«"Noi con amore ti chiediamo amore". Sulla via della croce tracciata dai versi di Mario Luzi». La meditazione sulla Pasqua del padre abate Bernardo

San Miniato al Monte -11 aprile 2017

Meditazione dell'Abate Bernardo Gianni per la Pasqua

Via Crucis

Testo Poetico di Mario Luzi

Preghiera

Ti chiediamo Signore di fare di questo nostro incontro, memoria ispirata e dolente della tua passione, l'occasione per iniziare a gustare la luce che viene dalla Pasqua, tanta è l'oscurità nella quale ti inabissi, tanta è la luce che inizi a donarci come riverbero affidabile dell'amore del Padre. Ti domandiamo tutto questo per Cristo nostro Signore. Amen.

 

Ecco, la nostra meditazione, per una serie di circostanze concatenate tra loro, senza una consapevole progettazione previa, quest'anno pone la sua attenzione su questi splendidi versi che Mario Luzi ha composto nel 1999 su invito di Giovanni Paolo II per la Via Crucis che tradizionalmente si tiene, come tutti sanno, al Colosseo.

Mi sembrava bello che in questo contesto, più meditativo, rispetto alla lettura avvenuta in Basilica domenica scorsa, questi testi diventassero il percorso, la scia di luce attraverso la quale arrivare a sabato notte, celebrare così la Pasqua rigenerati e corroborati da queste meditazioni, che sono poi l'intento per il quale ogni anno ci ritroviamo. Io in realtà è la prima volta che provo a fare una cosa di questo tipo, generalmente il riferimento è sempre a una pagina biblica o al più a qualche riflessione teologica, patristica etc, qui si tratta veramente di commentare poesia, quindi forse prendo una grossa cantonata e vi costringo quindi a una sostanziale perdita di tempo. Di questo vi chiedo anticipatamente scusa.

Il testo della Via Crucis, quello che riusciremo a leggere, ha una piccola introduzione:

 

Introduzione

Padre, nella tua prescienza conosci tutto prima che sia e quando è. Lo guardi essere con il tuo sguardo imperscrutabile. Quanto è lontana da te l'angoscia che mi opprime.

L'angoscia che mi leggi in viso e nel cuore è quella del presentimento. Tutto ti è comprensibile: anche questo; eppure dubito talora che questa sofferenza non ti arrivi, poi subito di questo mi ravvedo perché so la tua misericordia.

Padre che sta per accadere che per te non sia già stato? Che cos'è questo sgomento?

C'è nel tempo qualcosa che m'affligge, il tempo è degli umani, per loro lo hai creato, a loro hai dato di crearne, di inaugurare epoche, di chiuderle. Il tempo lo conosci, ma non lo condividi. Io dal fondo del tempo ti dico: la tristezza del tempo è forte nell'uomo, invincibile.

 

Ecco questa è l'introduzione, una introduzione che già ci fa intuire la grande novità, o per lo meno la grande specificità di questi testi meditativi di Mario Luzi, essi sono, come avete perfettamente colto, sempre un intimo dialogo fra il Padre e il Figlio. Un dialogo presuppone una alterità, non sono identici, il Padre e il Figlio, altrimenti non ci sarebbe la possibilità di un dialogo e un dialogo presuppone, oltre alla diversità anche una distanza. Il tema della distanza è un tema propriamente pasquale, è il grande tema del mistero dei tre giorni, perché effettivamente il Signore Gesù vive, come dice molto lucidamente il testo poetico, una sorta di inabissamento, egli dice nel fondo del tempo -Io dal fondo del tempo ti dico- mentre invece riconosce il Padre come colui che ha esperienza, ha conoscenza del tempo, ma non la condivisione, quindi del Padre è riconosciuta una sorta di eternità e anche una prescienza, una prescienza che lo rende capace di uno sguardo, ci dice all'inizio Luzi, imperscrutabile, la conseguenza è una lontananza,l'angoscia che opprime il poeta.

E il tema appunto della lontananza permette, presuppone, nello stesso tempo il mistero pasquale. Cioè il mistero pasquale è davvero il dramma della lontananza del Figlio dal Padre, della missione del Figlio inviato dal Padre, ed è un vero e proprio scenario di profondissima libertà, la libertà amante del Padre che, come autentico Padre, pieno di amore, colma di responsabilità il Figlio e lo lascia andare, come devono fare i bravi padri e le brave madri, nello stesso tempo il Figlio, l'amato, con altrettanta libertà intuisce, cerca di perseguire quello che il Padre gli prospetta come un percorso non fatale, ma accogliere con la libertà della scelta, dell'obbedienza, dell'intuizione amorosa resa possibile dalla fede e dalla fiducia.

Ma questa fede e questa fiducia sono messe drammaticamente alla prova proprio dalla distanza ed ecco che il testo di Luzi ha questa straordinaria liricità del dubbio e della distanza - Tutto ti è comprensibile: anche questo; eppure dubito talora che questa sofferenza non ti arrivi, poi subito di questo mi ravvedo perché so la tua misericordia- nel giro di pochissimi versi, come vedete, Mario Luzi esprime in modo molto raffinato questa teologia dei tre giorni, teologia della distanza, teologia dell'eternità nel tempo. Forse vi ricorderete come nella lettura della passione che abbiamo fatto domenica scorsa, a un certo punto coloro che assistono alla crocifissione dicono -lo liberi lui se davvero è buono- mettono cioè radicalmente in dubbio quello che tante volte anche la nostra fede, abbastanza fragile, è portata a mettere sotto ipoteca, questa relazione di profonda premura, di profonda partecipazione, di profonda compassione fra il Padre e il Figlio e più estesamente fra il Padre e la nostra umanità; il Signore Gesù porta sulla croce proprio questa nostra umanità dubitante, ravvedendosene naturalmente, come qui dice, ma la porta sulla croce, vive sulla croce questo nostro tormento, questa percezione di essere abbandonati da una distanza che nessun amore può colmare e questo è il grande mistero del venerdì santo, in un silenzio terribile, che il poeta più volte evoca in queste meditazioni, e l'esito pasquale non è altro che rigenerare nel Figlio, ma anche attraverso di lui in ciascuno di noi, la percezione di una figliolanza così radicalmente amata dal Padre da vincere lo iato, la separazione diabolica della morte stessa e rispondere così con una effusione di amore a quel dubbio -lo liberi lui- che è ancora più drammatico a pensarci bene di quel -se veramente è Figlio di Dio salvi se stesso-

Qui davvero si sottolinea quel dramma di amore, di abbandono che rende Gesù, vorrebbe rendere Gesù, un orfano.

Ecco la Pasqua e la passione del Signore ci mettono sotto lo sguardo la possibilità di una umanità orfana e noi vogliamo percorrere, lo faremo venerdì, la penombra di quella sera proprio cercando davvero di portare nel nostro cuore tutti quei momenti in cui talvolta ci sentiamo orfani, fondamentalmente dimenticati e non amati da un Dio assente, tanto è lontana da lui l'angoscia che ci opprime.

