«Fra dune di cenere per nuove stagioni di vita e di speranza». Omelia del padre abate Bernardo per il Mercoledì delle Ceneri

1 marzo 2017 – Mercoledì delle Ceneri

 

Dal libro del profeta Gioèle
Così dice il Signore:
«Ritornate a me con tutto il cuore,
con digiuni, con pianti e lamenti.
Laceratevi il cuore e non le vesti,
ritornate al Signore, vostro Dio,
perché egli è misericordioso e pietoso,
lento all’ira, di grande amore,
pronto a ravvedersi riguardo al male».
Chi sa che non cambi e si ravveda
e lasci dietro a sé una benedizione?
Offerta e libagione per il Signore, vostro Dio.
Suonate il corno in Sion,
proclamate un solenne digiuno,
convocate una riunione sacra.
Radunate il popolo,
indite un’assemblea solenne,
chiamate i vecchi,
riunite i fanciulli, i bambini lattanti;
esca lo sposo dalla sua camera
e la sposa dal suo talamo.
Tra il vestibolo e l’altare piangano
i sacerdoti, ministri del Signore, e dicano:
«Perdona, Signore, al tuo popolo
e non esporre la tua eredità al ludibrio
e alla derisione delle genti».
Perché si dovrebbe dire fra i popoli:
«Dov’è il loro Dio?».
Il Signore si mostra geloso per la sua terra
e si muove a compassione del suo popolo.

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, noi, in nome di Cristo, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.
Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti:
«Al momento favorevole ti ho esaudito
e nel giorno della salvezza ti ho soccorso».
Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza!

 

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

 

Omelia:

Fratelli e sorelle, anzitutto invito coloro che sono costretti a stare in piedi perché sono finite le sedie a prenderle nella parte alta della Basilica o quanto meno di accomodarsi, come già qualcuno fa, nel nostro loggione di marmo, è un po' freddo, ma è una piccola penitenza che introduce bene alla Quaresima.

Fratelli e sorelle, risuona l'appello dell'Apostolo ai Corinzi, il quale ci invita a non accogliere invano la grazia di Dio, riconoscendo in questo giorno, in questi quaranta giorni, un momento favorevole, un giorno intero che ci introduce e ci prepara per quaranta volte alla grande salvezza che pregusteremo e celebreremo nella notte di Pasqua.

Dunque si tratta di una vera e propria obbedienza al tempo, che noi facciamo fidandoci delle stagioni della Chiesa, pare che quelle naturali si siano in tanta e larghissima parte sovvertite, per mille effetti fra cui quelli disastrosi dell'inquinamento, ma possiamo essere certi che non così accade nelle stagioni della liturgia, lì il vento dello Spirito Santo non si lascia contaminare dal nostro inquinamento ed è puntuale nel condurre ciascuno di noi a quella stagionatura essenziale, sapiente, che per ogni mese dell'anno, per ogni stagione liturgica, ci rende partecipi efficacemente del mistero di Cristo nel tempo, del suo entrare nel nostro tempo, vivere il nostro tempo, vorrei quasi dire subire, lui che è l'eternità fatta persona, il nostro tempo e la consunzione dei minuti, perché il tempo stesso fosse trasfigurato in una esperienza feconda di eternità.

E così ci fidiamo di questa stagione della Quaresima, obbediamo ad essa, ed è bello che siamo in tanti stasera ad aver obbedito a questo appello che il Signore, attraverso la sua promessa sposa, fa perché inizi per ciascuno di noi una esperienza personale, familiare, comunitaria di conversione.

Ne abbiamo bisogno di convertirci a Lui, troppe volte riteniamo che questo verbo sia pertinente di qualche avventurosa biografia che a un dato momento ha riconosciuto l'esistenza del Signore e ad essa confidando, possa così avere esaurito quella spinta propulsiva dello Spirito Santo che invece, per ciascuno di noi, risuona soprattutto in questi quaranta giorni come un appello fortissimo, direbbe San Benedetto nella sua Regola, al ritorno, all'amicizia e alla comunione di colui dal quale ci eravamo allontanati -cito il Prologo della Regola- per la pigrizia della disobbedienza, del non ascolto, della presunzione di potercela fare da soli.

A questa presunzione antica come è antico l'uomo, oggi la liturgia con un gesto quasi oltraggioso delle nostre presunzioni, propone un pugno di cenere, che suona davvero come un pugno in faccia a tutto il nostro supponente umanesimo autoreferenziale, quello che ritiene l'uomo misura di se stesso, principio e compimento di ogni mistero.

Oggi invece la liturgia, mettendoci sulla testa un poco di cenere e invitando a fare i conti col nostro limite esistenziale, personale, psicologico e anche spirituale, in realtà ci educa, con singolare efficacia, ad un percorso di grande e fruttuoso realismo, perché Dio è realtà, abbraccia la realtà, bacia con l'incarnazione la realtà per trasfigurarla e quindi non possiamo ignorare o, per così dire, truccare il dato reale.

