancora una fetta di questo tipo di mentalità, per cui non si può dire quasi niente, bisogna mettere gli ‘hashtag’ per non offendere nessuno, bisogna essere tutti ‘politically correct’, di contro però negli ultimi anni è emerso anche l’atteggiamento opposto: quello di offendere e intimidire l’interlocutore.
Se volete un esempio in controtendenza a questo, penso che possiate guardare a Papa Leone, il quale tende sempre ad evitare una comunicazione polarizzante (quella per cui tutto è bianco o nero, e se poi è vero o no non importa, perché intanto l’importante è battere l’altro e vincere qualcosa).
Papa Leone mette in evidenza con pacatezza e lucidità quanto la polarizzazione in atto e la manipolazione della verità non crea comunione, non crea fraternità, non crea felicità, ma al contrario mette costantemente in uno stato di difficoltà, di aggressione, di durezza.
Sono modalità a proposito delle quali Paolo dice: ‘Voi dovete evitare questo genere di cose.’
Paolo parte dal profondo, ma come vedete arriva fino a ciò che si manifesta concretamente e invita ad applicare anche la tecnica opposta, ovvero: ‘Comincia a leggere nelle tue parole, vai a vedere cosa non è secondo la vita nuova in Cristo, cerca cosa sta all’origine di queste parole, che cosa ti manifestano e poi getta via ciò che trovi di negativo in te, prendine distanza.’
Può sorgere un’obiezione: ‘Vabbè, ma tante cose le facciamo anche noi, non siamo in grado di fare diversamente.’ Qualcun altro potrà dire: ‘Questo è il mio carattere e sul carattere non ci posso fare niente.’
Ma Paolo non è assolutamente d’accordo su questa cosa, perché non si tratta di carattere ma si tratta di alimentare costantemente la nostra vita in Cristo perché, come direbbe San Bernardo, con una vita spirituale intensa, pur con tutte le fragilità, dalla nostra bocca uscirà quello che abbiamo nel cuore.
Quindi, se il nostro cuore è alimentato costantemente dalla spiritualità, dalla preghiera, dalla Parola del Signore, tutto questo trasformerà i nostri occhi, – ossia il nostro modo di vedere -, e cercheremo negli altri qualcosa di diverso da quello che ci viene spontaneo, dettato spesso anche dal nostro istinto di prevaricazione, di sopravvivenza, di onnipotenza.
Ebbene, quindi noi siamo responsabili di che cibo mangiamo, di che pensieri alimentiamo, di che cosa custodiamo; siamo consapevoli, comunque, della nostra fragilità e in realtà veniamo trasformati da un’esperienza profonda, che è quella di ricevere misericordia.
Quindi, questo un po’ ci aiuta, ci aiuta ad avere e ad esprimere un atteggiamento di attesa, di investimento, di speranza verso il nostro prossimo.
Per Paolo è molto importante il fatto che la tua vita nascosta con Cristo, la tua vita in Cristo, il vivere di Cristo e con Cristo, ad un certo punto si manifesta.
Ovviamente in questo è coinvolta la nostra libertà che si deve costantemente mettere in gioco; non viene da sé, non è automatico; non basta appartenere al gruppo che ci piace e stare nel posto che ci piace. Non è sufficiente compiere tutti gli atti di devozione, occorre una partecipazione piena e la consapevolezza che l’obiettivo è arrivare fino alla manifestazione, attraverso gesti, parole, azioni e relazioni, di quanto crediamo.

Per Paolo questo aveva anche un’importanza strategica.
Tenete conto che allora il cristianesimo era in piena espansione ed era molto importante la testimonianza. Oggi, per certi versi bisogna ripartire da capo, con lo svantaggio del déjà vu, abbiamo un’eredità pesante di fragilità, di peccato, a volte di strutture di peccato e così via. Ma se ce la potevano fare loro, che erano comunità così piccole, e hanno fatto quello che hanno fatto, con la grazia di Dio e con il Signore in loro, animati dallo Spirito, questo ci autorizza ad avere fiducia e speranza e ad approfondire questa dimensione di legame vivo con il Signore Gesù.