E l'ultima notazione è quella, necessaria credo, sul tempo, che Gesù sperimenta per la prima volta in modo così forte, il Padre ha uno sguardo imperscrutabile, dice Gesù in questi momenti, che gli fanno dimenticare in realtà che lo sguardo del Padre è uno sguardo pieno di amore, l'imperscrutabilità è proprio il divario che il tempo produce fra l'assolutezza dell'eterno e questa nostra relatività che ci consuma. Qui il Signore Gesù dice, nell'intuizione di Mario Luzi, una cosa splendida sulla quale tante volte mi viene da insistere - il tempo è degli umani, per loro lo hai creato- troppe volte noi ci dimentichiamo che il tempo è una creazione di Dio e come tale è una creazione che va anch'essa relativizzata, una volta che la intuiamo finalmente come dono e non come maledizione, come tutto il creato può diventare, in uno sguardo di fede, fino addirittura alla morte stessa, una esperienza che ci permette il ritorno al Padre stesso; però qui il Signore Gesù sottolinea come, nell'immediatezza della sofferenza, del silenzio, della solitudine, il tempo è solo tristezza, e questo lo diciamo davvero salutando nel patire del Cristo, il patire di tutta quell'umanità che non riesce a vedere nel tempo che tristezza, non riesce a vedere nel tempo che la maledizione di una fatalità che solo e soltanto ci consuma e ci distrugge.

 

Prima Stazione-Gesù nell'orto degli ulivi

Meditazione-Padre, siamo nell'Orto degli Ulivi - così chiamano il luogo qui a Gerusalemme. Mi prostro con la faccia a terra, dico parole dissennate: passi da me questo calice. Ma non come vorrei come tu vuoi sia fatto (1). Ciò che si prepara è nelle Scritture, a quello ho ordinato i miei pensieri punto per punto, eppure esito ancora, farnetico che sia revocabile. Tu entri nel groviglio umano e lo disbrogli pure così lontano come sei nella tua eternità da questi nodi delle esistenze temporali.(2) In te pietà ed amore riempiono l'abisso di questa differenza (3). Intendimi.

Ma ecco viene gente. Sono già qui, è Giuda, uno dei dodici, lo accompagna una moltitudine per niente pacifica. Hanno bastoni e spade, è chiaro in un baleno a che punto della tragedia siamo. E io che follemente, che umanamente ti chiedevo di rimuoverla! Giuda - tu lo vedi nella notte e leggi i suoi pensieri - mi si accosta, mi dà saluto e bacio. È il segno (4).

 

Il poeta insiste molto sulla dimensione umana del Signore Gesù e ci accompagna così in una vera e propria Via Crucis che l'umanità del Signore Gesù vive in forza di quella libertà di cui abbiamo parlato, non è un teatrino la passione, troppe volte noi abbiamo un po' questa percezione dove tutto si svolge semplicemente come deve accadere, si apre il sipario, l'attore recita, finisce il dramma come doveva finire, applaudiamo e torniamo a casa. Il Padre, non dimentichiamocelo mai, è nell'esperienza della speranza che il Figlio accolga tutta la sua progettualità di amore, un amore che è raccolto da un cuore libero, tentato appunto di salvare se stesso, come ognuno di noi ogni giorno è fondamentalmente più che tentato, disposto, orientato a salvare se stesso e non altri.

(1)Ecco il tema dell'obbedienza, e non c'è obbedienza senza vera libertà.

(2)Ritroviamo questo bellissimo concetto di un Dio che, essendo nell'eternità, non può che essere lontano dal nostro palpitante tempo che ci distrugge, che ci consuma, ma è una eternità feconda di un amore che le Scritture si incaricano da sempre di comunicarci, di rivelarci, proprio per smentire l'idea di un Dio eterno, lontano e indifferente, per questo il Signore Gesù si è preparato sulle Scritture, noi diremmo ha fatto tanta lectio divina sulle Scritture, ordinando a questa prospettiva i suoi pensieri, punto per punto, versetto dopo versetto, imparando cioè la vicenda di un amore appassionato di Dio per il suo popolo e come tale un amore appunto che si consuma, che si lascia mettere alla prova, che è oggetto di dubbio, di rifiuto, di prova, fin dall'inizio della storia della nostra umanità. “Eppure esito ancora” perché noi possiamo leggere e rileggere la scrittura, ma la nostra esperienza è sempre labile, ricordiamoci quello che è successo a Giacobbe, tornano i suoi figli, gli raccontano di aver incontrato Giuseppe vivo, il padre ha un cuore così freddo che questo racconto non è sufficiente a scaldarlo, si scalda quando vede e constata i doni che Giuseppe gli ha mandato e noi si diceva l'altra volta in una stessa analogia pasquale i discepoli di Emmaus, incontrano Gesù, ascoltano punto per punto, direbbe Mario Luzi, la buona notizia della Pasqua, ma restano completamente freddi e inerti, si scaldano un po' il cuore, ma non è sufficiente a riconoscere il Signore che viene riconosciuto quando la parola si fa gesto nello spezzare il pane.Abbiamo bisogno e lo stesso Signore Gesù ha bisogno, che il Padre, si direbbe, entri nel groviglio umano e lo disbrogli -bellissimo, sentite la musicalità anche assonante- pure così lontano come sei nella tua eternità da questi nodi dell'esistenza temporale- solo lo Spirito Santo come fuoco può bruciare questi nodi della temporalità.

(3)Ecco l'intuizione propriamente teologica di Mario Luzi, ma autenticamente del Signore Gesù, di ciascuno di noi, questa lontananza non è indifferenza, ma è appunto un abisso colmato da pietà e amore. Senza sacrificare la libertà di Dio, senza sacrificare la libertà dell'uomo un unico ponte è possibile tracciare, perché uno dei due, o tutti e due, non diventino condizionati fatalmente da un destino cieco e muto: la libertà dell'amore. E poco prima, se vi ricordate bene, nell'introduzione Mario Luzi ha fatto dire a Gesù -perché so la tua misericordia- e noi un anno fa meditavamo, se vi ricordate, quella riflessione di Paolo VI nella Veglia pasquale degli anni '60 in cui Paolo Vi qualificava la misericordia come la rivelazione, attraverso Cristo, dell'amore del Padre, cioè: senza il Figlio noi non conosciamo Dio, lo conosceremmo come essenza, diceva allora Paolo VI, ma dell'essenza di un Dio teorico, filosofico, alla fine che ce ne facciamo? Però per scoprirlo come amore, come pietà e amore, che riempiono l'indifferenza e la distanza, abbiamo bisogno di questo sguardo che Gesù acquisisce sulla croce, “ha imparato l'obbedienza dalle cose che ha patito” -dice la Lettera agli Ebrei, vi ricordate no questo versetto straordinario? Cioè Gesù ha una pedagogia che inizia con la nascita e termina sulla croce, dove sulla croce appunto non è più la lettura biblica, punto per punto alla sinagoga, ma diventa davvero l'”a tu per tu” con Dio.

