«La gioia di un possibile ritorno». Omelia del padre abate Bernardo per la III Domenica del Tempo pasquale

30 aprile 2017 – III domenica di Pasqua

 

Dagli Atti degli Apostoli
[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:
«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso.
Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”.
Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”.
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri.
Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

 

Dal Vangelo secondo Luca
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

 

Omelia:

Fratelli e sorelle, la pagina che abbiamo ascoltato e che la liturgia della Chiesa propone la sera di Pasqua, è uno di quei momenti in cui ci sentiamo più fortemente interpellati per misurare, nel cuore della comunità credente, la temperatura del nostro cuore, se esso in altre parole continua ad ardere all'ascolto della parola che ci viene proposta, come è stata proposta da questo misterioso pellegrino che si affianca ad altri due che camminano, in realtà due fuggitivi, due persone che, sconsolate e disilluse, si allontanano dall'epicentro di una vicenda che ha scosso sì la storia, ma in ordine alla quale non abbiamo ancora le chiavi per coglierne fino in fondo tutta la sua portata di novità.

E siamo come loro anche noi, tentati di catalogarla come le tante mille potenziali rivoluzioni che per qualche istante hanno acceso la passione di fette di popolo, suggestionate dalla possibilità di un radicale cambiamento nella prospettiva reale del nostro vivere, ma che poi si sono andate molto rapidamente esaurendosi.

Allora il cuore generalmente si raffredda, anzi spesso da quella, tutto sommato disponibilità ad inseguire il vento forte della novità, ci si indurisce e la rassegnazione porta semmai all'opposto, a temere qualsiasi nuovo movimento.

Ecco, questa prospettiva è una prospettiva che la Chiesa riconosce, discerne, conosce, sperimenta anzitutto su se stessa quando è tentata di raffreddarsi nell'esperienza dell'amore, della fede, della speranza e allora la sera di Pasqua, quando più forte è la tentazione di cogliere come quella giornata non abbia poi alla fine, dopo tanta celebrazione, dopo tanta liturgia, dopo tanti alleluja, cambiato un granchè dentro il mio cuore, dentro le nostre comunità, le nostre famiglie e direi più in generale dentro la storia dell'uomo, allora la Chiesa rilegge questa pagina, misura un po' la sua febbre, se esiste ancora passione per la parola di Dio, se ancora custodisce nel serbo del proprio cuore gli strumenti per decifrare la vicenda pasquale e coglierla, non come la parabola fallimentare dell'ennesimo rivoluzionario, ma al contrario come un fatto che cambia radicalmente la storia, perché mai si era udito prima della possibilità di rileggere la vicenda di una sofferenza, della sofferenza, come principio generativo di una novità di amore, di speranza, di cammino, così come non a caso, proprio il Signore Gesù parlando di se stesso, propone ai suoi interlocutori, riavvolgendo per così dire tutto il nastro biblico e offrendo la possibilità di comprendere più in profondità come, nella logica dell'amore che viene dal Padre, quello che può sembrare sconfitta, sofferenza, male, fallimento, diventa al contrario la buona notizia di un Dio che ha preso sulle proprie spalle, così radicalmente e così umilmente, il fallimento dell'umano per portarlo verso la gloria del Padre, accogliendo nella luce dello Spirito la possibilità che, ben oltre le nostre fallimentari e discontinue forze, fosse dall'alto che arrivasse l'energia nuova di un cambiamento di prospettiva.

Ecco, fratelli e sorelle, noi oggi questo viviamo, questo celebriamo, anche per consolidare in questa terza domenica di Pasqua, il nostro cammino pasquale, la liturgia, ce lo siamo ricordati tante volte, l'anno liturgico ha anche questa dimensione, vorrei dire davvero, pedagogica a noi che siamo stolti e lenti di cuore nel comprendere il mistero, noi che abbiamo bisogno di segni immediati ed evidenti, al limite del magico, abbiamo bisogno di tornare a scuola e davvero questa è una scuola in cui il Signore ripropone anche a noi queste chiavi interpretative del mistero, di una necessità che è altra cosa dalla fatalità, con cui il Signore mette in luce questa possibilità nuova, inaudita, feconda dell'amore di trasfigurare ciò che è fallimentare in principio di vita, ed ecco che il cuore arde perché noi siamo alla ricerca di questa possibilità di rileggere la nostra storia e la nostra realtà, abbiamo bisogno di qualcuno che non ci illuda raccontandoci che domani ci sarà ad ogni costo il sole, che non ci faccia promesse a buon mercato, noi abbiamo bisogno di un testimone che abbia, lui per primo, i segni della sconfitta, ma che ci aiuti a leggerli come possibilità reale, come esperienza vissuta di quanto l'amore trasfiguri, di quanto l'amore cambi le cose.

