San Miniato al mondo: condividere fede, speranza e bellezza

La «Porta del Cielo» che è San Miniato al Monte deve essere anche ‘porta del mondo’, perché un varco è vero varco solo se apre reciproci percorsi di conoscenza e di confronto. Con un po’ di quell’audacia ispirata dal quotidiano, vertiginoso sguardo su tutta Firenze e dalla moltitudine cosmopolita di persone che salgono quassù a contemplare la bellezza della nostra storia e della natura in cui essa è inscritta, sentiamo che il nostro monastero, la basilica con i suoi millenari simboli, le sue ‘porte sante’ e gli alti cipressi d’intorno sono un dono di Dio per l’umanità intera.
San Miniato al mondo offre la possibilità di condividere ogni giorno buona parte della liturgia monastica in canto gregoriano e, nella misura proporzionata alla piccola comunità che vi dimora, un’ospitalità riservata a coloro che, condividendo in tutto la nostra giornata e il nostro orario, vogliono sperimentare la fatica e la bellezza del «quaerere Deum», ovvero di quella incessante ricerca di Dio a cui san Benedetto ci addestra.
Nell’antico hospitium voluto nella prima metà del secolo XI da Oberto, terzo abate di San Miniato al Monte e così pittorescamente presidiato dal piccolo campanile a vela, la comunità monastica, memore della «mutua relatio» fra chiesa e mondo di cui parla il Concilio Vaticano II, ha cercato di creare uno spazio evangelico di accoglienza, di apertura e di dialogo con la città e con le sue sofferte inquietudini. Con questo intento sono nati, ormai diversi anni fa, gli incontri della Lectio divina.
In questa nostra piccola e artigianale officina dell’ascolto e della parola abbiamo già letto assieme ad un variegato gruppo di laici il libro dell’Esodo, la prima lettera di san Pietro, l’Apocalisse, il libro di Giona, la lettera di san Giacomo, il Vangelo di Luca e la lettera ai Filippesi di san Paolo. Lungo questo progressivo itinerario biblico, suggerito nel corso degli anni da molteplici istanze maturate in uno forte clima di condivisione, abbiamo inteso qualificare la nostra fede nel Dio di Gesù Cristo, il Dio che si rivela come parola ed evento di salvezza nella storia, perché anche i nostri giorni siano interpretabili, nonostante tutto, in una luce di speranza pasquale.
Grazie poi alla sconfinata suggestione letteraria e immaginifica del «grande codice» biblico e al suo oggettivo patrimonio culturale, storico e antropologico è stato possibile creare una sorta di ‘patria’ comune, approdo discreto ma esigente di non pochi percorsi di ricerca e al contempo passaggio per nuove rotte di cammino, nella stimolante prospettiva indicata dalla seconda lettera di san Pietro: «alla parola dei profeti fate bene a volgere l'attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino» (1,19).
La straordinaria densità spirituale della Regola benedettina e il suo forte appello ad intraprendere passi di conversione in un paradossale ma ineludibile ancoraggio ad una ben determinata geografia della grazia può ispirare in alcuni laici il desiderio di unirsi al Signore Gesù offrendogli la propria vita mediante una promessa di fedeltà e di amore che li vincola per sempre, anche sotto un profilo giuridico, al nostro monastero: questo gesto liturgico ed esistenziale è l’oblazione benedettina.
La fisionomia ecclesiale dell’oblato è così tratteggiata dai relativi statuti: «l’oblato benedettino secolare è il cristiano, uomo o donna, laico o chierico che, vivendo nel proprio ambiente familiare e sociale, riconosce e accoglie il dono di Dio e la sua chiamata a servirlo, secondo le potenzialità ed esigenze della consacrazione battesimale e del proprio stato; si offre a Dio con l’oblazione, ispirando il proprio cammino di fede ai valori della Santa Regola e della tradizione monastica».