(4)Non voglio commentare tutto, ma io credo si comprenda davvero come, in una logica d'amore sia follia, per paradosso, non corrispondere alla follia di amore del Padre che si allontana da se stesso, lasciando che il Figlio precipiti in questa totale negazione della dignità filiale, tale che un bacio, da espressione di amore diventi espressione di tradimento, ma a questo rovesciamento corrisponde il fatto che la croce da strumento di morte diventa strumento di vita, comprendete no?

 

Seconda Stazione-Gesù condannato dal sinedrio

Meditazione-Sono ora, Padre, in balìa degli uomini a cui tu mi hai mandato (1).Che fare? Io li ho amati. L'amore ha molte forme, e io molte ne ho provate e fatte ardere, anche il rimprovero, anche il duro ammonimento. Mi sono fatto amici in gran numero, ma un esercito sono i miei nemici (2). Io tutti li amo, tutti, ma quanti comprendono? Il male contro cui contendi anche qui ha le sue sedi, i suoi nascondigli. A me come viatico soltanto l'amore è stato dato, non ho avuto altra arma per difendermi. Mi prendono, mi portano dinanzi ai loro giudici (3). Sono tue creature, sono miei fratelli, hai messo loro in cuore la sete di giustizia ma la presunzione di saziarla non viene da te, viene dal demonio. Il giusto! Fu acceso quel desiderio contro quale iniquità primaria? Tua, Padre, o del maligno contro te? Su questo principio non si placa la controversia umana. Ed ecco in nome tuo succedono empietà, soprusi, disegni miserabili, perfidie, ipocrisie. Alcuni uomini giudicano altri uomini (4).

 

(1)Questa è pura teologia trinitaria, la missione.

(2)E' il destino dell'amore, l'amore della gratuità; l'amore che intende, con la luce della giustizia convertire gli uomini, ci insegna la vicenda di tanti profeti non può che terminare in un sepolcro imbiancato e quindi questa è la vicenda che il Signore Gesù va a conoscere e quindi c'è davvero un destino fatale.

(3)Davvero come l'intuizione sia bellissima, proprio il Signore Gesù come l'amato che non ha altra forza che l'amore, una forza che in questo nodo storico è costretta a subire la forza del male.

(4)E' il dramma della giustizia dell'uomo, e nell'uomo, come l'amore può essere presuntuosamente separato dal suo respiro misteriosamente trinitario e diventare anche capace di morte, capace di voracità, non diversamente la giustizia, ci dice qui il Signore Gesù nell'intuizione di Mario Luzi, la presunzione di saziarla questa sete di giustizia, il saziarla con le nostre risorse naturalmente, o peggio ancora, guardate che meraviglia così profondamente attuale, in nome di Dio “empietà, soprusi, disegni miserabili, perfidie, ipocrisie. Alcuni uomini giudicano altri uomini”. Il dramma e la tristezza del tempo dovrebbe educarci, e in questo il mistero pasquale, soprattutto in questi passaggi qui ci aiuta, non ci dimentichiamo che la stazione si riferisce al giudizio che alcuni uomini danno del Signore Gesù, i sommi sacerdoti, tutto il sinedrio cercavano falsa testimonianza contro Gesù, e ci ricorda appunto il dramma della presunzione dell'uomo, il suo cancellare il suo limite creaturale e l'assolutizzare in modo indebito la propria giustizia.

 

Terza Stazione-Gesù è giudicato da Pilato

Meditazione-Sono dinanzi a loro nel sinedrio, mi scrutano i sommi sacerdoti, mi vogliono colpevole, covano contro me pensieri perversi. Mi provocano, irritati dal mio silenzio, mi consegnano a Pilato, mi scherniscono. Applaude la turba dei miei simili, si eccitano tra di loro, si ubriacano di vendetta, mi vogliono in croce, strappano al procuratore la sentenza. In che cosa li ho offesi che mi odiano a tal punto, a che rancore danno sfogo su di me che sono il più vulnerabile? Li guardo, Padre, come tu li guardi, ma il tuo ed il mio sguardo non sono comparabili. Vogliono uccidere il mio divino in me e vogliono questo in nome tuo... Perché Padre, talora mi domando, l'incarnazione è tra gli uomini, perché non in altra specie tra quelle delle tue creature visibili e che pure ti testimoniano: gli uccelli i pesci, le gazzelle, i daini. Ma questa perduta specie volevi riconciliarti, mi hai affiliato all'uomo perché, figlio dell'uomo, trafitto dagli uomini, sanguinassi e questo fosse il prezzo del perdono e del ricominciamento. Deliro, non badare, aiutami, Ti supplico.

 

Vogliono uccidere il divino che è nel Signore Gesù, intuisce sapientemente Mario Luzi, cioè vogliono uccidere questa qualità non rivendicativa e non giudicante della giustizia misericordiosa che il Signore Gesù manifesta, il suo appello all'unità, alla salvezza, al perdono, alla riconciliazione, che naturalmente si frantuma nei nodi della storia, divisa come è fra nazioni, fra interessi, fra aspirazioni, ambizioni, ambiguità e ipocrisia, è inevitabile uccidere questo divino qui per mantenere -così come si proietta anche nel cuore del Signore Gesù: salva te stesso- per mantenere e mantenerci vivi, non si può che mettere a tacere e sopprimere l'amore divino che il Signore Gesù viene a svelare e a donare e naturalmente si ha bisogno di dare autorevolezza a questa rivendicazione ubriaca, meraviglioso no? “Si ubriacano di vendetta mi vogliono in croce, si eccitano fra di loro”. Qui c'è davvero tutta tragedia del branco, si direbbe oggi, con il linguaggio della attuale sociologia, la tragedia del branco e tutto questo per essere autorevole va fatto in nome di Dio, come accadde puntualmente nel tribunale che giudicava il Signore.

Vi è poi questa originalissima, e devo dire sublime divagazione davvero folle, delirante, del Signore Gesù, perché l'incarnazione non potrebbe essere fra gli uccelli, pesci, le gazzelle i daini? E devo dire che questo è uno dei momenti davvero più straordinari e credo davvero inediti nello scandaglio dell' umanità del Signore Gesù nel momento della passione. Per quello che mi consta, forse a nessuno era mai venuto in mente questo possibile pensiero che il Signore Gesù può aver avuto in quel momento drammatico. Voi capite la grandezza di questa Via Crucis è proprio condurci nel cuore dei pensieri e nel cuore del cuore del Signore Gesù, nel momento drammatico della passione, senza arbìtri teologici, cioè senza una umanizzazione esclusiva, indebita del Signore Gesù, ma nello stesso tempo senza, come dire, censurare, diluire, il dramma dell'umanità del Signore Gesù.

