«Ogni città racchiude in sé una vocazione e un mistero». Intervento del padre abate Bernardo al convegno «Cultura e politica al servizio della società. L'esempio di La Pira e Spadolini»

 

Cultura e Politica al servizio della società. L'esempio di La Pira e Spadolini

 

Fondazione Ente Cassa di Risparmio - Firenze  22 febbraio 2017

 

Intervento dell'Abate di San Miniato al Monte Padre Bernardo Gianni

 

 

Ringrazio gli organizzatori di questo pomeriggio di approfondimento, in particolare il Prof. Ceccuti e il Prof. Primicerio.

Parlare di fronte a loro è per me motivo, come potete immaginare, di profonda trepidazione, conoscendo la mia inadeguatezza e anzi, devo dirvi che il titolo per il quale ho accettato di presenziare a questo pomeriggio non è certamente il fatto di essere Abate o chissà che altro del monastero, ma semplicemente di risiedervi, cioè di vivere in un luogo che Giorgio La Pira non ha esitato a chiamare “un luogo appartenente alla geografia della grazia” per usare una espressione a lui carissima.

E proprio da un esplicito riconoscimento dell'importanza del punto di vista di Firenze da San Miniato Al Monte, è un brano da lui scritto ad una imprecisata badessa di un imprecisato monastero claustrale intorno a Firenze in questi termini, molto evocativi:

Ciò che accomuna questo esercito di santi e beati fiorentini è il loro legame organico con la città: fanno parte essenziale della storia di Firenze e ne definiscono la vocazione e la missione: sono proprio essi, in un certo modo, a determinare il posto di Firenze nella storia della Chiesa e nella storia dei popoli e delle civiltà. Quale questo posto, questa vocazione? questa missione? Ecco, Madre Reverenda, io vorrei poter rispondere così: Guardi Firenze dalla collina di San Miniato e mi dica: non le pare il riflesso in terra della città del cielo? Lo specchio terrestre della Gerusalemme celeste? C'è nel mondo delle nazioni cristiane e non cristiane una città comparabile per bellezza “teologale” a questa città? Vi è città in cui Dio abbia profuso tutti insieme, quasi contemporaneamente, gli uni legati ed ordinati agli altri, tanti doni mistici ed artistici, quanti ne ha profusi in Firenze? Si può dire davvero: alla quale han posto mano e cielo e terra!

Urbs perfecti decoris gaudium universae terrae ; si può bene  ripetere per Firenze ciò che disse Geremia di Gerusalemme. I mistici (i santi) di Firenze sono la radice dalla quale sono germogliati gli artisti di Firenze.

 

La motivazione di questa citazione credo sia duplice, anzitutto di nuovo, lo ribadisco, la qualità dello sguardo su Firenze da San Miniato e la ragione per cui Giorgio La Pira amasse intravedere i segni dell'amore, della presenza di Dio, nelle due fondamentali coordinate dello spazio, appunto la geografia della grazia, e del tempo.

Ecco la ragione per cui, per preparare il futuro, andare alla ricerca di un legame organico che restituisse al presente e al futuro della nostra città, tutto quel patrimonio che troppe volte noi consideriamo un museo dal quale eventualmente ricavare conoscenza, ma più spesso anche profitto, e viverlo invece come una perenne ispirazione che qualifichi il presente. Questo è un tema fondamentale nella riflessione lapiriana ed è appunto la seconda ragione di questa citazione, la sua capacità di intravedere in Firenze una missione autenticamente profetica, generata costantemente dalla sua bellezza, a beneficio, come avete ascoltato, dell'umanità intera, in una prospettiva autenticamente universale.

Io ravviso davvero in questa tensione, presente in tutto l'epistolario, in tantissimi discorsi e prese di posizione di La Pira, che condivide con Santa Caterina, la percezione del ruolo universale della Chiesa in rapporto ad un servizio in ordine di bellezza, di bene e di giustizia per l'umanità intera, a prescindere dalla loro fede.

