«Noi perforiamo le nuvole». Omelia del padre abate Bernardo per la II Domenica del Tempo pasquale

523 aprile 2017 – II domenica di Pasqua o della Divina Misericordia (A)

 

Dagli Atti degli Apostoli
[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere.
Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.
Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo.
Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Omelia:

 

Cercare sempre il sole

dietro la collina

è la nostra forza sconosciuta,

impensata,

accresciuta dal buio.

Anche in questa mattina,

dove il nero miniera

vernicia il cielo

e affossa la vista,

noi perforiamo le nuvole.

 

Dalle pupille,

di speranza scintille.

 

(poesia di E.S.Andreoli da Inquietudine da imperfezione)

 

Ho quasi chiesto, fratelli e sorelle, al Signore che questa domenica fosse coperta da nuvole, ci desse la percezione anche sensoriale, meteopatica, come si dice, di una delle conseguenze, l'immediata conseguenza di ogni annuale celebrazione della Pasqua che si riassume in due parole che pronunciano, come forse ricordate, i due viandanti sconsolati dopo aver saputo, non solo della morte del Messia, ma addirittura della sua eventuale risurrezione o quanto meno della sua scomparsa da quella tomba: “noi speravamo”, essi dicono allo sconosciuto e irriconosciuto viandante che si accosta a loro. Anche lì il Signore torna sui loro e sui nostri passi, così come oggi il Vangelo ci dona una analoga esperienza, una ritrovata inserzione della luce di Dio nella penombra della nostra storia, delle nostre paure, delle nostre disperazioni e rassegnazioni.

Non più in cammino, ma addirittura in un ulteriore scadimento della tensione evangelica e missionaria che pure la Pasqua avrebbe dovuto innescare; qui siamo, nel Vangelo di Giovanni, al chiuso, protetti, nascosti, intimoriti e dunque a porte ben serrate. La percezione che di fatto la Pasqua non abbia per niente cambiato, non solo il mio orizzonte personale, ma nemmeno il senso della storia, il senso degli spazi e dei tempi nuovi che pure l'evento pasquale ha generato e portato a compimento in un nuovo inizio, che si inaugura proprio con la discesa del Signore Gesù nelle profondità della terra, nel suo riemergere con la forza dello stesso Spirito Santo a ridire un vero proprio restauro, abbiamo insistito molto su questa dimensione, soprattutto nella veglia pasquale, memori anche, per chi c'era, della lettura della Genesi, della creazione, perché davvero la Pasqua è questo, evento straordinario che restituisce la creazione al volto del Padre che torna a compiacersi di una realtà e di un tempo rigenerato dall'obbedienza del Figlio, che porta cioè il progetto divino di salvezza e di bellezza nel male dell'uomo, nella morte dell'uomo, nelle viscere della terra, creando così la possibilità di una autentica espansione della luce dello Spirito Santo che, in questo solco tracciato a carissimo prezzo dal Cristo, permette così una vera e propria rigenerazione cosmica.

Però c'è l'angustia della nostra esperienza psicologica, della nostra debole fede, che può anche venire a conoscenza, per un attimo restare anche affascinata, da questa prospettiva teologicamente fondata, intellettualmente coerente in base alla rivelazione biblica, ma nel mio stretto personale nulla cambia, è questo, potremmo dire forse forzando un po' i termini della scrittura, lo stato d'animo dei discepoli, posso dire che alle volte è il mio stato d'animo, quando torno a verificare già il Lunedì dell'Angelo, senza andar troppo lontano, la presenza di alcuni meccanismi sostanzialmente fallimentari del mio pensare, del mio relazionarmi, a me stesso, agli altri, a Dio, cioè la verifica che la novità pasquale di fatto mi abbia lasciato più o meno così come mi ha trovato.

Ecco noi, fratelli e sorelle, dobbiamo confessare di essere, per così dire, espressione un po' anni '70 ma la diciamo anche noi, gemelli di questo Tommaso detto Didimo, il gemello appunto, cioè partecipi ognuno di noi, con eccezioni talvolta anche molto vistose, che saluto e benedico con grande forza e ammirazione, ma non è il mio caso, gemelli cioè di questa sostanziale, se non incredulità, quanto meno diffidenza, quanto meno esclusione intellettuale e talvolta ahimè anche cordiale della possibilità che la Pasqua davvero abbia messo in circolazione, nella nostra storia e nel mio cuore, la novità pneumatologica che i discepoli hanno ricevuto dalla brezza che immediatamente è uscita dal cuore e dal respiro del Signore Gesù.

E allora fratelli e sorelle noi dobbiamo, partendo da questo dato confessante la nostra umiltà riconoscere, direi a più livelli, anzitutto il primo, la grazia di essere convocati dallo Spirito Santo, otto giorni dopo, in uno stesso luogo, in uno stesso tempo che è appunto la domenica, che è appunto la comunità ecclesiale, i perimetri di questa Basilica per noi che la frequentiamo, qualsiasi altro perimetro architettonico più o meno bello, più o meno dignitoso, ove tornare a fare esperienza, di che cosa? Di queste vestigia del Signore Gesù che non sono vestigia archeologiche, come dei fossili, come i calchi di Pompei, che possono stupirci perché vediamo sembianze umane, vediamo tracce di vita, ma sono dei calchi, sono delle impressioni, noi qui insieme per fede riconosciamo, indebolito magari dai tempi della storia, e dalla nostra refrattaria apertura di cuore, noi riconosciamo di essere visitati dalla brezza dello Spirito Santo, esso è vita, è la vita in Dio è la vita dell'amore in Dio, di Dio e da Dio.

E allora questo vento che attraversa, non solo le pareti di quella casa, ma anche il divario storico immane, ci rende partecipi di una esperienza che viene proprio ad ungere questa ferita della nostra poca fede, come del resto Pietro, lo dice molto chiaramente, la vostra fede non avendo visto sarà inevitabilmente messa alla prova. Riconosce Pietro in questa splendida sua lettera come in effetti questo deficit strutturale della mancanza di una esperienza immediata del Signore Gesù, inevitabilmente sottopone la nostra fede ad una tensione continua, lo dobbiamo riconoscere e senza vergogna, fratelli e sorelle, perché in fondo in questo grande evento, che è la creazione e questa grande traccia che apre la fede come possibile via di ritorno all'amore del Padre, è una esperienza creatrice e creativa di questa nostra realtà, sottratta così da un lato alla casualità e dall'altro alla fatalità, ecco che davvero ci è chiesta tanta, tanta, tanta, fratelli e sorelle, disciplina del cuore, energia delle gambe che devono salire crinali spesso estremamente sfiancanti, ma nello stesso tempo salutiamo e riconosciamo la bellezza di non essere stati in quella casa là, che tutela e qualifica la nostra libertà, la nostra ricerca, il nostro porci davanti a Dio con tutti i rischi della libertà, l'assenso e il non assenso, l'abbraccio dall'apertura quasi infantile della nostra figliolanza così fragile alle possenti braccia della paternità di Dio, ma anche questa nostra inquieta adolescenza, per la quale sentiamo di aver bisogno di volgere le spalle, di allontanarci, di cercare da soli, per conto nostro, senza fratelli, sorelle, padri e figli, la nostra via, per arrivare ad un orizzonte di senso nella nostra avventura umana.

Cosa sarebbe di noi se Cristo si materializzasse qui adesso? In fondo si fermerebbe la storia, a pensarci bene, si fermerebbe l'avventura della ricerca, la tensione di quell'amore, certo messo alla prova dall'assenza dell'amato, ma nello stesso tempo anche, come ci insegna la grande tradizione trobadorica l'amor de lonh, l'amore di lontano significa qualificare anzitutto il nostro cuore come un bacino di ascolto dove anche la brezza più leggera diventa la melodia che mi ricorda che oltre a me c'è un altro che mi cerca, mi ama, cerca la mia ricerca, ama il mio amore, desidera il mio desiderio.

E questa esperienza fratelli e sorelle trasforma dunque, pur fra mille prove, la nostra fede, in una profondissima e qualificatissima visione pur non avendo visto niente, o poco per lo meno, è la visione e l'ascolto di coloro che si accorgono dei minimi dettagli da quanto stanno attenti a percepire l'impercettibile di Dio.

In questa esperienza fratelli e sorelle noi abbiamo la grazia, lo dicevo tornando a questo primo livello più oggettivo, più fraterno, più filiale, che è la Chiesa e che deve essere la Chiesa, il luogo dell'amicizia, dove la mia fede stanca da tante prove ritrova l'unzione dell'accoglienza, della guarigione, della spinta, guai se la Chiesa scremasse gli imperfetti, tenesse lontano coloro che arrancano, disprezzasse le ricerche più ardite, guai, la Chiesa, ce lo ribadisce più volte Papa Francesco, in questo senso è davvero l'ospedale dove tutti noi abbiamo il diritto, e per certi il dovere, di sostare riconoscendoci umilmente bisognosi di essere fasciati per le fatiche di questi lunghi e faticosi crinali.

Tornando a questa nostra esperienza così preziosa e che ci vede, domenica dopo domenica, crescere nell'amicizia, nella reciprocità, alle volte lo sappiamo benissimo, basta anche uno sguardo mentre vi consegniamo il corpo del Signore, per dirci in silenzio quanto ci amiamo e quanto amiamo il Signore e quanto, settimana dopo settimana, il vostro semplice essere qui corrisponda al nostro semplice essere qui e il nostro, tutti insieme, esser qui corrisponda al bisogno che queste possenti e millenarie pareti siano attraversate dall'agilità del Cristo, perché soffi su di noi qualcosa. Ci basta anche poco del suo amore per riprendere coraggio, per non desistere nella ricerca e quindi, in un linguaggio pasquale per non arrenderci alla morte, alle tenebre al male

Per questo amo molto questi versi, perché in effetti tante volte la nostra storia somiglia, come il cielo nuvoloso di oggi a una mattina “color miniera”. Anche questa settimana ha portato con sé la sua storia di stragi, di morti, di incomprensioni e controversie, eppure insieme cerchiamo quella luce che il vento dello Spirito Santo, l'esperienza del perdono, la memoria credente delle ferite reali del Signore Gesù, rianima e dunque possiamo spalancare questa porta, scendere altrove e raccontare a tutti che la nostra antica disillusione e disperazione è stata guarita in attesa, speranza e desiderio.

 

Cercare sempre il sole

dietro la collina

è la nostra forza sconosciuta,

impensata,

accresciuta dal buio.

Anche in questa mattina,

dove il nero miniera

vernicia il cielo

e affossa la vista,

noi perforiamo le nuvole.

 

Dalle pupille,

di speranza scintille.

 

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

La fotografia è di Mariangela Montanari