E' un crinale, come la grande teologia del Concilio, dell'inizio della Chiesa sa, estremamente difficile, delicato, sul quale, come nelle trincee della prima guerra mondiale si sono giocate guerre alle volte anche drammaticamente sanguinarie, quelle dei martiri, quelle degli interessi, spesso anche politici, ma la verità è questa lectio difficilior, questa lezione più difficile che tiene insieme, in una ellissi perfetta, il fuoco dell'umanità e il fuoco della divinità del Signore Gesù.

Ecco, i versetti di Mario Luzi ci conducono proprio nel cuore di questa ellissi, allora assume una sua sostanza, anche teologica, la fantasia divagante del Signore che, nella prova e nella sofferenza, si immagina incarnato nella libertà innocente, ma proprio per questo non bisognosa di incarnazione, degli uccelli, dei pesci, delle gazzelle e dei daini i quali vivono la loro naturalità istintiva senza alcun dramma del male che la libertà implica. Per questo aggiunge, proprio la perduta specie dell'uomo volevi riconciliare. L'uccello non si perde mai da Dio, è sempre pronto cinguettando a glorificarlo, per così dire, ma l'uomo invece, eccome se si perde, e allora l'affiliazione all'uomo, Gesù si affilia all'uomo, perché l'uomo si affili, attraverso Cristo, a un Padre e tutto questo con una parola perfettamente pasquale che Mario Luzi impiega: il ricominciamento.

La Pasqua è davvero il ricominciamento, perché davvero contempliamo nei gesti della liturgia, e viviamo nei gesti della liturgia, la notte della Veglia una vera e propria ricreazione, dalle tenebre alla luce, dall'acqua all'asciutto, con la benedizione dell'acqua, riviviamo il nostro ricominciamento facendo la memoria del nostro battesimo con una candela in mano, la veglia pasquale in questo senso è davvero il crinale che ogni anno trasfigura il ricominciamento primaverile, che è un ricominciamento naturale, stagionale, quindi drammaticamente ciclico, in un ricominciamento che spezza questo cerchio, avviandolo come una linea di salvezza verso la speranza di una definitiva Pasqua.

 

Quarta Stazione- Gesù è caricato della croce

Meditazione-Questa marmaglia aizzata contro di me ignora tutto di te, di me e dello Spirito, non conosce nemmeno il motivo dello scandalo, ha solo in corpo un furore distruttivo da sfogare (1). Sono anche questo gli uomini a cui tu mi hai mandato e io tra loro sono venuto conoscendo in verità ore di affetto e di dolcezza e altre di amarezza inconsolabile (2). Questa brutalità mi è nuova. Il divino che è in me, quello vogliono uccidere, questa bramosia li eccita. Sfogare sopra un misero e indifeso corpo umano che hanno nelle loro mani, l'astio d'un antico e inconfessato paragone con la divinità, questo li esalta (3). Ma altri, Padre, odiano in me la mia pochezza, maledicono l'umiltà che ho messo nell'essere il tuo figlio, profanando la grandezza nella quale ti pensano (4). Eppure abbi pietà, perdonali. Ho cercato di aprire la mente loro alla tua luce con molte parabole e dettami. Ma l'errore è enorme, devono ancora molto, molto crescere. Intanto vedi che scempio fanno di me e che ludibrio: percosse, scherni, insulti di ogni specie punteggiano il cammino all'uscita dal pretorio dopo la resa di Pilato alla turba furibonda. Ancora, Padre, ti chiedo se questa ignominia è necessaria. Tutto è scritto, lo so, ma nulla è revocabile? “Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà” - questo ho insegnato a dirti. “Come in cielo così in terra” ho aggiunto. Il tuo regno non è venuto ancora. Ecco, mi addossano una croce da portare tra sputi e contumelie. O Padre, non vedo venire a me nessuno dei tuoi angeli (5).

 

(1)Se ancora nel tribunale si parodiava la parola di Dio, il giudizio di Dio e si condannava il Signore nel suo nome, qui davvero Gesù è consegnato all'arbitrio della folla, quindi non si conosce il mistero trinitario, te, me e lo Spirito, bellissima questa intuizione profonda per cui, nella logica urlante, distruttiva di questo io collettivo che è la folla, spersonalizzata, non si può conoscere la persona trinitaria, l'uomo si dimentica di essere persona e assolutizza se stesso in un noi che può essere l'ideologia dello stato, di destra o di sinistra non importa, il novecento ce lo ricorda drammaticamente, come può avere esperienza della relazione personale?

Padre, Figlio e Spirito Santo, che è la nostra verità, non solo la verità di Dio, noi siamo inabitati dalla trinità, ma se alla fine ci riconosciamo come estrema verità nel noi collettivo che oggi assume forme diverse rispetto alla brutalità immediata delle grandi organizzazioni sovietiche, naziste, quello che vogliamo, in questo senso non c'è differenza alcuna, perché oggi c'è una collettività fatta di consumo, di moda, di aggregazioni le più varie, ma che tendono tutte a condizionare la libertà della persona e la sua dignità. Ricordiamoci questi versetti, sono un grande avvertimento, perché questo tipo di noi spersonalizzato sarebbe capace anche oggi di mettere in croce il Signore Gesù e se noi ci troviamo dentro, senza avvertenza, non è detto che anche a noi non scappi qualche grido emotivo che liquidi senza troppo pensarci il divino di Gesù.

(2)Pensiamo, gli amici di Gesù, le donne che lo accolgono, gli lavano i piedi, qui è bellissimo no?

(3)E' il peccato dell'inizio, lo capite molto bene, qui davvero Mario Luzi è gigantesco, veramente gigantesco nel riannodare la vicenda del vecchio col nuovo Adamo e di là ancora tutta la nostra fallacia, questa idea che se vi ricordate bene il diavolo insinua in Adamo, questo Dio ti vuole schiacciare, lui ti ha fatto divieto di mangiare tutti gli alberi del giardino e questo non era, se vi ricordate, perché anzi, il Signore fa crescere tanti alberi perché l'uomo li possa davvero mangiare, coltivare, custodire, solo un albero non può, ma il diavolo fa credere ad Adamo di essere stato creato per un capriccio, per una soggezione, per una esperienza mortificante ed ecco questo fraintendimento drammatico, noi liquidiamo la gratuità, la bellezza, la responsabilità liberante dell'amore divino che il Signore Gesù viene a consegnarci.

(4)Qui viene in mente un passaggio molto bello dell' omelia dell'inizio di pontificato di Papa Benedetto, quando egli sosteneva davvero in termini mirabili, come la vera grandezza del Dio di Gesù Cristo è proprio il suo essersi fatto piccolo e capace di stupirci per questo suo rimettere in discussione le nostre aspettative su Dio, come noi ce lo immagineremmo, un Dio grande, potente, pronto, come i due di Emmaus a cacciare i romani da Israele per affermare la sua pre-potenza. E in questo Cristo naturalmente è da eliminare, perché ci racconta un Dio come noi troppe volte nemmeno vorremmo che fosse, umiltà, fragilità, la debolezza.