Anche la seconda serie di vizi termina con un ultimo vizio che si distingue ed è quello della menzogna:
Col 3 9 Non dite menzogne gli uni agli altri.
In questo caso Paolo si rivolge in modo specifico ai cristiani, che non devono dire menzogne agli altri e a maggior ragione non devono assolutamente essere menzogneri all’interno della comunità. Questo essere nella sincerità verso gli altri è di importanza fondamentale. Inoltre, la menzogna spesso è qualcosa di velenoso, fa male, danneggia.
Il rischio del pettegolezzo, del ‘gossip religioso’ può esserci anche fra i praticanti delle nostre comunità, perché nessuno ne è esente.
Forse non si tratterà sempre di menzogna, ma pensate al potere di amplificazione e anche di distorsione a cui sono soggette le notizie quando passano di bocca in bocca: partono in un modo e poi però diventano tutt’altro. Ecco allora l’importanza di mantenere una certa sobrietà, che serve per costruire le relazioni, per proteggerle, per dare modo alle persone di crescere e non bloccarle etichettandole.

Prendiamo sempre queste esortazioni come suggerimento ad avere dei punti fissi di riferimento, in base ai quali anche noi possiamo fare una verifica su noi stessi. La disattenzione, la fatica, la stanchezza, la frustrazione, le situazioni difficili possono essere ovviamente delle attenuanti al fatto che magari a volte qualcuno ha bisogno di sfogarsi e si lascia andare.
Se un fratello o una sorella ascoltano lo sfogo di un altro fratello o sorella, gli fanno un servizio, ma se poi vanno a raccontare ad altri quello che gli è stato rivelato, chiaramente questo demolisce la persona stessa, gli fa del male. Queste cose sembrano piccole, ma Paolo le stigmatizza comunque.

Si arriva adesso alla motivazione, (che poi sarà anche la motivazione delle esortazioni positive secondo la vita evangelica):

3,9 vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni 10e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza (epìgnosis), ad immagine di Colui che lo ha creato.

Non c’è alcun dubbio che Colui che ha creato è Dio. Cristo, che in Colossesi è il mediatore di tutto, non è però colui che crea, chi crea è invece Dio, il Padre; quindi, qui si intende ad immagine del Padre.
Riguardo l’immagine di Dio vi rimando a quanto abbiamo approfondito commentando Col 1,15 nella sintesi del IV incontro.

Poi c’è questa affermazione favolosa:
11Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

L’intento ovvio di Paolo è quello di mostrare come, in funzione della nostra appartenenza a Cristo, abbiamo tutti pari dignità. Con questo però Paolo non intende dire che nella Chiesa non ci siano differenze, e certamente non si serve di questo come di un modo per abolire le distinzioni, tanto più che la Chiesa è strutturata gerarchicamente fin dall’origine.
Anche nell’ambito della cultura, nell’ambito familiare, le differenze c’erano eccome, ma Paolo sottolinea la dimensione di una uguale dignità in Cristo.

Adesso riprendiamo le cose fin qui viste, analizzandole un po’ più attentamente.
Avevo accennato al fatto che l’elenco dei vizi era una cosa abbastanza consueta in tutta la letteratura Paolina. Questo possiamo vederlo molto bene dalla Lettera ai Romani, in cui si fa sempre riferimento ai pagani:

Rom 1 28E poiché [i pagani] non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne: 29sono colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, 30maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, 31insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. 32E, pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo le commettono, ma anche approvano chi le fa.

Paolo ci mette tutti i vizi possibili, tanto si tratta dei pagani e la ‘mentalità mondana’ viene stigmatizzata.
Come vedete anche nel testo di Paolo ai romani si fa un riferimento esplicito al giudizio di Dio.

