«Liberati come Barabba, amati come figli». Omelia del padre abate Bernardo per la Domenica delle Palme

9 aprile 2017 – Domenica delle Palme

 

Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
che hai dato come modello agli uomini
il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,
fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce,
fa’ che abbiamo sempre presente
il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della risurrezione.

 

Fratelli e sorelle carissimi, la preghiera iniziale di questa celebrazione eucaristica, la colletta, ci ha invitato, e soprattutto invita il Signore, ad aiutare ciascuno di noi a tenere presente il grande insegnamento della passione, per poter partecipare un giorno in pienezza ai frutti della risurrezione.

In altre parole ci invita ad una esperienza di attenzione, di memoria, di consapevolezza.

Ci aiuta questa preghiera a riscoprire l'esigenza di una integrità personale con cui accostarci all'integrità dell'amore che Dio svela in pienezza, attraverso il volto e la sofferenza, cioè la passione che il Signore Gesù ha per ciascuno di noi.

Certamente in questa domenica l'ascolto della passione, con questo chiaroscuro fra il clamore osannante dell'ingresso a Gerusalemme, ma anche la percezione chiara che ben fugace e inaffidabile è questo clamore osannante, visto l'esito che attende, fra pochissime ore, il Signore Gesù, è davvero un insegnamento: noi abbiamo, attraverso questa domenica, il dono di un prisma, per così dire, che ci permette uno sguardo che allunga la distanza su tutto il mistero pasquale, però non ci basta questo insegnamento, noi ci prepariamo a voler vivere una esperienza della passione del Signore, perché questo insegnamento, che oggi attraverso questo importante preludio arriva al nostro cuore, diventi possibilmente più in profondità, carne della nostra carne, pensiero dei nostri pensieri, passione delle nostre passioni, speranza delle nostre speranze.

E allora, dopo questa intonazione iniziale che è davvero l'insegnamento, arriverà fra qualche giorno l'esperienza per la quale ci auguriamo di essere altrettanto numerosi, tutti insieme, come esperienza di cellula ecclesiale, di organismo vivente ecclesiale, che accompagna e sta prossima al suo Signore nei momenti fondanti, questo grande passaggio autenticamente pasquale dall' ombra, dal buio, alla luce, dalla morte alla vita, dal peccato all'esperienza liberante della misericordia e così i grandi gesti profetici dello spezzare il pane e del distribuire il calice, allusione a quanto accadrà l'indomani con le ossa spezzate e il sangue versato, il grande farsi prossimo, chino del Signore Gesù sulla nostra stanchezza, sulla nostra sporcizia, per lavarci i piedi, stargli vicino in questa grande veglia dove questo grido che il Signore Gesù ha già pronunciato in questa Basilica “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” possa, con la nostra vigilanza, con la nostra memoria biblica, in realtà già essere nella nostra personale storia e nell'annuncio al mondo di questa storia, una cerniera che saluta questa misteriosa elasticità della relazione fra Padre e Figlio, è una elasticità che presuppone certamente distanza, divaricazione, apparente abbandono, ma non diabolica separazione.

Ma il Signore affida anche alla nostra consapevolezza, alla nostra memoria, lo sforzo di testimoniare nella storia che nessun definitivo iato, alcuna forza diabolica, può avere definitivamente creato fra il Padre e il Figlio.

E' la grande tentazione, la grande tentazione che l'Evangelista Matteo affida alla parola tentatrice della turba, alla sua ipotetica formula secondo la quale si dice: Egli, il Signore ha confidato in Dio, lo liberi lui ora se gli vuol bene.

Quante volte risuona fratelli e sorelle questo dubbio nel nostro cuore, ma se Dio è amore, perché non interviene? Perché sta lontano, stanco? Ecco noi, con la santa Pasqua, attraverso la luce di questo insegnamento, vogliamo fare esperienza nel nostro cuore, nel nostro corpo, che non è definitiva separazione, ma è l'elasticità dell'amore.

Questo liberare, mandare, consegnare al dramma della libertà lo stesso figlio Gesù, perché tutto assuma della libertà della condizione umana anche ciò che la contraddice radicalmente perché poi, con la forza elastica dell'amore, tutto ritorni al Padre, non meccanicamente, non teatralmente, ma con la fatica che il Signore Gesù assume fino in fondo per farsi tutt'uno con l'energia dello Spirito e affermare così la vittoria dell'amore sull'odio e la separazione.

E noi dobbiamo avere in mente come tutto questo chieda la nostra consapevolezza, la nostra partecipazione, la nostra esperienza, il Signore Gesù affida tantissimo di sé alla nostra testimonianza, al nostro amore, alla nostra premura, fratelli e sorelle, perché se il Padre è distante, trovi almeno noi vicini.

Accadrà questo in questa settimana?

Ce lo auguriamo vivamente, lo dovremmo offrire questo al Signore Gesù, perché noi siamo i barabba, i figli del Padre, questo vuol dire barabba, e non a caso resta prigioniero il Signore Gesù e viene liberato il figlio del Padre, siamo noi i liberati!

Che si abbia nel nostro cuore la premura di tornare a ringraziarlo, anche rischiando di essere di nuovo prigionieri, ma di essere vicino a colui che per sempre libera il nostro cuore dalla seduzione del male e dai vincoli della morte. Amen

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

Fotografia di Mariangela Montanari