Questa prospettiva si coglie molto bene in un celebre, fondamentale discorso del 2 ottobre 1955 al Convegno dei Sindaci delle Città Capitali del Mondo, una delle pagine più alte della riflessione lapiriana sul tema del tempo e della città. Egli pronunciò queste parole:

 

La crisi del nostro tempo, che è una crisi di sproporzione e dismisura rispetto a ciò che è veramente umano – qui cogliamo davvero la recezione in pieno del tema dell'umanesimo come misura – ci fornisce la prova del valore, per così dire terapeutico e risolutivo, che in ordine ad essa la città possiede. Come è stato felicemente detto infatti, la crisi del nostro tempo può essere definita come sradicamento della persona dal contesto organico della città.

 

La parola organico è una parola cara anche all'architetto Michelucci, chiara ad una porzione significativa del novecento intellettuale italiano e fiorentino, di legame organico con la tradizione dei santi e degli artisti fiorentini, aveva appena parlato La Pira in quella lettera  alla badessa di cui vi ho adesso fatto citazione, quindi cogliamo come per La Pira di fatto la storia e lo spazio cittadino sono tali, in quanto esperienza di vita, ed esperienza generativa di vita, un legame appunto organico, un contesto organico, non a caso egli continua - questa crisi non potrà essere risolta che mediante un radicamento nuovo, più profondo, più organico, della persona nella città in cui essa è nata e nella cui storia e nella cui tradizione essa è organicamente inserita.

 

Guardate che giustamente noi per La Pira si insiste tantissimo sulle sue bellissime espressioni che presuppongono la sua cultura dell'accoglienza e del fare di Firenze una città dell'accoglienza, l'Isolotto non ce lo dimentichiamo, è stato ricordato prima, fu un quartiere costruito e voluto anche per i giuliano-dalmati, profughi infelici e dimenticati delle vicende drammatiche del confine orientale, ma questa accoglienza è possibile, dice La Pira, se le persone che sono nate in una data città, vivono organicamente l'esperienza di appartenenza, perché veramente esse possano essere in grado di accogliere in un tessuto vivo.

 

E prima di finire questo discorso sul valore delle città sul destino per la civiltà intiera e per la destinazione medesima della persona, permettete che io dia un ammirato sguardo di insieme alle città millennarie, che come gemme preziose, ornano di splendore e bellezza le terre dell’Europa e dell’Asia. Signori, ci vorrebbe qui, per parlare di esse, il linguaggio ispirato dei profeti: di Tobia, di Isaia, di Geremia, di Ezechiele, di San Giovanni Evangelista. Per ciascuna di esse è valida la definizione luminosa di Péguy: essere la città dell’uomo abbozzo e prefigurazione della città di Dio.

 

E' questa dunque la lettura autenticamente teologale della città che un uomo politico come La Pira ci ha offerto in quel contesto dove, cogliete, la diagnosi dei problemi di dismisura e squalificazione dell'umano, ci sembrano ahimè ancora così oggi vivi, e questo tema, appunto di un reinnesto in un contesto organico della città, si salda ad una visione che la sua straordinaria fede, la sua tensione profetica, genera costantemente, in un dinamismo inclusivo, egli guarda le città d'Europa e di Asia, guarda ogni città del mondo intero, quindi ogni communio è investita da questo sguardo di luce che rende La Pira capace di intravedere, che cosa? In una città egli ci vede la possibilità di realizzare, anticipandola nei nostri giorni, la bellezza dell' eternità.

Io credo di dover insistere su queste dimensioni che fondano appunto una vera e propria teologia della politica in Giorgio La Pira, non per mancare di sottolineare tuttavia, e lo ribadisco ancora una volta, come tutto questo è già stato sapientemente detto, non abbia trasformato mai Giorgio La Pira in un uomo clericale, in una impostazione clericale, è un uomo che, ripeto, da vero grande mistico, ha saputo intravedere nel dettaglio della sua storia e dei suoi spazi quella dimensione universale che la fede nel Signore Gesù, Salvatore dell'umanità intera, inevitabilmente dilata in una prospettiva appunto che non può non essere universale.