In Col 3,6 si fa riferimento all’ira di Dio.
Quando si parla dell’ira di Dio a noi monaci viene subito in mente il Dies Irae, un bellissimo inno che è stato tolto dalla liturgia delle ore perché considerato un tantino ‘troppo inquietante”, ma che in realtà è un testo splendido.
Se andate su YouTube potete ascoltare come è bello il Dies Irae in Gregoriano e potete vedere anche la traduzione del testo. Ancora più indicato sarebbe sentire questo inno guardando il Giudizio Universale della Cappella Sistina.
A noi però interessa l’espressione del giudizio di Dio anche in relazione al nostro agire, infatti nella Lettera ai Romani si dice:

Rom 12 19Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore.

Con queste parole forti l’apostolo Paolo ci orienta nella direzione indicata da Gesù ossia a perdonare e a non giudicare per non essere giudicati.

Ma come facciamo a non esplodere o a non farci venire una malattia per il nervoso represso di fronte a certe terribili situazioni, quando oltretutto ci colpiscono da vicino?
Ci aiutano i Salmi, – ed è per questo che noi monaci cantiamo integralmente tutti i Salmi ogni settimana -, infatti tra i tanti Salmi che abbiamo ci sono anche quelli detti ‘imprecatori’, che presentano espressioni forti, talora anche violente e per certi versi oggi diremmo ‘impronunciabili’, (pensate al Salmo 58 in cui il salmista si rivolge a Dio chiedendo che ‘si spezzino i denti nella bocca’ al potente malvagio che giudica iniquamente e lo opprime), ma grazie ai quali uno può sfogare tutto ciò che ha in corpo e canalizzare la rabbia e l’indignazione facendosi voce anche di chi non ha voce.

In effetti per prudenza pastorale il Concilio Vaticano II ha tolto i Salmi imprecatori dalla liturgia delle ore pregata dai presbiteri e da tutti i cristiani di rito romano, perché bisogna essere formati per pregarli correttamente. A noi monaci invece è concesso di pregarli e se state con noi imparerete a pregare anche voi i Salmi imprecatori, perché chiaramente vi spiegheremo come vanno usati.
Pronuncia pure le cose peggiori, che poi però non farai. Esprimi i tuoi sentimenti davanti a Dio e lascia che in questo il salmista ti offra parole che tu non avresti il coraggio di dire davanti al Signore. Così almeno ti convincerai che se lo dice il salmista, lo puoi dire anche tu e in questo modo ti sfogherai per bene manifestando le tue emozioni.
Dopo però guarda in faccia Gesù e digli: “Mamma mia quale distanza c’è fra me e te, abbi misericordia di me!” In questo modo rimetterai tutto nelle mani di Dio e lascerai fare a lui, ma al contempo ti libererai del veleno che avevi dentro.
Questo io ve lo dico un po’ fra il serio e il faceto, ma in realtà è una cosa serissima, perché la preghiera biblica, in particolare la preghiera dei Salmi, è una grande scuola di preghiera, un grande aiuto per crescere.
Se il ‘Vangelo della Montagna’ ci mostra dove l’uomo deve arrivare, il salmista prende l’uomo lì dov’è e ci aiuta nel cammino di conversione.

Quindi “Noi dobbiamo avere come modello Gesù e come fratello il salmista”, sulla scorta di quanto affermava il grande esegeta Paul Beauchamp .

Tornando al tema dell’ira di Dio e al suo giudizio leggiamo anche un brano della prima lettera ai Tessalonicesi, che è il primo scritto del Nuovo Testamento, la lettera più antica di Paolo:

1 Tess 5 7Quelli che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si ubriacano, di notte si ubriacano. 8Noi invece, che apparteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza. 9Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. 10Egli è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate.

Come abbiamo letto qualche volta anche nell’Inno della Lettera agli Efesini, il progetto di Dio è la piena partecipazione alla figliolanza divina, non è l’ira e la condanna del peccatore. Anche il profeta Ezechiele ci dice:

Ez 18 23Forse che io ho piacere della morte del malvagio – oracolo del Signore – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?