Mi colpisce, rileggendo stamani questa parola con voi fratelli e sorelle, questa notazione importante che ci viene dal bellissimo discorso di Pietro: “Gesù è stato liberato dai dolori della morte”. Noi siamo talmente, fratelli e sorelle, ammalati di una vita disillusa “Noi speravamo” dicono i due che si allontanano a gran passo da Gerusalemme perché colgono davvero l'inconsistenza dal loro punto di vista, della promessa pasquale, dell'evento pasquale, noi siamo un po' anche quelli del “noi speravamo”, e vedete, quando si abbassa la consapevolezza della qualità del vivere, della passione del vivere, dello sperare del vivere, allora aumenta, io credo, la percezione che esista un unico salvatore, un unico liberatore e questo liberatore e questo salvatore è colto in una analoga lettura minimale del mistero della nostra esistenza, ad una vita piatta il liberatore sufficiente potrà essere la morte, con la morte finisce tutto, finisce anche il dolore. No!

Atti oggi ci dice con grande chiarezza che anche la morte è dolore, anzi la morte è dolore, è nel dolore, non solo per arrivarci, ma anche nel suo starci.

Io dico questo non per formulare, ci conosciamo insomma, sbrigativi giudizi di facile condanna di chi sceglie questa scorciatoia davvero drammatica e sconfortante dell'eutanasia, io ve lo dico perché credo che la parola oggi davvero ci illumini su questa necessità di una tensione, di una febbre del nostro cuore, purificante e appassionante nello stesso tempo, che solo la fecondità della parola può contagiarci, che solo la ricchezza dell'Eucaristia può, per così dire, inocularci, ed è una passione con la quale, alla consapevolezza per cui la morte non può che essere dolore, corrisponda come il pieno della vita sia il significato autentico dell'esistenza, sia questa dimensione della speranza nella sua dinamicità, del nostro camminare, non per scappare da Gerusalemme come fanno queste due persone, ma al contrario per tornarci in una incessante rilettura di senso dei fatti avvenuti con la forza della memoria, dei fatti che accadranno col periscopio della speranza.

E queste cose le diciamo proprio perché abbiamo voglia di far tesoro della Pasqua, del suo mistero, del suo paradosso a limite dell'incredibile certo, a limite dell'incredibile, abbiamo bisogno di un grande supplemento pedagogico di fede per stare nella Pasqua, Natale è più semplice alla fine, Pasqua è più difficile, la scuola liturgica è più esigente e più lunga, abbiamo bisogno di comprendere fino in fondo ma, fratelli e sorelle, se noi torniamo a credere anzitutto nella qualità della vita come l'ha pensata Dio, come possiamo rassegnarci all'idea che il destino dell'uomo sia la morte?

Se noi perdiamo di vista come il nostro cuore sia davvero questo grande laboratorio di desiderio, che è una visione un po' più alta dell'umano stesso prima ancora di Dio, devono essere desideri a misura della stella contenuta nella parola desiderio, cioè riscoprirci come comete, inviate agli orizzonti infiniti della nostra pretesa umana.

Come è che che davvero possiamo rassegnarci all'idea che il compimento dell'uomo sia la morte? Sia questa sorta di stasi. E allora Atti oggi ci dice un'altra cosa bellissima, anche nel riposare e nel dormire sta viva la speranza- questo per dirci come l'idea dell'umano che la rivelazione ci dona è un'idea davvero forte, febbrile, incessante e ci vogliamo stare, vogliamo imparare dalla Pasqua stamani una rivisitazione della nostra visione di come noi siamo, perché rivisitando noi stessi in questa nostra tensione febbrile, ecco che ci è forse un poco più chiaro anche quel Dio alla cui immagine e somiglianza siamo stati fatti ed è quel Dio che ci viene a raccontare e a far conoscere la Pasqua del Signore Gesù per ricondurci a lui.

E del resto questa è una grandissima pagina di ritorno, Luca è un maestro nel raccontarci il ritorno, il più celebre, il più paradigmatico, lo conosciamo tutti, è il figliol prodigo che torna al padre, ma qui questi due fuggitivi tornano nella comunità che avevano abbandonato per disillusione, per disperazione e Dio solo sa quanti monaci siano esperti in tentativi e in illusioni di fughe, perché è l'unica vera grande tentazione del monaco, allontanarsi dal monastero, cercare un altrove migliore del luogo dove il Signore ci ha chiamati a vivere, per questo siamo sensibili al tema del ritorno, al tema di scoprire lo straordinario nell'ordinario, ma per far questo appunto la lente della speranza, il fuoco dell'amore, l'abbandono della fede, che oggi così magistralmente queste pagine splendide della parola vengono a donarci perché scaldato il cuore, nei gesti essenziali dell'amore, spezzare, spezzarsi, condividere, donarsi, ecco che facciamo una esperienza ancora più profonda della parola stessa, facciamo esperienza corporea, vorrei dire carnale, di cosa significhi essere amati, essere desiderati, fare comunione col Dio che non trattiene nulla di sé pur di riportare la nostra fragile ed errabonda umanità alle vere sorgenti del vero essere.

Questa è la vita, questa è la vita eterna, la morte è dolore, la nostra speranza confida nella premura di Dio per strapparci, come ha fatto con suo Figlio, dall'avventura orrenda della morte, della dimenticanza e del non senso. Amen.

Trascrizione a cura di Grazia Collini