«Per volare liberi, nutriti di fiducia e gratuità». Omelia del padre abate Bernardo per l'VIII Domenica del Tempo ordinario

26 febbraio 2017 – VIII domenica del tempo ordinario (A)

«Per volare liberi, nutriti di fiducia e gratuità»

 

 

Dal libro del profeta Isaìa
Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato,
il Signore mi ha dimenticato».
Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere?
Anche se costoro si dimenticassero,
io invece non ti dimenticherò mai.

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
Fratelli, ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele.
A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!
Non vogliate perciò giudicare nulla prima del tempo, fino a quando il Signore verrà. Egli metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori; allora ciascuno riceverà da Dio la lode.

 

Dal Vangelo secondo Matteo
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

 

Omelia:

“Guardate gli uccelli del cielo -dice il Vangelo di oggi, carissimi e carissime fedeli- gli uccelli del cielo non seminano, non mietono né raccolgono nei granai eppure il Padre vostro celeste li nutre” .

Forse aveva in mente questo versetto colui che, ormai sette secoli fa, ha disegnato proprio sul nostro pavimento una coppia di uccelli simmetrici, nell'atto di nutrirsi da una sorta di fiore, forse la punta di bellezza di un albero, motivo che percorre l'arte cristiana da un secolo all'altro e dall'oriente all'occidente a raffigurare, qui come altrove, la gratuità, l'attenzione, il mistero di come il Signore si prende cura anche delle creature più deboli e più fragili, una allusione senz'altro, attraverso l'immagine del nutrire, del frutto e dell'albero, alla Santa Eucaristia, una allusione cioè a questo frutto di vita eterna che il Signore, sostituendo la sua croce all'albero proibito nel giardino degli inizi, viene a donare senza riserve alla fame e alla sete di senso di ciascuno di noi, invitandoci a trasformare quell'antico e necessario divieto, perché l'uomo imparasse l'esperienza del limite, in una festa incessante che rendesse la nostra condizione umana partecipe pienamente, come diremo anche nella preghiera eucaristica e nei riti della Comunione, partecipe della vita immortale, una vera e propria trasfigurazione del limite della nostra condizione naturale, perché molto più degli uccelli potesse la nostra vita spiccare il volo e arrivare davvero ai vertici altrimenti inaccessibili del mistero di Dio.

Questa prospettiva che, come voi intuite, qualifica la nostra esistenza e che, non a caso, nella bellezza del simbolo decora questo e tanti altri luoghi di preghiera, è forse davvero il tema essenziale di questa parola che il Signore fa pronunciare, e chiede di pronunciare, attraverso lo Spirito nelle chiese di ogni luogo della terra, anche per ricordarci una volta di più questa equazione fondamentale, l'esperienza della fiducia come preliminare necessario perché la nostra esperienza al servizio del suo Regno sia tutta nella libertà.

Una libertà che non si dà quando non si offre fiducia a qualcuno.

Chi non vive e non riceve fiducia, ci insegnano anche le scienze umane, necessariamente vive sotto una sorta di condizionamento, anzitutto quello più tipico, la paura di sbagliare, la paura di cadere, e oggi tra l'altro Paolo ci offre una confessione della sua intimità così straordinariamente confidente nei riguardi dell'amore e della forza giustificante della misericordia di Dio:

“A me però- dice Paolo- importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano, anzi -noi che siamo quelli degli esami di coscienza spesso implacabili, soprattutto verso il nostro prossimo- io non giudico neppure me stesso” -e non perché non sia consapevole di alcuna colpa, ma perché sa che il suo giudice è il Signore.

Cioè l'eternità dell'amore, l'eternità di colui che sta a monte di questa fruttificazione di grazia e l'unico in grado di scendere, nel suo movimento misericordioso, nell'abisso del cuore di Paolo e di ciascuno di noi.

Ma questa esperienza giustificante Paolo la saluta nella lettera ai Romani, come voi sapete, come l'esperienza di liberazione dalla legge, perché la legge vincola l'uomo ad una esperienza inevitabilmente fallace, perché non riesce a guarire il mio cuore, come invece riesce l'amore e il perdono che Cristo ci consegna donando se stesso sulla croce; perché lì, sulla croce, lo impareremo nei venerdì di Quaresima con la Via Crucis, lui si sostituisce all'antico e testardo Adamo che sta nel cuore di ciascuno di noi.

Questo rovesciamento, fratelli e sorelle, assicura appunto questa leggerezza della pagina evangelica di oggi che non è una leggerezza di superficialità e di deresponsabilizzazione, sia ben chiaro, dagli obblighi che ci impone il limite della condizione umana nei nostri riguardi e soprattutto nei riguardi degli altri, un padre o una madre che interpretassero questo Vangelo per deresponsabilizzarsi dall'impegno, cioè dal ministero dal servizio di nutrire i propri figli, sarebbe certamente una lettura improponibile e ingiustificabile, ma certamente è una pagina di Vangelo che parla di leggerezza perché parla appunto di fiducia ed educa il nostro cuore, devo dire provvidenzialmente la domenica prima del Mercoledì delle Ceneri, ad un discernimento essenziale, di chi vogliamo essere al servizio? Dell'amore liberante di un Dio che si fa chiamare Padre, il Padre vostro celeste o al contrario vogliamo essere al servizio di ciò che per sua natura è l'alternativa alla gratuità e cioè il denaro?