Scrivendo alla stessa Madre La Pira si lancia in una interpretazione della storia di grandissima portata:

 

Se Cristo è risorto –come è risorto – e se gli uomini, perciò, e le cose risorgeranno, allora la realtà presente (temporale) è veramente un abbozzo della realtà futura (eterna). La realtà futura – cioè la persona umana risorta, la società umana risorta (la celeste Gerusalemme), il cosmo risorto (nuovi cieli e nuove terre) – è il modello sul quale va modellata la realtà presente: il tempo deve divenire ciò che esso è per essenza e per destinazione, una preparazione ed un abbozzo dell’eterno

 

Dove voi vedete appunto lo sguardo e il cuore di La Pira scorrere nell'asse del tempo con grande libertà, con grande dinamismo, da un lato lo sguardo sulle eredità di bellezza che abbiamo ricevuto dal passato con i grandi artisti, con i grandi santi, ma La Pira non è un nostalgico, non è un archeologo dei saperi che, con più o meno ottimismo, tenta di ricostruire, come spesso noi facciamo oggi, una Firenze che, aggrappata a quel passato, possa sfidare qualcosa del presente.

Niente affatto! La sua prospettiva è una prospettiva energica, che scaturisce -questo ci sembra una provocazione decisiva per questi nostri tempi segnati, come ci dicono i sociologi più avvertiti da grande rassegnazione, da grande disperazione- scaturisce, viene dal futuro.

E' il futuro il modello, non il passato, e su un futuro escatologico la tensione dell'uomo e della donna che custodiscono la città deve essere costantemente messa alla prova in una esercitazione incessante di “adecuazione” usando un termine teologico, della realtà presente al futuro che verrà. Questa è una prospettiva che tutela nello stesso tempo libertà, tutela capacità intuitiva, tutela responsabilità e La Pira aggiunge, in questi termini molto belli, quale sia poi il senso di mistero che rende una città veramente abitabile:

 

La città visibile, con le sue mura, con le sue torri, coi suoi campanili, le sue case, è l'immagine sensibile d'un'altra più solida, per quanto invisibile, più duratura, per quanto, immateriale, città, formata dalla preghiera e animata dalla poesia. Una civiltà che non si elevi su questi spirituali fondamenti è come una città costruita sulla sabbia -dove nella preghiera possono ovviamente benissimo starci tutte le persone che hanno il dono e il mistero della fede, nella poesia direi che possono starci tutti, credenti e non credenti.

Le conseguenze di una prospettiva simile sono naturalmente quelle di riscoprire in Firenze una vocazione, non più rivolta al passato, di semplice conservazione, ma una Firenze che profeticamente si faccia testimone di un futuro tutto da costruire.

 

Vede Madre Reverenda io penso che bisogna fare di Firenze quanto il Signore dice nella Sacra Scrittura, fare cioè di questa città bellissima il centro di attrazione dei popoli del Mediterraneo, dell'Africa nera, degli altri popoli di Asia, ecco il programma che sarà svolto a Firenze se il Signore mi chiamerà ad assumerne la guida, fare di questa città cristiana tanto prestigiosa il punto di attrazione di tutta la terra – il punto di attrazione di tutta la terra – Firenze cristiana che attrae a sé tutte le città e tutti i figli della terra, per diffondere su di essa la grazia la bellezza, la luce di cui Dio l'ha arricchita. Poesia? Sogno? Non importano le parole, i fatti restano, questa attrazione della città cristiana esiste e diventa ogni giorno più efficace e potente

 

Questo è il modo di pensare di La Pira, dove appunto voi vedete che si tratta autenticamente, in questo non diversamente da Caterina da Siena, di universalizzare il patrimonio della verità e della bellezza teologale che il suo sguardo di fede sa riconoscere in tutta la sua arcatura, dal mistero alla realtà storica, ma che, come questa in quanto evento storico, è davvero patrimonio dell'umanità intera e perennemente disponibile per ispirare al meglio questa nostra vicenda umana.

Credo che di La Pira una delle eredità più preziose sia cogliere, raccogliere questo suo modo di vivere, attraversare la crisi, noi oggi parliamo moltissimo di crisi, a vari livelli, culturale, antropologico, economico etc, La Pira ha un modo tutto suo di leggere la crisi. C'è un altro passaggio molto bello in cui egli dice:

Forse che l'autunno e l'inverno non sono i misteriosi laboratori in cui si prepara la primavera e l'estate? Così nei gravi periodi di crisi e di trapasso: quando tutto sembra crollare tutto è ancora magnificamente valido: sotto la superficie della materia informe c'è la salda struttura ideale di una rinascita che ha, nella città di Dio, il suo modello di bellezza e di luce.