(5)Qui la novità, geniale a mio modesto avviso, è un altro momento molto alto di queste meditazioni, questo Gesù che si ricorda la scrittura punto per punto, qui si ricorda il suo magistero punto per punto, ma un conto era insegnare il Padre Nostro sulla montagna delle beatitudini, un conto è insegnare il Padre Nostro qui sulla montagna del Calvario. E' qui sottolineato in modo mirabile, il tuo regno non è ancora venuto, infatti non vedo né angeli, né altri a soccorrermi.

Ecco, io credo e spero che questa lettura ci faccia vivere una Pasqua nella quale la nostra umanità entri un pochino più agevolmente, per così dire, noi troppe volte la lasciamo a casa quando andiamo alla Messa, diciamoci la verità o ne portiamo troppa o troppo poca o ci andiamo davvero con una lista di necessità come si va a fare la spesa, però lo trasformiamo un po', come qui ci ha insegnato Mario Luzi in un Dio gettoniera, o al contrario ci andiamo in effetti come potremmo andare davanti a una sfinge in una piramide, in uno spazio certamente affascinante, sacrale etc, ma irraggiungibile, indisponibile ai grandi interrogativi, alle inquietudini che fanno la grandezza, la bellezza, la nobiltà della condizione umana nel suo libero porsi davanti, contro o in Dio stesso. Ecco Mario Luzi stasera ci insegna come la nostra umanità possa precipitare in Dio, nemmeno davanti a Dio, in Dio, in questa tensione che la bellezza della poesia rende davvero fecondamente disponibile anche, ripeto, alla nostra di umanità, perché, come dire, se questo grande Cristo di questo grande Luzi ha questi grandi interrogativi, noi, io per primo che sono il mediocre fra i mediocri, beh allora anche io ci posso portare un po' questa mia umanità -dove sei Signore?, perché non disarmi, perché non intervieni, perché non condanni, perché non perdoni, perché non salvi, perché non guarisci?

Ieri ho avuto la grazia di accompagnare Zia Caterina nel cuore della notte all'ospedale Meyer e devo dirvi che cosa non è un ospedale pediatrico nel cuore della notte, io che pure purtroppo c'ero già stato devo dirvi che ho vissuto una esperienza straordinaria, i gemiti dei bambini al pronto soccorso, il silenzio nei reparti dove ci si prepara a morire, e vi dico questo ringraziando Dio del singolare privilegio che può essere stato quello e dicendovi che abbiamo veramente da pregare tanto per chi vive e lavora in questi spazi, ecco io, una notte non vuol dir nulla, una vita intera negli ospedali, di notte, di giorno, a contatto con la sofferenza può essere davvero una esperienza in cui queste domande del Gesù di Mario Luzi assumono una forza, una curva gigantesca, e comprendiamo anche come tanti medici vivano e ce lo spiegava molto bene il Professor Rossi Ferrini, un po' anche difendersi inevitabilmente da questa trincea, che li espone all'immediatezza del tempo e dei suoi nodi, senza il fuoco dello Spirito che li scioglie, però ecco tutto questo davvero per dirci e ricordarci come, davanti al mistero dell'iniquità, per usare l'espressione paolina, la nostra è una Via Crucis in cui credo possano e debbano risuonare queste inquietudini del Gesù che stasera Mario Luzi consegna alla nostra esperienza di fede: perché non vedo i tuoi angeli scendere? Dov'è il tuo regno? Non sta né in cielo né in terra etc etc

E la risposta del Padre nella notte di Pasqua, lo sappiamo, è una risposta,è l'unica risposta possibile, efficace e inefficace allo stesso tempo, almeno nei nodi di questa nostra storia, è l'amore, è efficace nel corpo di Cristo, tutto disposto dalle sue ferite ad accogliere ad assorbire questo amore rigenerante, la nostra storia non ancora, Mario Luzi ce lo ha detto con versi di grande bellezza quando ci ha detto : Il male contro cui contendi anche qui ha le sue sedi, i suoi nascondigli. A me come viatico soltanto l'amore è stato dato, non ho avuto altra arma per difendermi

Io non voglio appesantirvi, facciamo un'altra stazione e poi mi piaceva come tutti gli anni andare a fare una piccola preghierina davanti al nostro Crocifisso in cripta, incensarlo e congedarci dandoci appuntamento gli altri momenti.

Potremmo leggere la VI stazione. Gesù incontra le pie donne, che forse è anche l'accesso più ideale a questo momento di preghiera.

 

Quinta Stazione-Gesù è aiutato dal Cireneo a portare la croce

Meditazione-Sono caduto sotto il peso, hanno dato a portare la mia croce a un Simone di Cirene, temevano che soccombessi, qualcuno ha avuto un pentimento ma è stato solo un attimo. Perché mia madre mi segue e non si allontana? Così strazia il suo cuore e il mio non regge al suo martirio.Perché non le ritornano alla mente le parole di Simeone? “Egli è qui per la rovina e la resurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima”. Eravamo nel tempio in uno dei miei primi giorni. Questo è l'ultimo, il più catastrofico di tutti, rovina su di me il mio edificio, Pietro mi sta rinnegando. Lo vedi, Padre mio, e taci. Anche tu mi stai abbandonando? Da qui passa la via per la resurrezione, da questi orridi luoghi. Ancora chiedo: è volontà tua oppure a questo scempio non hai posto rimedio, rimedio non ce n'era? Talora si perde il mio pensiero se il tuo non lo soccorre. Com'è solo l'uomo, come può esserlo! Tu sei dovunque ma dovunque non ti trova. Ci sono luoghi dove tu sembri assente e allora geme perché si sente deserto e abbandonato. Così sono io, comprendimi.

 

 

Sesta Stazione-Gesù incontra le donne di Gerusalemme

Meditazione-Conoscerò la morte. La conoscerò umanamente, da questa angusta porta mi affaccerò su lei che tu, vita onnipresente, non conosci se non per negazione (1). Tre giorni durerà per me l'esilio che per altri non ha fine, poi la vita mi richiamerà a sé e avrà la vittoria. È previsto fin dal principio. Quella pausa, Padre, m'impaura: è un luogo dove tu non sei e io da solo senza di te pavento. Che cosa mi aspetta, chi governa il nulla, il non presente il non essente? O è un inganno della veduta umana ciò che io impaurito ti confesso? Devo io portare la vita dove la vita è assente e portarla con la mia morte e questo è il prezzo, questo supplizio. E così Padre io vanamente ti tormento. Più che la morte è la via per arrivarvi, la via crucis, che mi dà angoscia, perché è dolorosa e aspra nelle carni e spezza il cuore di Maria, mia madre, perché infame e odiosa è la ressa di questi uomini e donne aizzati contro me (2). Mi prende e mi tormenta il dubbio che il mio insegnamento sia fallito. La mia permanenza sulla terra è stata vana? (3)

È bella la terra che tu hai dato all'uomo e alle altre creature del pianeta scelto per loro in mezzo all'universo. Io non sono di questo mondo eppure non potevo se non teneramente amarla e ora quell'amore mi si ritorce contro. “Non è su me che voi dovete piangere” ho detto alle donne impietosite, “ma sui vostri figli e su voi stesse. La terra sarà fatta un luogo di dolore” ma il mio sacrificio è scritto che li assolva. Piango, anche io, Signore, vedo i miei fratelli che afflitti rifaranno questa via nei secoli; nei millenni (4).