Quindi in questo senso antico e nuovo testamento concordano.
Come vedete, Paolo invita proprio i Tessalonicesi a crescere nella confidenza con il Signore, che è il Salvatore, consapevole anche del fatto che, quando ci troviamo a camminare insieme, se uno si trova in una situazione più gravosa, gli altri devono aiutarlo.

Riprendiamo ora il tema della cupidigia che è idolatria secondo Col 3,5 e consideriamo tre testi, tutti e tre di papi: Benedetto, Francesco e Leone, che ci aiutano ad attualizzarlo.

Papa Benedetto nel 2009 faceva le catechesi del mercoledì in cui riprendeva un po’ tutti i vari autori spirituali, dai Padri fino agli autori medioevali, e quando arrivò al grande Abate Ambrogio Autperto così si espresse durante l’Udienza Generale del mercoledì 22 aprile 2009:
“Nel suo trattato sul conflitto tra vizi e virtù, Autperto contrappone alla cupiditas (la cupidigia) il contemptus mundi (il disprezzo del mondo), che diventa una figura importante nella spiritualità dei monaci. Questo disprezzo del mondo non è un disprezzo del creato, della bellezza e della bontà della creazione e del Creatore, ma un disprezzo della falsa visione del mondo presentataci e insinuataci proprio dalla cupidigia. Essa ci insinua che “avere” sarebbe il sommo valore del nostro essere, del nostro vivere nel mondo apparendo come importanti. E così falsifica la creazione del mondo e distrugge il mondo. Autperto osserva poi che l’avidità di guadagno dei ricchi e dei potenti nella società del suo tempo” – siamo nel IX secolo – “esiste anche nell’interno delle anime dei monaci e scrive perciò un trattato intitolato De cupiditate, in cui, con l’apostolo Paolo, denuncia fin dall’inizio la cupidigia come la radice di tutti i mali. Scrive: “Dal suolo della terra diverse spine acute spuntano da varie radici; nel cuore dell’uomo, invece, le punture di tutti i vizi provengono da un’unica radice, la cupidigia” (De cupiditate 1: CCCM 27B, p. 963). Rilievo questo, che alla luce della presente crisi economica mondiale, rivela tutta la sua attualità.”
Ecco la catechesi che diventa attualizzazione.
“Vediamo che proprio da questa radice della cupidigia tale crisi è nata. Ambrogio immagina l’obiezione che i ricchi e i potenti potrebbero sollevare dicendo: ma noi non siamo monaci, per noi certe esigenze ascetiche non valgono. E lui risponde: “È vero ciò che dite, ma anche per voi, nella maniera del vostro ceto e secondo la misura delle vostre forze, vale la via ripida e stretta, perché il Signore ha proposto solo due porte e due vie (cioè la porta stretta e quella larga, la via ripida e quella comoda); non ha indicato una terza porta ed una terza via” (l. c., p. 978). Egli vede chiaramente che i modi di vivere sono molto diversi. Ma anche per l’uomo in questo mondo, anche per il ricco vale il dovere di combattere contro la cupidigia, contro la voglia di possedere, di apparire, contro il concetto falso di libertà come facoltà di disporre di tutto secondo il proprio arbitrio. Anche il ricco deve trovare l’autentica strada della verità, dell’amore e così della retta vita. Quindi Autperto, da prudente pastore d’anime, sa poi dire, alla fine della sua predica penitenziale, una parola di conforto: “Ho parlato non contro gli avidi, ma contro l’avidità, non contro la natura, ma contro il vizio” (l. c., p. 981).

Mi sembra abbastanza interessante questa lucidità di Papa Benedetto, che ovviamente va a prenderla da lontano, dal IX secolo, per attualizzare; quello che facciamo qui anche noi. Anche noi dobbiamo riconoscere questo tipo di rischio, a volte rappresentato da cose anche molto piccole.

Un monaco diceva: ”Per quanto paradossale, accade talvolta che alcuni monaci, che pure hanno fatto voto di rinuncia alla proprietà, siano attaccati alle loro piccole cosucce, e guai a chi gliele tocca. Allora, non importa se sia una grande catena o un piccolo filo, se di fatto ti tiene bloccato”.