Cristo ieri, oggi, sempre.

Ecco il mistero del nostro tempo: c'è una primavera che si prepara in questo inverno apparente: la bellezza della città di Dio, i suoi splendori di purità, di luce, di pace sono l'alba che viene formandosi nel segreto e nel silenzio.

 

Queste parole potrebbero farvi pensare che ci troviamo di fronte ad una sorta di fondamentalista, incapace, si direbbe oggi con un verbo che ha una certa fortuna, di declinare in termini laici questa prospettiva che qui, anche per il genere di corrispondenza che ho volutamente scelto, è così esplicita, è così chiara nel riconoscerne la matrice autenticamente teologale e misteriosa.

Voglio leggervi, per dirvi quanto invece La Pira sia stato grande maestro di apertura, di accoglienza e di integrazione con i presupposti che ho appena cercato di dirvi, uno splendido suo discorso nell'inaugurazione del nuovo quartiere dell'Isolotto, il 6 novembre 1954.

In quella circostanza, parlando alla sua cittadinanza, alle persone accolte in questo straordinario quartiere dove, non ce lo dimentichiamo, penso alla scuola elementare, hanno lavorato architetti di grande spessore, di grande sapienza, la Pira si espresse in questi termini:

 

Ogni città racchiude in sé una vocazione e un mistero..Amatela dunque come si ama la casa comune destinata a voi e ai vostri figli. Custoditene le piazze, i giardini, le strade, le scuole, fate che il volto di questa vostra città sia sempre sereno e pulito. Fate soprattutto di essa lo strumento efficace della vostra vita associata, sentitevi attraverso essa membri della stessa famiglia, non vi siano fra voi divisioni essenziali che turbino la pace e l'amicizia.

 

Come vedete La Pira sapeva davvero parlare a tutti e sapeva davvero rendere universale e sperimentare, vorrei dire anche patire, come universale quello che la sua biografia spirituale, per grazia e per mistero, ha ricevuto, come doni tutti particolari dello Spirito Santo, quello che la sua biografia politica, è stato giustamente ricordato leggendo la commemorazione di Giovanni Spadolini, ha vissuto, in momenti tristissimi della sua vita, penso ai momenti davvero della crisi della giunta sperimentale, per così dire, di Firenze, qui pagine importantissime dell'epistolario con Paolo VI, e sarebbero indicative della sua capacità davvero anche di indipendenza e di autonomia, ma non ne abbiamo il tempo.

La Pira ci ha detto davvero che questo mistero della città è salvaguardato, per chi crede dalla preghiera, per tutti dalla poesia e allora lasciatemi concludere questo mio intervento con una lirica di Mario Luzi scritta nel 1997. In questa lirica il grande poeta ha saputo sintetizzare come questo sogno di La Pira, il suo sperare contro ogni speranza, per citare l'amatissimo versetto di Paolo ai Romani, fosse, e continuasse ad essere un modo paradossale, ma efficace e fecondo di fare politica.

 

Ricordate? Levò alto i pensieri,
stellò forte la notte,
inastò le sue bandiere
di pace e d’amicizia
la città dagli ardenti desideri
che fu Firenze allora …
Essere stata
nel sogno di La Pira
“la città posta sul monte”
forse ancora
la illumina, l’accende
del fuoco dei suoi antichi santi
e l’affligge, la rode,
nella sua dura carità il presente
di infamia, di sangue, di indifferenza.

Non può essersi spento
o languire troppo a lungo
sotto le ceneri l’incendio.
Siamo qui per ravvivarne
col nostro alito le braci,
chè duri e si propaghi,
controfuoco alla vampa
devastatrice del mondo.
Siamo qui per questo. Stringiamoci la mano,
sugli spalti di pace, nel segno di San Miniato.

 

Trascrizione a cura di Grazia Collini