 

Ecco questa stazione può essere per l'ora ormai un po' tarda se siete d'accordo l'ultima riflessione e poi leggiamo qui quel coro finale che leggeremo anche naturalmente davanti alla croce fra qualche istante.

Ecco, io devo dirvi che è molto bella la ricchezza di questa meditazione che è ispirata dall'incontro del Signore Gesù davanti alle donne che si battono il petto. C'è una descrizione straordinaria della morte, una morte che il Signore Gesù, nell'intuizione di Mario Luzi, si sofferma a guardare davvero come una veduta umana, anche questo è un capitolo che rende questa Via crucis particolarmente preziosa perché non censura e anzi trasfigura, in termini poeticamente molto belli, cosa possa essere, anzitutto per noi, che umani siamo quanto Gesù, ma integralmente umani, ma lo è anche appunto per questa umanità del Signore Gesà che qui parla, e parla riconoscendo come quella pausa non può non impaurire il Signore Gesù -è un luogo dove tu non sei- effettivamente quello che rappresenta il venerdì santo è proprio la possibilità che la morte sia in una qualche misura entrata in modo del tutto inedito in relazione con Dio.

Ecco questo è quel pensiero di fronte al quale domenica scorsa, se vi ricordate bene, non potevamo che metterci in ginocchio. Avete presente no? Quando durante la lettura della passione Gesù muore e ci si mette in ginocchio e si sta in silenzio per qualche minuto, è un silenzio ovviamente di adorazione di compassione, ma è anche un silenzio in cui la Chiesa confessa di non avere parole di fronte a questo mistero, la morte inabita Dio e Dio inabita la morte, quindi c'è qualcosa che sfugge ad ogni logica e che solo il silenzio dell'adorazione può accostare, quindi è un silenzio che qui Mario Luzi osa attutire con questi interrogativi, “quella pausa mi impaura e io da solo senza di te pavento, che cosa mi aspetta? Chi governa il nulla, il non presente, il non essente?”.

Io credo che ognuno di noi, pensando alla morte, qualche volta, magari non con questi termini poeticamente filosoficamente così efficaci, però ognuno di noi, io credo, si sia domandato se entrare nella morte significhi scivolare nel nulla, nel non presente e nel non essente.

(1)A fronte di un Dio per il quale è vita onnipresente, la morte non conosce se non per negazione, qui sembra quasi Dante Alighieri. Effettivamente è un sillogismo: essendo Dio vita onnipresente come fa a conoscere la morte? Non è logica, è la verità del principio di non contraddizione ed è qui anche il dramma del dramma del Signore Gesù, la percezione appunto di una divinità dalla quale lui stesso deve congedarsi, per essere fino in fondo morto nella morte e qui lo dice il poeta, con grande lucidità: “devo io portare la vita dove la vita è assente e portarla con la mia morte e questo è il prezzo, questo supplizio”.

“E così Padre io vanamente ti tormento”: questo forse è uno dei momenti in cui si misura in modo più drammatico la distanza, perché davvero qui il Signore Gesù non può che scivolare lontanissimo dal Padre, l'onnipresente.

(2)E questo è trasfigurato in un linguaggio poetico meraviglioso tutta la nostra paura non solo della morte, ma di come arriveremo alla nostra morte, quanto patiremo, come patiremo, chi faremo patire? E' un Gesù che si riconsegna, credo prima ancora che alle nostre preghiere, direi alla nostra esistenza tutta intera, fratelli e sorelle, facciamone tesoro, potrà piacere o no il linguaggio poetico luziano, potrà sembrare concettoso, ermetico, meno felice, più felice, ma la nostra non era lettura letteraria, chi lo vuole apprezzare come poeta è ovviamente avvantaggiato, ma a noi serviva stasera di fare alcune intuizioni disponibili per un approfondimento, se non teologico almeno spirituale, che ci aiutasse a vivere il mistero della Via Crucis con la confidenza sufficiente e necessaria per non scegliere altro luogo che vivere la Pasqua se non nel cuore stesso dell'umanità del Signore Gesù, e lì ci possiamo stare: uomo lui, uomini noi. E quindi anche il grande tormento, il grande dubbio che il suo insegnamento sia fallito. Quanti si accostano alla morte nella percezione drammatica di aver sbagliato tutto nella propria esistenza? Bilanci forse non sempre così fallimentari, ma certamente chi muore senza un rimorso, senza la percezione di non aver vissuto fino in fondo e in pienezza quelle possibilità e quei talenti?

(3)Qui di nuovo questo sguardo sulla creazione che Mario Luzi già ha evocato con l'impossibile incarnarsi negli animali . E' adesso uno di quei momenti, ce n'è un altro forse ancora più bello e intenso in cui il Signore Gesù riconosce di aver amato questa creazione, anche troppo, umanamente anche troppo, sovvertendo, avrebbe detto Agostino, l'ordo amoris, ma anche qui ritroviamo questo.

(4)Ecco, dopo lo sguardo sulla madre quello di Gesù è uno sguardo davvero e autenticamente solidale, fraterno, con la sofferenza di tutta l'umanità e quindi ecco il Cristo che possiamo davvero invocare nel quale immergerci senza esitazione.

Leggiamo adesso la ultimissima stazione, almeno della Via Crucis (vedi quattordicesima stazione). Ve la leggo senza commento perché è estremamente chiara e più descrittiva, più narrativa e poi ci avviamo, per poi recitare lì alla croce il coro finale.

 

Settima Stazione-Gesù cade per la prima volta

Meditazione-Dall'orizzonte umano in cui mi trovo a guardare il mondo universo che hai creato si affrontano due eternità: la tua vivente e luminosa e l'altra senza luce e senza moto. Anche la morte pare eterna, è duro convincerli, gli umani, che non ci sono due eternità contrarie, il tutto è compreso in una sola e tu sei in ogni parte, anche dove pare che tu manchi. Tuo il regno, tua la potenza.

Tuttavia la morte è una regione dove sei, sì, ma non vivente, inerte in un imperscrutato sonno: questo pensano gli umani e pensano ai demoni, pensano alla potenza delle tenebre. Anche io, figlio dell'uomo, temo la prova che mi attende, prescritta anch'essa dall'eternità e irrevocabile.

Perdona i miei pensieri infermi, i miei farneticamenti. Io che in nome tuo ho resuscitato Lazzaro ho paura e dubito che la morte sia vincibile. Ma a questo mi hai mandato, a vincere la vittoria della morte.