Condivido qui con voi la sintesi pubblicata dall’Osservatore Romano di un’omelia che Papa Francesco tenne nel 2013 durante una messa, commentando il Vangelo di Luca che narra di un ricco che, gonfio e tronfio per aver riempito tutti i silos, pensa di godersi i frutti e di poter campare di rendita tutta la vita, mentre il Signore gli dice “Stolto, stanotte stessa ti sarà richiesta la vita e allora cosa te ne farai di tutte le tue ricchezze?” In questa sintesi Papa Francesco inizia dicendo che la prima conseguenza dell’attaccamento ai soldi è la distruzione dell’individuo o di chi gli sta vicino.

«Quando una persona è attaccata ai soldi — ha spiegato il vescovo di Roma — distrugge sé stessa, distrugge la famiglia». Certo, il denaro non va demonizzato in senso assoluto. «I soldi — ha precisato Papa Francesco — servono per portare avanti tante cose buone, tanti lavori, per sviluppare l’umanità». Quello che va condannato, invece, è il loro uso distorto. A questo proposito il Pontefice ha ripetuto le stesse parole pronunciate da Gesù nella parabola dell’«uomo ricco» contenuta nel Vangelo: «Chi accumula tesori per sé, non si arricchisce verso Dio». Da qui il monito: «Fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia». È questa infatti «che fa male nel rapporto con i soldi»; è la tensione costante ad avere sempre di più che «porta all’idolatria» del denaro e finisce con il distruggere «il rapporto con gli altri». Perché la cupidigia fa ammalare l’uomo, conducendolo all’interno di un circolo vizioso nel quale ogni singolo pensiero è «in funzione dei soldi».
Del resto, la caratteristica più pericolosa della cupidigia è proprio quella di essere «uno strumento dell’idolatria; perché va per la strada contraria» a quella tracciata da Dio per gli uomini. E in proposito il Santo Padre ha citato san Paolo, il quale ricorda che «Gesù Cristo, che era ricco, si è fatto povero per arricchire noi». C’è dunque una «strada di Dio», quella «dell’umiltà, dell’abbassarsi per servire», e un percorso che va nella direzione opposta, dove conducono la cupidigia e l’idolatria: «Tu che sei un povero uomo, ti fai Dio per la vanità».
«Gesù dice cose tanto dure e tanto forti, contro l’attaccamento al denaro»: per esempio, quando ricorda «che non si possono servire due padroni: o Dio o il denaro»; o quando esorta «a non preoccuparci, poiché il Signore sa di cosa abbiamo bisogno»; o ancora quando «ci porta all’abbandono fiducioso verso il Padre, che fa fiorire i gigli del campo e dà da mangiare agli uccelli del cielo».
(…) «questa strada contraria alla strada di Dio è una stoltezza, porta lontano dalla vita. Distrugge ogni fraternità umana». Mentre il Signore ci mostra la vera strada. Che «non è il cammino della povertà per la povertà»; al contrario «è il cammino della povertà come strumento, perché Dio sia Dio, perché Lui sia l’unico Signore, non l’idolo d’oro». Infatti «tutti i beni che abbiamo, il Signore ce li dà per far andare avanti il mondo, per far andare avanti l’umanità, per aiutare gli altri».