Un piccolo, ma affezionato gruppo di oblati da qualche anno arricchisce la vita spirituale della nostra abbazia donandole qualificate porzioni di tempo e al contempo irradiando nel mondo quanto essa propizia nelle architetture interiori di chi stabilmente la abita e di chi, come loro, assiduamente la frequenta.
L’antica foresteria dell’abate Oberto, quasi fosse davvero la «stanza accanto» della celebre lirica di Charles Péguy, è diventata da qualche anno una vera scuola di speranza ospitando il sodalizio di un gruppo di genitori cui è morto un figlio. Essi, col sostegno spirituale e l’aiuto concreto della nostra comunità monastica, hanno saputo creare un laboratorio di consolazione pasquale pronto ad accogliere quanti sono stati toccati dalla stessa, immensa sventura.
L’ascolto della Parola di Dio e una fraterna esperienza di amicizia e di condivisione del proprio dolore alimentano la fede nella non illusoria promessa di vita eterna che il Signore crocifisso e risorto consegna alle nostre esistenze. Ma in realtà noi monaci vorremmo che chiunque approdi alla soglia di quella mirabile «Porta del Cielo» che è San Miniato al Monte, possa sempre sperimentare un’accoglienza capace di risvegliare tanto nel suo quanto nel nostro cuore la consapevolezza che il Cristo è realmente presente, oltre che nelle membra vive del corpo ecclesiale, anche in quelle sconosciute, spesso sofferenti e sempre bisognose, dell’ospite, chiunque esso sia: viandante, povero, straniero. Così infatti ci insegna la nostra Regola: «tutti gli ospiti che giungono al monastero, siano accolti come Cristo, poiché un giorno egli ci dirà: “Ero forestiero e mi avete ospitato”. A tutti si renda il dovuto onore, particolarmente ai fratelli nella fede e ai pellegrini… Agli ospiti che arrivano o che partono sia dato il saluto con profonda umiltà: il capo chino, il capo prostrato fino a terra, si adori in essi il Cristo che viene realmente accolto. Soprattutto verso i poveri e i pellegrini ci si prodighi in premurosa accoglienza, perché proprio in essi maggiormente si riceve il Cristo» (Regola 53,1-2.6-7.15).
Il successivo invito di san Benedetto a ripetere col Salmista il versetto «abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia dentro il tuo tempio» (Salmo 48,10) ci rivela definitivamente quale evento di grazia sia l’arrivo di un ospite in monastero: è infatti così che siamo allenati ad accogliere il Signore Gesù viandante nei giorni e negli spazi della storia, nascosto nel volto dell’altro che non solo è da servire e ristorare ma addirittura da onorare (Regola 4,8: «honorare omnes homines»).
E, infine, solo una forte ‘simpatia’ per Cristo ci educa ad apprendere dal magistero delle lacrime da lui versate davanti a Gerusalemme (Vangelo di Luca 19, 41-42) altrettanta misericordia per tutta l’umanità e per il mondo intero. Come del resto, con accenti ispirati, ci raccomanda un grande monaco del secolo XII, Aelredo di Rievaulx: «riunisci il mondo intero nel profondo del tuo amore e lì, tutto insieme, contempla i tuoi fratelli uomini, gioisci per alcuni e piangi per gli altri. Lì, fissa il tuo sguardo su coloro che soffrono, su coloro che sono oppressi e soffri insieme a loro; lì si incontrino la miseria dei poveri, i singhiozzi degli orfani, la desolazione delle vedove, il dolore di chi è affranto, i bisogni di coloro che sono in viaggio… le preoccupazioni dei preti, le sofferenze di coloro che sono in guerra. A tutti apri un cuore pieno di amore, versa per loro le tue lacrime e offri le tue preghiere».
Anche di questa partecipe e sofferta commozione vuole essere colmo il nostro sguardo sulla bellezza e sulle penombre della nostra città e del mondo intero.