Omelie

«È iniziato un nuovo inizio: distanze nei cieli e unità sulla terra». Omelia del padre abate Bernardo per la Notte di Natale

25 dicembre 2025 – Natale del Signore – Messa della Notte

Prima lettura
Dal libro del profeta Isaìa (Is 9,1-6)

Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse.
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Gioiscono davanti a te
come si gioisce quando si miete
e come si esulta quando si divide la preda.
Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva,
la sbarra sulle sue spalle,
e il bastone del suo aguzzino,
come nel giorno di Màdian.
Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando
e ogni mantello intriso di sangue
saranno bruciati, dati in pasto al fuoco.
Perché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia, ora e per sempre.
Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.

Seconda lettura
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Tito (Tt 2,11-14)

Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.
Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.
Vangelo

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 2,1-14)

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

OMELIA
Cari fratelli e sorelle, cari amici e cari amiche di San Miniato al Monte, condividiamo tutti insieme la gioia dell’arrivo di quel giorno in cui, finalmente, possiamo conoscere il nome del Signore e comprendere che Lui davvero dice a ciascuno di noi: “Eccomi, sono con voi, sono in mezzo a voi, sono per voi!”. Amplificherei così questa molteplice gamma di significati racchiusi in quel suo: “Eccomi!”. Abbiamo bisogno di queste variazioni sullo stesso tema, avvertendoci spesso soli, dispersi e consunti da una storia che sfilaccia le nostre relazioni, che per paura e risentimento pare condannare il nostro cuore ad una ritrazione su se stessi. Ben venga, dunque, cari fratelli e sorelle, il rimbombo forte, prima nella penombra e adesso nella luce, di quell’ “Eccomi” che annuncia nel cuore di questa notte il compiersi della gravidanza della Vergine Maria. Una gravidanza, cari fratelli e sorelle, di cui non soltanto siamo i testimoni, bensì ne partecipiamo attivamente, interpretando, in accordo, peraltro, con una lunga e secolare tradizione, questa architettura ecclesiale, questo spazio di mistero, questa penombra, come l’utero, l’antro, la grotta, dove noi siamo di fatto precipitati, per vivere e convivere, in questo abisso di fecondità, la gestazione del Logos, del Verbo fatto carne, del suo manifestarsi al nostro sguardo, del suo, finalmente, nascere, entrare nella storia, dare un inizio alla nostra storia.
Ed è per questa nostra fame e sete di inizio e dunque di qualità alla nostra temporalità, altrimenti ciclica, che abbiamo condiviso, se non addirittura sopportato, in questa lunga veglia, le contrazioni estreme di questa gestazione che, finalmente, restituisce alla storia il suo inizio, alla nostra vita la sua fecondità, alla nostra disperazione la speranza, a queste nostre relazioni consunte e sfilacciate l’ “Eccomi” che segnala, cari fratelli e sorelle, l’ingresso della libertà, dell’amore, della creazione, della creatività nella nostra compagine umana, avvertendoci così, cari fratelli e sorelle, che un nuovo inizio non soltanto è possibile, è addirittura sperimentabile. E lasciatemi, per favore, interpretare la grazia della vostra presenza come la manifestazione evidente della vostra fame e sete di un nuovo inizio per questa nostra vicenda temporale, che trasformi, cioè, la circolarità ripiegata su se stessa come la ritrazione del nostro cuore in un arco da cui l’amore del Signore scocca delle frecce, che non saranno il balocco capriccioso di qualche Cupido, ma sono l’invio delle nostre esistenze, delle nostre biografie, come saette ardenti che riaccendono di consolazione, di speranza, di partecipazione questa nostra compagine umana, che conta distrattamente, se li conta, ogni giorno, i morti e le vittime di una distrazione di massa, in forza della quale non fa più notizia la guerra, non fa più notizia il naufragio nel mare (come quello accaduto poche ore fa), non fa più notizia la violenza che trasforma le strade della nostra città in trincee, non fa più notizia questa sorta di risentimento che fa permanere, di fatto, il nostro cuore in quella sorta di cattiva clausura che abbiamo sperimentato nei tempi lontani, e in realtà molto vicini, della pandemia, come se fossimo in una quarantena del cuore che non finisce mai, cari fratelli e sorelle, ripiegandoci su un egoismo di fronte al quale giunge come saetta, come segno, la notizia dell’ “Eccomi” del Signore: “Io ci sono, ho deciso di esserci, ho deciso di nascere, voi dove state? Voi che decisione prendete?”. Perché è questo, cari fratelli e sorelle, ciò che ci dice la grande tradizione teologica della nostra Chiesa, questa bellissima intuizione che dobbiamo a Sant’Ignazio: la nascita, l’incarnazione del Signore Gesù come un bellissimo discernimento del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; loro sì, hanno preso del tempo per osservare la nostra storia, per guardarla, per prenderla a pietà e compassione, e non sono rimasti con le mani in mano, non hanno deciso se decidere di non decidere, forse decidere, no! Hanno insieme deciso, cari fratelli e sorelle, che per salvarci, per strapparci da questa sorta di permanente esilio dalla nostra più autentica umanità, quella ben presente in tutto quello che noi abbiamo cantato e pregato, forse ve lo ricorderete questo passo di Israele nel deserto: “Ma io cosa ci sto a fare qui?”, si domanda Israele nel deserto dell’Egitto, e noi anche, se abbiamo un guizzo di consapevolezza, di lucidità: cosa ci facciamo qui, cari fratelli e sorelle, in questo deserto che continua a spalmarsi come cemento, insostenibile e incontenibile, sulle nostre campagne, di cui è un’estensione prodigiosa questo orribile pavimento, che ci impedisce di cogliere l’aiuola marmorea dei nostri mosaici, ma che stasera è utilissimo, cari fratelli e sorelle, perché è esattamente su questo cemento, sul quale non cresce erba, che il discernimento del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo decidono di decidere, di intervenire, di non stare indifferenti. È così che viene in mezzo a noi il Verbo Incarnato per gridare il Suo: “ECCOMI!”, ed è da questo Suo “ECCOMI” che si dipana, cari fratelli e sorelle, fra le nostre mani, nei nostri cuori, nei nostri sensi, nelle nostre intelligenze, il filo luminoso che permette, finalmente, di tornare a tessere molto di più che una socialità, importante certamente, ma la socialità, come tutte le cose di questo mondo, cari fratelli e sorelle, è sottoposta alla contingenza di questo mondo. Qui il filo arriva dal cuore, dalla passione, dal separarsi delle tre persone della Santissima Trinità perché la loro distanza diventasse la nostra unità: questo è il punto, cari fratelli e sorelle, del Natale: la loro unità, la loro distanza è la nostra unità.
La buona notizia, cari fratelli e sorelle, che poi, popolarmente, semplicemente, giustamente dovremmo declinare come quel sentimento di bontà che a Natale tutti noi dovremmo avvertire e avvertiamo, perché l’inizio, la nascita, la liberazione della stessa potenzialità, inscritta nell’evento di una gestazione che si compie, è, cari fratelli e sorelle, una buona notizia che sprigiona un’energia creativa, addirittura una fantasia che è la stessa fantasia che noi accendiamo nel profondo del cuore, con stupore, meraviglia, anche apprensione, quando guardiamo un neonato, infilandogli i nostri pensieri, le nostre attese, i nostri desideri, le nostre paure, le nostre angosce, e la sua risposta è la stessa risposta che si proclama, nel silenzio mistico della notte di Betlemme, a partire dalla mangiatoia ove è deposto il Signore Gesù: “Eccomi!”, e il suo “Eccomi!”, cari fratelli e sorelle, per questa storia, per questa città, per questo paese, per questa Europa insanguinata dalla guerra, per questo mediterraneo che ancora oggi è il cimitero di morti per le sue coste, soprattutto orientali, dove si continua a morire e si ammazzano i bambini.
Su tutto questo il nostro “Eccoci!” di amore, di pace, di giustizia, di comunione, per dirla con la parola giusta, cioè: la distanza fra il Padre, il Figlio e lo Spirito, la sua nascita, il suo entrare nella nostra storia, diventa questa mirabile unità, cari fratelli e sorelle, che è il grande segno, che si aggiunge a quelli indicati dall’angelo, segni evidenti (ci ha avvertito Aelredo), banali: un bambino avvolto in fasce; quale bambino non viene avvolto in fasce? Tutti lo sono! Ma il Aelredo aggiunge una cosa essenziale, che rende giustizia alla vostra presenza, che benedice la vostra pazienza, perché la decifrazione di questo segno elementare, ovvio, se non addirittura banale, è mediante tutto quello che stiamo, insieme, per vivere, con la divina Eucarestia, cioè mangiando insieme la carne del Signore Gesù, bevendo insieme il suo sangue.
L’Eucarestia, e dunque la liturgia, diventa il criterio, il metodo per comprendere, cari fratelli e sorelle, che l’incarnazione non è una favola, non è un mito, non è una novella, è un evento che coinvolge la mia e la nostra carne, una attuazione, cari fratelli e sorelle, che, principiando da questa grotta gravida e feconda, diventa storia, storia della storia, inizio di ogni inizio. Con questa consapevolezza, cari fratelli e sorelle, che permea la nostra umanità, che, pensateci, con la Divina Eucarestia evangelizza la nostra fame e la nostra sete, quella di tutti i giorni, il nostro appetito, quando torniamo a casa, il nostro domandarci se, e soprattutto da noi, cosa mangeremo. Tutto questo viene evangelizzato dalla liturgia per aiutarci a decifrare, oltre la banalità e l’ovvietà della nostra umanità basica, quanto mistero è in noi se riscopriamo l’indigenza di verità, di assoluto, di infinito e di bellezza. E quanto possiamo diventare noi, proprio noi, gli strumenti accordati per ricordare al mondo che senza questo “Eccoci!” che salda cielo e terra e avvalora la fatica, la sofferenza della distanza fra Padre, Figlio e Spirito Santo, questa nostra storia, cari fratelli e sorelle, sarà erosa da un presente che toglierà spazio e tempo a quel futuro che, guardando al bambino Gesù, al suo “Eccomi!”, alle sue potenzialità di grazia, di bellezza, di libertà e, soprattutto, di amore, ci invita, come sempre, con stupore e meraviglia, a spalancare la porta del domani, perché vi passi questo nostro popolo, consolato da tanta prossimità, e finalmente e di nuovo pronto ad annunciare, con gesti e parole di amore, che sì, stanotte a San Miniato, è iniziato un nuovo inizio! Amen!

La foto ritrae il presepe realizzato nel dicembre 2025 dal nostro compianto fratello Dom. Colombano Maria

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