Perché il denaro è proprio per definizione ciò che serve quando non siamo nella logica della gratuità, dell'amore riversato su ciascuno di noi, anche se merito non ne avremmo di quell'amore, la croce appunto.

Allora voi capite che si tratta davvero da che parte noi vogliamo mettere i fondamentali della nostra vita, se vogliamo metterli e assimilarli a ciò che gratuito non è, a ciò che si compra o si vende a seconda di un contingente interesse, o al contrario, se vogliamo posizionare il nostro cuore, le nostre prospettive di vita in quest'onda liberante di gratuità che, attraverso la fede, riusciamo a intercettare come generativa di fiducia per i nostri cuori e per i nostri giorni, e se c'è un momento sorgivo di questa esperienza che rigenera i nostri cuori nella libertà, nella gratuità, nell'esperienza consolante e responsabilizzante dello scoprirci perdonati, senza merito, questo momento sorgivo è l'epicentro dell'Eucaristia, una scossa di vita che viene a distruggere ogni nostra presunzione di poterci rifugiare al sicuro in un ambiente che, fatto con le mie mani, mi tiene lontano da qualsiasi rischio e preserva la mia sussistenza.

Ma il Signore ci fa sbaragliare da tutto questo mettendo appunto al centro di ogni nostra certezza sicurezza e fiducia, non quello che riusciamo a fare con le nostre mani, ma quello che lui ci assicura col suo sguardo provvidente e che possiamo contemplare come riverbero di bellezza, e per l'appunto di gratuità, anche nell'inutilità di un fiore che tuttavia è bellissimo.

Allora questa prospettiva restituisce, voi lo capite e spero lo sentiate, leggerezza e nello stesso tempo profondità, le due cose non sono alternative, a questo momento centrale della nostra vita che è, ce lo ricordano i due uccelli attorno ad un fiore stilizzato scolpito da mano ignota tanti secoli fa, l'Eucaristia.

Perché l'Eucaristia è veramente la celebrazione della gratuità dell'amore di Dio che si offre senza riserve, lo si diceva prima, alla nostra umanità e diventa, per così dire, il paradigma e nello stesso tempo il suggello, fonte e culmine, dice il Concilio Vaticano II, della Chiesa stessa, del suo farsi storia, predicazione, missione, perché è nell'Eucaristia davvero che noi cogliamo questa provvidenzialità di Dio che mette in gioco se stesso, non a parole, fratelli e sorelle, ma con la sua carne e il suo sangue, col suo offrirsi, portando l'esperienza della sua memoria nei nostri riguardi ad un evento di salvezza.

La nostra memoria quando funziona, al massimo può riuscire a catalogare qualcosa, ma non sempre riesce a farsi prospettiva che qualifichi il mio presente, nonostante gli avvertimenti degli storici: la storia maestra di vita.

E noi qui oggi abbiamo ascoltato la parola profetica che ci ricorda che la nostra umanità, nonostante ogni nostra tentazione di disperazione, ha una dimora essenziale fratelli e sorelle, non lo dimentichiamo mai, ha una dimora essenziale che è la memoria di Dio, noi siamo nella memoria di Dio, nel ricordo del Signore, nel suo portare al cuore di se stesso le nostre esistenze, i nostri giorni e i nostri bisogni, e questa prospettiva, ci dice il Vangelo di oggi, è l'essenziale per trasformare l'oggi, qualificato dall'essere ricordato e celebrato dall'amore di Dio, il kairos, direbbero i greci, l'occasione che mi si presenta qui e ora.

Questo a noi interessa, né il domani, né un passato che faticosamente tentiamo di custodire, a noi interessa questo momento qui che noi viviamo adesso e l'Eucaristia ci insegna davvero, ci insegna a fecondare il presente, perché nel memoriale della morte e resurrezione del Signore diventi davvero fonte feconda di futuro e questo aggancio, fratelli e sorelle, non è una macchina del tempo che potenzi le nostre facoltà, è ancora una volta al servizio del Regno, cioè in una dinamica di responsabilità, di missione, questo interessa al Signore Gesù.

Cercate la giustizia del Regno.

Questo significa che il paradigma delle rassicurazioni che il Vangelo oggi ci offre non è appunto il potercene stare tranquilli, seduti su un divano, perché tanto qualcuno ci penserà, questa pure sarebbe una lettura fuorviante di questa leggerezza evangelica oggi proposta dalla liturgia, al contrario la leggerezza serve per avere il meno bagaglio possibile e metterci così velocemente ed efficacemente in cammino per estendere i confini di giustizia del Regno di Dio, rendendo la conversione interiore che l'Eucaristia inaugura, esperienza storica che converte noi e le relazioni che possiamo assieme costruire in modo nuovo, nel segno della gratuità, nel segno della pace, nel segno del perdono, nel segno della fiducia e della responsabilità.

Siamo in pochissimi a pensarla così, però il fatto che quello di cui stiamo parlando non viene dalle nostre risorse, dalle nostre capacità, ma dall'amore di Dio, può trasformare i pochi che siamo in un energia incontenibile per destini diversi per l'intera famiglia umana. Amen.

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini

Fotografia di Mariangela Montanari