 

Ottava Stazione-La Veronica asciuga il volto di Gesù

Meditazione-Perché, Padre, ti confido quanto già sai e da sempre? Ma è dell'uomo compiangersi e mendicare conforto. Qui i soldati si uniscono alla turba, mi punzecchiano con le loro lance. Vacillo, sto per cadere una seconda volta. Una donna pietosamente mi passa sul viso un panno umido. Qual è il peccato di tutti questi uomini? Lo stesso dei loro padri: il peccato di essere uomini, genia greve di Adamo. Io lo laverò questo peccato, così è scritto, faremo un patto nuovo, una nuova stabile alleanza: così ho detto nella cena, perché tu mi ispiravi le parole. Il loro peccato non lo sanno, sanno le loro mediocri colpe umane, ma il grande peccato per il quale io muoio non lo sanno. Perdona loro anche per questo. Solo un rimorso per loro incomprensibile li attanaglia, un antico debito con te li affligge i più puri di cuore.

Altri sono empi e commettono empietà, ma altri non si macchiano di colpe di violenza, di stupro o ruberie, osservano la legge ma con aridità di cuore e sono i più nefasti per il mondo. Il loro peccato non lo sanno, ma tutti hanno un loro malessere nel cuore.

 

Nona Stazione-Gesù cade per la seconda volta

Meditazione-Padre, come vorrei fosse passato questo tempo di appressamento alla morte e alla resurrezione. Sono caduto ancora sotto il peso della croce tra sputi, contumelie ed irrisioni; ma più penoso è il cammino che attraversa il paese della mia umana debolezza. È un cammino solitario, nessuna pietosa lamentatrice lo compiange. Il re dei giudei, come dicono per scherno, non ha corte, è lasciato solo, solo com'è l'uomo in mezzo alla sua caotica famiglia. L'ho amata la famiglia umana finché era amabile e ben oltre. Ho strappato alla loro i miei discepoli per farne una più grande e santa, ma è stata troppo fragile la costruzione e non ha retto all'urto. Brutalmente la mia famiglia mi rifiuta. Eppure com'era tenero l'accordo, quando c'era e io non ero solo il maestro o il medico prodigio ma il fratello delle loro miserie e delle loro consolazioni. Ma dovevo, Padre, spesso rientrare in me per ritrovarti e ritrovare in te me stesso.

Ho posto troppa distanza tra me e loro, ma volevano in fondo proprio questo: che io li sovrastassi come maestro nella sapienza e nella potenza sanatrice. Puri di cuore erano in pochi e io ne ho molti purificati, molti.

 

Decima Stazione-Gesù oltraggiato dalla folla

Meditazione-Hai voluto, Padre, conoscessi fino in fondo il malvolere degli uomini, vedessi il loro disamore crescere in odio e in avversione. E infatti non lo conoscevo abbastanza. La perfidia covava in segreto più cruente brame. La canea mi oltraggia, mi insulta, mi deride però non può impedire il lamento dei pietosi di arrivarmi: è flebile, ma giunge fino a te se volessi dargli ascolto. Ma la tua volontà è imperscrutabile. Padre, lo Spirito parlò per bocca di Isaia: quel che disse, lo so, è irrevocabile.

Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà la salvezza si è abbattuto su di lui. Per le sue piaghe noi siamo stati guariti. Noi tutti eravamo sperduti come un gregge ognuno di noi seguiva la sua strada, il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti”.

 

Undicesima Stazione-Gesù cade per la tarza volta

Meditazione-Il panno umido sul viso mi ha dato un breve sollievo. Sono caduto per la terza volta, qualche braccio soccorrevole mi ha sostenuto nel rialzarmi, ma il peso per le membra che ho è troppo grave. L'onta e il castigo della carne, questo alla loro ferocia piace molto. Il supplizio della misconoscenza e del tradimento alla loro perfidia è un piacere più sottile, lo delibano i sommi sacerdoti. Ma ora, Padre, sono ingiusto: ci sono anime innocenti, creature pietose che si angosciano, non si danno pace. E questi, ti prego, prediligili. Tra loro c'è mia madre, ci sono uomini e donne di cuore che la accompagnano, e molti altri addolorati e increduli. Sempre, dal principio fino all'avvento del tuo regno il bene e il male si affrontano. Oggi va al male, secondo appare a noi, la palma. Tra gente come loro ho seminato le beatitudini, erano meravigliati - alcuni un giorno capiranno, ma io sarò morto e risorto per tutti quelli che capito avranno e per coloro che saranno rimasti chiusi nell'ottusità.

Tutti potranno essere salvi, così vuole l'Alleanza. Ma dove andiamo, dove va questa trista processione? Mi conducono a un'altura.

 

Dodicesima Stazione-Gesù è inchiodato sulla croce

Meditazione-Padre mio, mi sono affezionato alla terra quanto non avrei creduto. È bella e terribile la terra. Io ci sono nato quasi di nascosto, ci sono cresciuto e fatto adulto in un suo angolo quieto tra gente povera, amabile e esecrabile. Mi sono affezionato alle sue strade, mi sono divenuti cari i poggi e gli uliveti, le vigne, perfino i deserti. È solo una stazione per il figlio Tuo la terra ma ora mi addolora lasciarla e perfino questi uomini e le loro occupazioni, le loro case e i loro ricoveri mi dà pena doverli abbandonare. Il cuore umano è pieno di contraddizioni ma neppure un istante mi sono allontanato da te. Ti ho portato perfino dove sembrava che non fossi o avessi dimenticato di essere stato. La vita sulla terra è dolorosa, ma è anche gioiosa: mi sovvengono i piccoli dell'uomo, gli alberi e gli animali. Mancano oggi qui su questo poggio che chiamano Calvario. Congedarmi mi dà angoscia più del giusto. Sono stato troppo uomo tra gli uomini o troppo poco?

Il terrestre l'ho fatto troppo mio o l'ho rifuggito?

La nostalgia di te è stata continua e forte, tra non molto saremo ricongiunti nella sede eterna. Padre, non giudicarlo questo mio parlarti umano quasi delirante, accoglilo come un desiderio d'amore, non guardare alla sua insensatezza. Sono venuto sulla terra per fare la tua volontà eppure talvolta l'ho discussa. Sii indulgente con la mia debolezza, te ne prego. Quando saremo in cielo ricongiunti sarà stata una prova grande ed essa non si perde nella memoria dell'eternità. Ma da questo stato umano d'abiezione vengo ora a te, comprendimi, nella mia debolezza.

Mi afferrano, mi alzano alla croce piantata sulla collina, ahi, Padre, mi inchiodano le mani e i piedi. Qui termina veramente il cammino. E debito dell'iniquità è pagato all'iniquità. Ma tu sai questo mistero. Tu solo.