Interessante il paragone della strada che Dio traccia e di come alcune cose vadano veramente nella direzione opposta, cioè ci allontanano. Se il nostro scopo è avere i sentimenti di Cristo e riportarci alla somiglianza con Dio di cui noi siamo immagine, se questo è il cammino della santificazione cui lo Spirito Santo ci conduce, ovviamente prendere la strada opposta vuol dire allontanarci; quindi, in definitiva allontanarci dalla nostra felicità, che per essere piena deve essere di tutti.
Non mi stancherò mai di dirlo: in questa terra non possiamo essere pienamente felici perché troppe cose vanno male, e come possiamo essere felici se le cose vanno male a una qualsiasi persona o creatura sulla terra? Non si può essere felici pienamente; certo mi rallegro ad esempio per una guarigione, o per un progresso raggiunto, ma la piena felicità scordiamocela. Ed è per questo che il Signore promette la piena felicità, perché non è di questo mondo la piena felicità, qui si cammina ‘per dura et per aspera’.
Mentre la cupidigia e l’avidità cercano di attirare e trattenere cose per colmare le mie insicurezze, per mettermi nella condizione di apparire quello che forse sotto sotto sento di non essere e quindi per mettermi anche in una posizione che mi garantisca il rispetto e la considerazione da parte degli altri, il buon uso di tutti i doni, (si parla del denaro perché rende l’idea, ma questo vale anche per i talenti), nella misura in cui invece diventa pro-esistenza, cioè dono per gli altri, capacità di fare coralità, di attenzione, di libertà, di condivisione, mi libera da me stesso e mi permette di servire le vie di Dio.

Col 3 8Ora invece gettate via anche voi tutte queste cose: ira, animosità, cattiveria, insulti e discorsi osceni, che escono dalla vostra bocca.

In ordine all’uso delle parole, l’altra serie di vizi di cui abbiamo parlato, c’è un testo che vi avevo dato l’altra volta ma che ora ci serve e dunque ve lo ripropongo. Questo testo è tratto dalla Lettera apostolica Disegnare Nuove Mappe di Speranza scritta da Papa Leone XIV in occasione del LX anniversario della dichiarazione conciliare Gravissimum Educazionis.
Qui Papa Leone tratta dell’educazione, ma chiede di avere anche un certo stile.

“11.2. Chiedo alle comunità educative: disarmate le parole.”

Il Papa qui si rivolge alle famiglie, alle chiese, alle scuole e il suo ‘disarmate le parole’ è perfettamente in linea con il tempo corrente, nel quale invece si investe per il riarmo, e voi sapete che la guerra si fa sempre su due fronti. C’è una guerra fisica, ma c’è anche una guerra che ha a che fare con la comunicazione.
Le guerre adesso si vincono anche con il computer.
Disarmate le parole: sembra quasi di depotenziarci, se uno grida o ti accusa, nel lavoro come in altri contesti, come fai a difenderti? Devi piegare la testa? Non è assolutamente questo, però ti è chiesto di non rispondere allo stesso modo.
Solo con la tua pacatezza, con la tua fermezza, senza offendere ma contestando le cose sbagliate, senza diminuire le persone ma anzi pensando che magari se capiscono possono fare anche meglio, allora potrai costruire qualcosa.
Tutto ciò è esemplificato in questo momento anche da Papa Leone, che non urla però dice le cose, non cerca di concentrare l’attenzione su di sé ma di far respirare tutta la Chiesa.

“Disarmate le parole, perché l’educazione non avanza con la polemica, ma con la mitezza che ascolta. Alzate lo sguardo. Come Dio disse ad Abramo: «Guarda il cielo e conta le stelle» (Gen 15,5). Sappiate domandarvi dove state andando e perché. Custodite il cuore: la relazione viene prima dell’opinione, la persona prima del programma. Non sprecate il tempo e le opportunità. Citando un’espressione agostiniana: «Il nostro presente è un’intuizione, un tempo che viviamo e del quale dobbiamo approfittare prima che ci sfugga dalle mani». In conclusione, carissimi fratelli e sorelle, faccio mia l’esortazione dell’Apostolo Paolo: «Dovete splendere come astri nel mondo, tenendo alta la parola della vita» ( Fil 2,15-16)”

