«L'inizio di un nuovo inizio, di generazione in generazione». Omelia del padre abate Bernardo per la Messa «in coena Domini»

13 aprile 2017 – Giovedì Santo

Dal libro dell’Èsodo
In quei giorni, il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d’Egitto:
«Questo mese sarà per voi l’inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell’anno. Parlate a tutta la comunità d’Israele e dite: “Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l’agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne.
Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell’anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l’assemblea della comunità d’Israele lo immolerà al tramonto. Preso un po’ del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull’architrave delle case nelle quali lo mangeranno. In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con àzzimi e con erbe amare. Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore!
In quella notte io passerò per la terra d’Egitto e colpirò ogni primogenito nella terra d’Egitto, uomo o animale; così farò giustizia di tutti gli dèi dell’Egitto. Io sono il Signore! Il sangue sulle case dove vi troverete servirà da segno in vostro favore: io vedrò il sangue e passerò oltre; non vi sarà tra voi flagello di sterminio quando io colpirò la terra d’Egitto. Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione lo celebrerete come un rito perenne”».

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga

 

Dal Vangelo secondo Giovanni
Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».


 

OMELIA

“Questo mese sarà per voi l'inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell'anno -ci ha ricordato il Libro dell'Esodo, e ancora- di generazione in generazione celebrerete la Pasqua come un rito perenne”.

Ecco, fratelli e sorelle, la nostra meditazione parte da questa consapevolezza, resa possibile senz'altro dalla forza generativa dello Spirito Santo, esso si inscrive, attraverso l'efficacia dei gesti e della parola che la Chiesa ha raccolto dal suo Signore, nel ritmo del nostro tempo, lo fonda, lo rifonda, lo riplasma, donandocelo come un nuovo possibile inizio.

Ed è un nuovo possibile inizio che inscrive la sua fecondità, la novità, non in una soggettiva innovazione fondata su chissà quale estro, ma in realtà nella perennità di una tradizione che nel suo più vero significato è davvero quell'esperienza dello Spirito Santo che trasfigura le nostre deboli forze, la nostra vacillante memoria, la nostra, come dire, non ferma attesa del futuro, in una esperienza di continuità che brilla come limpido ruscello nell'alveo della storia, e che scorre, fra le gole spesso sofferte e difficili, come ci ha ricordato il sangue di domenica scorsa in Egitto, nel cuore stesso della Chiesa. Non è, sia chiaro, una storia alternativa, non  è una novità, per cosi' dire, posta al di fuori dell'orizzonte della nostra umanità, non è nemmeno una perennità assicurata da formulari magici, che richiedono chissà quale preparazione esoterica, per essere assorbiti e fatti propri.

Noi verifichiamo al contrario l'efficacia dello Spirito Santo, la sua presenza, la sua pazienza, la sua forza, ma anche la sua umiltà, per la sua stessa invisibilità, nel fatto che tutto quello che ci trasmettiamo di generazione in generazione nel cuore stesso della Chiesa è davvero l'esito di una forza che non è la nostra forza, di una efficacia che non è la nostra efficacia, di una ricchezza che non è, né la nostra ricchezza e tanto meno vogliamo che sia, la nostra presunzione di poterci salvare facendo nostro ciò che invece resta un dono così grande e ineffabile per cui, come Chiesa, come popolo di Dio, oggi, non possiamo che celebrare e dire Eucaristia, cioè, grazie Signore per questo dono che metti nelle nostre mani, metti nei nostri cuori e con cui rinnovi la nostra storia, riavvolgendola in un nuovo inizio, di cui il segno immediato è la stagionalità della primavera, ben inscritta nella ritualità dell'antica Pasqua di cui ci parla l'Esodo assieme all'altro grande, fascinoso richiamo temporale che è la luna piena che viene a illuminare queste notti, queste prime notti di primavera con una luce che segnala questo possibile nuovo inizio.

Ma noi non adoriamo i grandi luminari del cielo, fratelli e sorelle, noi non stiamo ad aspettare la stagione cercando di individuare nei suoi segni, viventi e animali e creaturali, chissà quale possibile presagio del futuro,  noi però leggiamo questi segni come il risveglio di una potenzialità divina che chiede però un altro sguardo, per essere accolta, decifrata e fatta autenticamente nostra, ed è quella forza con cui il Signore rinuncia ad ogni forza e si mette in ginocchio per servire i suoi discepoli, tanto Pietro che presto lo tradirà, quanto lo stesso Giuda che lo ha già tradito.

In questa esperienza in cui tutti siamo accumunati dal bisogno di essere lavati, fratelli e sorelle, dall'amore del Signore, riscopriamo così un nuovo modo di vivere il tempo, un nuovo modo di vivere la realtà, un nuovo modo di porci in uno sguardo sulla storia di cui la Pasqua è annuale celebrazione di una possibilità autenticamente rifondativa, generativa, portatrice cioè di una speranza che porta inevitabilmente dei segni coi quali, nella logica del Vangelo, vogliamo coraggiosamente affermare il primato del bene e dell'amore su qualsiasi radicale, ideologico, rassegnato pessimismo.