 

Tredicesima Stazione-Gesù muore sulla croce

Meditazione-Subentro io testimone della passione. Gesù svenuto è in croce tra altri due condannati. A tanto avvilimento ha scelto di abbassarsi. Ma il bene e il buono fioriscono talora nell'infima lordura. Sono ai due lati i due ladroni. Uno irride alla sua impotenza: “Sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi”. L'altro lo segue nella sua passione e redarguisce il compagno di pena: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena: noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni. Egli invece non ha fatto male alcuno”. Poi dice: “Gesù ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gesù ripresi i sensi lo rassicura. “Stasera sarai con me in paradiso”.

Le guardie dividono in quattro i suoi indumenti, se li giocano a sorte sopra la sua tunica. Infuria la misconoscenza, s'abbuia la stortura della loro ragione. O sei tu, Signore, che vuoi perdere questi uomini? Dove sono i fedeli di Gesù? Pochi sono rimasti sulla scena. Lo sgomento e la paura hanno fatto il vuoto. Tre donne stanno presso la croce: sono Maria sua madre, Maria di Cleofa, Maria di Magdala.

Dall'alto della croce Gesù guarda sua madre distrutta dal dolore, dice “donna ecco tuo figlio”e indica Giovanni e poi voltandosi al discepolo: “ecco tua madre, abbi cura di lei”. Si stringono legami tra creature nel segno dell'amore di Gesù mentre il mondo di prima va in rovina.

Gesù ha sete, gli portano alle labbra una spugna imbevuta di aceto. “Perché Padre mi hai abbandonato?”. È il suo ultimo grido umano. È di uomo infatti l'estremo pensiero del Figlio dell'uomo sulla terra. “Consummatum est”.

 

Quattordicesima Stazione-Gesù è deposto nel sepolcro

Meditazione-Gesù è morto. Il Cielo si oscura, l'aria si ottenebra, un boato immane, un sussulto spaventoso, il terremoto scuote e squarcia la terra.

La vita si ritrae in sé, rientra nelle sue latebre, nei suoi ricoveri. Comincia il pomeriggio più angoscioso che mai sia stato al mondo. La sera un discepolo nascosto, il ricco Giuseppe di Arimatea, si fa avanti e chiede a Pilato il corpo di Gesù. Pilato lo concede.

Deposto dalla croce, avvolto in un lenzuolo è sepolto nella tomba che Giuseppe si era fatto scavare nella roccia.Un masso viene fatto rotolare subito a chiudere l'ingresso. Tutto in fretta, prima che la Parasceve finisca e il sabato cominci(1).

Sabato è passato. Presto nella mattina vanno alla tomba le donne portando aromi, ma trovano il macigno rotolato via lontano, entrano nel sepolcro ma Gesù morto non c'è. “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” esclamano due angeli in vesti sfolgoranti apparsi all'improvviso.

Non è qui, è resuscitato”.

Corrono ad annunciarlo agli apostoli stupiti e increduli.

 

(1)Si noterà come il poeta cerchi di descrivere la decreazione che comporta la morte del Signore Gesù, nei grandi segni delle tenebre e del sussulto della terra. Quanto l'inizio della nostra creazione fu la generazione della luce e una terra stabile e messa al riparo all'asciutto, perché l'uomo potesse viverci, quanto qui tutto viene drammaticamente meno e anche la straordinaria inclusione: abbiamo detto all'inizio che la Via Crucis inizia nel segno del tempo “il tempo lo conosci ma non lo condividi, io dal fondo del tempo ti dico la tristezza del tempo è forte nell'uomo, è invincibile”.

Guardate l'ultimo versetto: “Tutto in fretta, prima che la Parasceve finisca e il sabato cominci” Quindi una notazione temporale mette in luce appunto come questa morte si situi in questo tempo che consuma, tempo che logora, tempo che fa tristezza e ci ritroviamo invece appunto in un altro tempo, non a caso l'interludio successivo: “sabato è passato” quindi una dimensione temporale che liquida questa dimensione, che appunto Mario Luzi ha sottolineato fin dall'inizio come la tensione nodosa nella quale la vicenda di Gesù, e la nostra vicenda, inevitabilmente si trova a misurarsi davanti a un Dio che è invece nell'eternità.

E sempre salutando un tempo nuovo e un'era nuova la Via Crucis si trasfigura in un bellissimo coro finale. Io vorrei essere musicista per poter comporre una melodia adeguata che immagino lenta, crescente, solare, per dare nota e ulteriore intensità a quello che leggiamo qui, per poi rileggerlo davanti alla croce, dopo averla incensata e dopo aver reso, come auguriamo in questi auguri per questo anno, la nostra vita, la nostra Pasqua: luce.

 

Preghiera conclusiva

Dal sepolcro la vita è deflagrata. La morte ha perduto il duro agone. Comincia un'era nuova: l'uomo riconciliato nella nuova alleanza sancita dal tuo sangue ha dinanzi a sé la via. Difficile tenersi in quel cammino. La porta del tuo regno è stretta. Ora sì, o Redentore, che abbiamo bisogno del tuo aiuto, ora sì che invochiamo il tuo soccorso, Tu, guida e presidio, non ce lo negare. L'offesa del mondo è stata immane. Infinitamente più grande è stato il tuo amore. Noi con amore ti chiediamo amore. Amen.

 

Ecco questo coro finale, sempre in questa linea attenta a non trasformare la Pasqua del Cristo in un banale happy end hollywoodiano, ha lo straordinario merito di lasciare questa persistenza umana nella vicenda pasquale, nel modo con cui l'umanità della Chiesa la può celebrare la Pasqua, nel modo con cui l'umanità è invitata dalla fede a decifrare la Pasqua, per usare una parola cara a Luzi, nel gorgo della storia.

Questo significa appunto che stare nella Pasqua del Cristo non sarà troppo diverso dallo stare nel corpo, nel cuore, nella morte di Cristo, come questa Via Crucis ci ha più volte insegnato, significa continuare a starci, fratelli e sorelle, senza mai dimenticarci di alzare lo sguardo al Padre, di vivere la nostra trinità come relazione personale quasi sospesa fra il dialogo del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, significa riscoprire con umiltà quello che la folla ha preteso dimenticare, la nostra fragilità. E' difficile tenersi in quel cammino, “la porta del tuo regno è stretta”, continua ad essere stretta, si inaugura un'era nuova, la morte ha perso, una nuova alleanza possiamo sancire, ma questo non significa -e questo credo sia il testamento più prezioso di tutta questa Via Crucis- questo non significa che possiamo fare a meno dell'aiuto di Dio, anzi, ora più che mai è guida e presidio, ma resta immane l'offesa del mondo e come tale abbiamo davvero da invocare a mani alzate un amore più grande, quello che con amore stasera chiediamo, per la salvezza della nostra storia e per sciogliere ogni giorno i grandi nodi che tengono avvinti al buio i nostri cuori e lontani da quella luce che la Pasqua viene a donarci ogni anno, come profezia dell'intramontabile aurora della misericordia e della salvezza di Dio. Amen.

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

Nella fotografia: Mario Luzi a Pienza