Dopo le esortazioni negative abbiamo visto la motivazione che è propriamente paolina e non si ritrova nei cataloghi di vizi e virtù dei classici giudaici e tantomeno ellenistici:
vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni 10e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato.
La piena conoscenza, epìgnosis, noi l’avevamo già vista nel cap. 1, v. 9 dove si diceva:
Col 1 9Perciò anche noi, dal giorno in cui ne fummo informati, non cessiamo di pregare per voi e di chiedere che abbiate piena conoscenza (epìgnosis) della sua volontà, con ogni sapienza e intelligenza spirituale, 10perché possiate comportarvi in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella conoscenza (epìgnosis) di Dio.
Vedete come Paolo già allora ci indicava l’obiettivo etico come il luogo dove doveva manifestarsi il nostro essere in Cristo, nascosti con Cristo in Dio, nel nostro essere in comunione con Lui. Per Paolo questo punto è dirimente, fondamentale, importantissimo e quindi anche per noi. Questo piacergli in tutto è già un’espressione d’amore, di un rapporto di mutuo dono, in cui riconoscendo l’amore del Signore che ci ha chiamati e ha condiviso la sua vita con noi vogliamo piacergli in tutto.
Tu sai di piacergli come il bambino che si butta nelle pozzanghere e poi va a piangere dalla mamma perché si è sporcato, e lei lo prende in braccio e neanche lo sgrida ma lo ripulisce e sorride.
Noi vogliamo conoscere Dio, vogliamo entrare in una relazione profonda con il Signore e tenere legati questi piani porta ad una maggiore conoscenza, il che in realtà equivale ad una maggiore vita in Lui e una maggiore esperienza della sua vita in noi.
Ora, con una nota poetica, affrontiamo un po’ tutta l’inquietudine che a volte ci può ribollire dentro e non riusciamo ad esprimere. Padre Davide Maria Turoldo, tra le ultime composizioni prima della morte, scrisse

“Per un atto d’amore”:
Altro ora nell’impazienza di vederti
mi preme sapere, mio Dio: quanto del nostro male ti sia imputabile,
del male che anche tu paghi, di questo mostruoso male pure per te inevitabile:
In cosa possiamo dirci tua immagine, se per questa infinita inquietudine
o per l’illusione di essere noi “onnipotenti”
ora che tu, per creazione, più non lo sei
né puoi esserlo
a causa del pauroso dono.
Tu libertà non puoi negare
se da noi quanto attendi e brami
è solo un atto d’amore”
(P. David Maria Turoldo, Canti ultimi)

Qui Turoldo si rivolge a Dio dicendogli “…ora che tu, per creazione, più non lo sei” (cioè, tu ora per creazione non sei più onnipotente), invece noi nel Credo Niceno-Costantinopolitano che professiamo ogni domenica alla Messa, diciamo: “Credo in un solo Dio, Padre Onnipotente…”
In un’altra poesia Turoldo afferma: “… condizionata onnipotenza sei” e poi sciogliendo l’apparente contraddizione: “… sei Dio onnipotente, ma creando l’uomo libero, in qualche modo hai condizionato la tua potenza al rispetto della sua libertà”
Quando dice che, per la cupidigia di cui parlavamo prima, l’uomo in qualche modo si prende e si arroga una onnipotenza che addirittura Dio in qualche modo ha invece condizionato alla libertà dell’uomo stesso, ci ritorna in mente la strada contraria di cui parlava Papa Francesco, quella che tante volte l’uomo percorre o per inquietudine o per desiderio di onnipotenza, non incrociando così Dio.

Nel finale della nostra lettura, ovvero in Col 3,11, Paolo dice:
11Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.
Voi probabilmente ricordate, un altro brano, che è quello della Lettera ai Galati, in cui Paolo, e questa volta sicuramente Paolo, dice:
Gal 3 26Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, 27poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. 28Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio nè femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.
Come vedete qui Paolo riprende la stessa metafora che avevamo visto prima, quella del battesimo come un rivestirsi di Cristo, e ci mostra Gesù come colui che ha rotto in qualche modo tutti i muri di separazione, riconoscendo a tutti la stessa dignità. Questa pari dignità qui comprende tutte le categorie, ma soprattutto quelle in cui le distinzioni (se vogliamo) sono ancor più evidenti per natura, come quella di uomo e donna per esempio.
Invece in Colossesi l’accentuazione non è posta soltanto sulle separazioni create dalle categorie naturali, ma anche sulle discriminazioni tra appartenenti a stati diversi.
Dunque, nel testo di Colossesi c’è un ampliamento, non solo inverte l’ordine e dice Greco-Giudeo e non Giudeo-Greco, ma poi dopo contrappone i Barbari agli Sciti, (e non ai Giudei come ci si sarebbe aspettati), Sciti che sono ancora dei barbari ma tra i meno considerati, e poi ancora contrappone lo schiavo al libero, ed infine conclude dicendo che Cristo è tutto in tutti.

Commenta molto bene J. N. Aletti: “Quello che 1 Cor 15,28 dice di Dio per la fine dei tempi, che egli sarà “tutto in tutti”, Col 3,11 l’afferma fin d’ora del Cristo, senza dubbio perché la sua signoria, il suo primato, ma anche la sua pienezza sono totali: egli è tutto per i credenti, che sono definitivamente colmati in lui. L’assenza di distinzioni a livello dell’identità, della dignità e della capacità etica dei credenti ha dunque origine nella cristologia.” (J.N. Aletti)
Il mio intento nella scelta di proporre un cammino di lectio divina sulla Lettera ai Colossesi, era assolutamente solo questo: non perché diventiate tutti dei super cristiani, ma perché possiate crescere nel desiderio di aprirvi alla grande prospettiva di vivere Cristo in tutta la realtà, porre Cristo al centro della vostra vita come ragione e fine di tutto, portare questo fino all’esperienza di un rapporto costante di amicizia con Lui, di un rapporto che vi metta sulla via, come diceva Papa Francesco, sulla strada di un discepolato, di una pro-esistenza, in cui il Signore ci porta fuori e oltre noi stessi, (non perché siamo bravi, ma per la sua misericordia e perché possiamo essere insieme a camminare).
Questo per noi è un fondamento imprescindibile, che però non è per niente scontato. Infatti, se noi siamo chiamati a questo dalla Parola di Dio, fuori di qui invece c’è tantissima gente che vive tutta la vita pensando a Cristo come a un buon uomo, un idolo, un capo e purtroppo tantissimi altri non lo conoscono affatto.
Non si può mettere Cristo fra parentesi, perché altrimenti poi ci depotenziamo e ci lasciamo portare via dalla corrente; non avremo più niente da dare nemmeno agli altri se perdiamo questa natura di Cristo, che emerge dalla nostra vita non come una bandiera o un titolo, ma come una realtà imprescindibile e salvifica che in qualche modo è la nostra vera identità.
Quando hai questo fondamento lo sguardo ti cambia, perché riconosci che Cristo è tutto in tutti. Quando Gesù dice “Amate anche i vostri nemici.”, sappiamo bene quanto sia difficile questo per noi, ma se Cristo è tutto in tutti, allora questa dimensione ci porta oltre. Dobbiamo sempre entrare in quel tipo di relazione in cui siamo amati e ci lasciamo amare alle condizioni dell’amore, che normalmente non corrispondono alle nostre normali aspirazioni terra-terra, proprio perché devono portare fuori da quella secca, da quelle paludi.
Concludiamo il nostro incontro sollevando lo sguardo.

Preghiera
Padre santo,
ti ringraziamo per il dono che ci fai attraverso questo cammino di approfondimento della Sacra Scrittura.
Ti ringraziamo per la ricchezza del mistero che è il tuo Figlio e per la dilatazione della comprensione della portata di Gesù Cristo per la vita di ciascuno di noi, della Chiesa, dell’umanità e dell’intera creazione.
Ti ringraziamo per la comunione che lo Spirito Santo intesse nella trama drammatica della storia e nelle nostre vite.
Istruiti dall’Apostolo Paolo e dalla sua tradizione su ciò che la nostra identità di uomini e donne nuove comporta, ti chiediamo una speciale effusione del tuo Spirito per poter collaborare attivamente nell’affrontare la fatica e la responsabilità delle sfide del presente ed essere segno di speranza per coloro a cui ci mandi, tutto questo per la tua infinita misericordia e nel nome del tuo Figlio.
Amen

Trascrizione a cura di Gaia Francesca Iandelli

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