Certo, nonostante la forza dello Spirito Santo, questa comunicazione, trasmissione di gesti, con cui e di cui Paolo così precisamente parla sulla linea di questa cura con cui, prima Israele e poi la Chiesa, trasmette di generazione in generazione i segni e i gesti compiuti da Dio stesso nella storia, per comunicare questa esperienza di liberazione e di salvezza, noi sappiamo bene che nonostante la forza dello Spirito Santo, le nostre mani sono deboli, traditrici talvolta, come Pietro, come Giuda, talvolta sono mani spinte da cuori che facilmente dimenticano, confondono, che perdono di vista, questo magistero di autentica comprensione che oggi tante volte ha risuonato in questa parola del Signore, fino all'esplicito invito del Signore Gesù  a capire, a comprendere, a far nostro questo mistero, non perché l'uomo possa superbamente comprendere l'ineffabile, l'indicibile, l'incomprensibile per cui, con la forza dello stesso Spirito Santo, veicolato dal gesto di offerta di se stesso che Dio in Cristo compie radicalmente fino a sperimentare la morte, la morte di ciascuno di noi, un gesto, una parola, una forza che trasforma misteriosamente e incomprensibilmente pane e vino nel corpo e nel sangue del nostro Signore.

Questo non lo possiamo comprendere, sia ben chiaro, ma certamente ci è chiesto di comprendere, e soprattutto di testimoniare, cosa sia sotteso a questa misteriosa trasfigurazione, questo sì che lo dobbiamo fino in fondo comprendere, per non smentire l'eredità vivente del Vangelo di Cristo, per non trasformare le nostre liturgie in apparati scenografici, ma vuoti di quel significato che deve semmai render bello e vivificare soprattutto tutto ciò che diventa il compimento del rito e l'inizio di una stagione nuova nel nostro modo di porci davanti al Signore, anzitutto con la riconoscenza, la meno inadeguata possibile e fra di noi, perché di generazione in generazione, ma anche nell'orizzontalità del nostro tempo non si attenui, non si tradisca, non rallenti il suo ritmo la forza generativa dell'amore, che è lo stesso ineffabile mistero per cui davvero con lo Spirito Santo, che amore è, quel pane e quel vino diventano la carne e il sangue del Signore Gesù.

Per questo sapientemente il Vangelo di Giovanni, tutti lo sanno, ha preferito omettere l'istituzione dell'Eucaristia e ha voluto, alternativamente, raccontarci un gesto che per San Bernardo è sacamento, non meno del Battesimo e non meno dell'Eucaristia e cioè la lavanda dei piedi, questo gesto concreto, umano, casalingo, quotidiano, che noi possiamo e dobbiamo ritualizzare, ma non certamente spogliare del suo significato più immediato, più concreto: questo amore che svela il mistero senza prosciugare il dato divinamente ineffabile, ma lo rende condivisibile, imitabile da ciascuno di noi nelle strade della storia, nell'intimità delle nostre case e delle nostre comunità ecclesiali.

In questa prospettiva, fratelli e sorelle, noi entriamo attraverso quell'immagine simbolica di cui pure la prima lettura ci ha così insistentemente parlato, e che a San Miniato è poi davvero l'immagine di ogni immagine, la porta, quella porta bagnata di sangue, il sangue dei nostri martiri, fratelli e sorelle. Il 27 aprile, dunque ormai fra pochissimi giorni, saranno trascorsi 999 anni da quando il Vescovo Ildebrando ha trovato le tracce del sangue del martirio del  250 d.c. che ha reso queste porte, e rende queste porte, un simbolo pasquale per la nostra città, un passaggio cioè di liberazione, una porta di speranza, per dirlo col profeta Osea.

A dire cioè che, per paradosso, proprio annunciare la morte del Signore significa dire e vivere la Pasqua, attenderne la fecondità paradossale di vita, finchè Egli torni!

Guardate che immagine paradossale, concettualmente insostenibile, concettualmente insostenibile, fratelli e sorelle!

Ma che diventa plausibile, sperabile, se la decifriamo con l'ermeneutica dell'amore, perché sappiamo che per amore è morto il nostro Signore, rinunciando ad ogni autotutela e proprio questo svuotamento del Signore Gesù  significa che la nostra storia si lascia finalmente colmare, obbediente, di quell'amore del Padre e che il Padre aveva invano tentato di riempire il cuore del primo Adamo, e allora davvero questo annunciare la morte del Signore significa proclamarne il ritorno, significa dire che se Pasqua fonda, come abbiamo detto, un nuovo inizio attraverso un rito perenne, questo pure vuol dire che questa nostra storia ha un compimento, una liberazione estrema, questo interessa profondamente ciascuno di noi, troppo schiavi come siamo di calendari, che mettono in fila un giorno dopo l'altro senza qualità e allora vuol dire che queste nostre porte sono il segnale di liberazione, bagnate dal sangue di Miniato, bagnate dal sangue dei nuovi martiri di cui la Chiesa è misteriosamente ancora e dolorosamente colma, significa che vivendo,  testimoniando, celebrando, domani adorando la morte del Signore nella sua croce noi in realtà, per paradosso d'amore, proclamiamo il suo ritorno.

E questo trasforma il tempo in storia, in un orizzonte di significato, che l'ermeneutica questa volta non solo dell'amore, ma anche della speranza e della fede restituisce ai desideri più alti e duraturi dei nostri cuori. Amen.

Trascrizione a cura di Grazia Collini

Fotografia di Mariangela Montanari