Anche per questo stasera, forse costringendovi, qualcuno almeno a stare in piedi, abbiamo intuitivamente scelto di tornare qui a celebrare in cripta la liturgia delle ceneri, perché come dobbiamo obbedire al tempo, dovremmo anche obbedire agli spazi e questi sono spazi eloquenti, la cui simbologia riflette la parola di Dio e dunque dobbiamo saperla ascoltare anche nello scendere in cripta, cioè in questo nostro abbassarci di livello, scendere appunto nella profondità della nostra inconsistenza naturale e psicologica, quella naturale ce la ricorda non a caso la sepoltura di San Miniato e anche le sue reliquie che sono collocate qui in basso, proprio per ricordare all'uomo questa punta estrema che avverte, segnala la sua fragilità, la sua inconsistenza, la sua dimensione transeunte in questa nostra realtà naturale.

E d'altro canto, anche scendere i gradini, noi che siamo così tentati di porci -almeno io- nelle primissime file e in vetta a tutto e a tutti, questo nostro scendere queste scale, calarci nella penombra di questa cripta, significa davvero una volta tanto una esperienza di umiliazione, nasconderci un pochino nella penombra con cui fare i conti, ciascuno nella propria coscienza -il Vangelo di oggi direbbe davvero nella nostra interiorità, nelle pieghe del nostro cuore- con quell'appello fortissimo che la parola di Dio fa risuonare proprio anzitutto nell'intimità del nostro cuore, se solo finalmente soltanto ci dimentichiamo un attimo dei dati esteriori e discendendo, come abbiamo fatto per arrivare sin qui, risaliamo verso la vetta del nostro cuore, per incontrare colui che ha fatto molto prima di noi e molto più scandalosamente di noi lo stesso percorso di scendere dal vertice dei cieli, per incontrarci nel niente della nostra carne.

Allora comprendiamo questo avvertimento serio e grave che la liturgia ci fa nelle due diverse opzioni una più brutale “Polvere sei e polvere ritornerai”, l'altra un poco più progressiva e costruttiva, ma con lo stesso presupposto, l'invito a convertirci al Vangelo, a riconoscere, non nelle nostre competenze, ma nell'evento Gesù Cristo e nell'evento della sua parola la possibilità che la nostra vita conosca e gusti la gioia dell'essere salvati, gusti e conosca la gioia dell'essere salvati.

Tutto questo non significa proporci una antropologia riduttiva, nichilista, per così dire, che riconosce nell'uomo solo e soltanto la consistenza di un soffio di polvere, tutt'altro, ancora una volta, fidandoci e restando nel tempo di qualità proposto dalla stagione liturgica, questo nostro tunnel di penombra, appena rischiarato dalle luci della liturgia, conoscerà ben altra luce, quella orientale, quella pasquale, quella che restituirà ai nostri volti, col fuoco del cero pasquale, quello che noi veramente siamo chiamati ad essere e a riacquistare, la somiglianza e l'immagine del nostro volto configurato al volto del Cristo, un'immagine che scaccia via dunque ogni pessimismo e ogni rassegnazione polverosa, ma al contrario fa brillare nella nostra vita l'orizzonte luminoso di una consistenza cristica che noi per primi dobbiamo essere capaci a riscoprire, accogliere e a fruttificare nei nostri cuori e nei nostri gesti.

A questo serve la Quaresima, a restituire proprio in pienezza una configurazione cristica, uso volentieri questa parola perché ci riporta all'essenza ontologica del Signore Gesù, l'unto, il Cristo, quindi colui sul quale si posa totalmente l'unzione di predilezione del Padre, il quale si attende e spera dal Figlio lo stesso gesto dal basso verso l'alto, è quello che il Signore impara a fare senza esitazioni nei quaranta giorni del deserto, come ci racconterà il Vangelo di domenica prossima. Allora veramente si salda di amore obbediente, di amore missionario, quello del Padre, quello del Figlio e in questo anello di luce sta tutta la storia dell'uomo e la sua possibilità di salvezza.

Noi non siamo esclusi da questa prospettiva fratelli e sorelle, perché anche su di noi col nostro battesimo si è posata l'unzione di gradimento del Padre per la nostra vita e anche noi dovremmo riportare al Padre il nostro volto, la nostra vita, le nostre attese, i nostri desideri, le nostre parole e i nostri gesti perché anche su di noi, come sul Tabor, possa risuonare la parola di compiacimento del Padre.

Quindi vogliamo avvezzare i nostri cuori al mistero della croce, facciamo che la logica di servizio e di donazione della croce trasfiguri il nostro cuore, i nostri pensieri almeno con una intensità tutta particolare per questa Quaresima, il che significa, diventare prima di tutto uomini e donne di grande fede, che si fidano, attraverso l'obbedienza dei progetti del Padre e lo riconoscono questo progetto nella disavventura del Figlio morto e crocifisso per noi, che diventa la grande avventura dello Spirito che salva, con l'amore, per amore e nell'amore.

E di questo Spirito amoroso ne siamo anche noi, e ne vogliamo essere, strumento, se non artefici quanto meno collaboratori di una grazia grande e, attraverso i gesti di carità, di condivisione, di speranza, ognuno saprà scriversi nella luce dello Spirito un suo programma di conversione che possa rendere la nostra vita, e le nostre vite, il volto splendente della sposa sulla quale brilla l'olio che scende all'alto, per essere il segno luminoso nel grigiore e nella rassegnazione del nostro tempo. Amen

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini