«Per un'umanità finalmente "capax Dei"». Tre omelie del padre abate Bernardo per la Natività del Signore

25 DICEMBRE 2016 – Messa della notte di Natale

Dal Vangelo secondo Luca

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.
Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:
«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

 

Omelia

Fratelli e sorelle, sulla terra apparve agli uomini e alle donne che egli ama: è una storia di amore quella che noi ascoltiamo e celebriamo stanotte, per questo forse, stancandoci un po', abbiamo desiderato premettere a questa celebrazione un lungo bisbiglio di amore, questa veglia, questa salmodia che ci accosta in punta di piedi ad un misterioso talamo, un talamo sponsale, perché davvero, come abbiamo cantato, come uno sposo il Signore esce stanotte dalla stanza nuziale e a noi, che abbiamo quasi smarrito tutta la bellezza di quel lento manifestarsi attraverso il dono della parola, dell'attesa e del desiderio di quell'amore che attraversa il nostro cuore come unica ragione della nostra vita, forse appare strano aver dedicato così tanto tempo a parole antiche e lontane, a melodie vecchie di secoli, in realtà per tornare e dire e a proclamare un'antica verità del nostro cuore: L'anima mia anela a te di notte, al mattino il mio spirito ti cerca.

Questo abbiamo cantato fratelli e sorelle “Anima mea desideravit te in nocte” cioè abbiamo fatto nostra questa epopea di amore fra Dio el'umanità che, attraverso la liturgia della veglia, stanotte ha avuto il sapore di un lungo canto sponsale, sì, noi siamo la sposa di Dio, attraverso Cristo, il volto dello sposo che viene a cercare l'uomo per stabilire un'alleanza indefettibile, propria dell'amore che è nello stesso tempo responsabilità, libertà, custodia, cura, perseveranza e fedeltà, un'avventura di amore che qualifica finalmente, fratelli e sorelle, la nostra consistenza umana, anzitutto recandoci una visita di amore nella speranza di essere accolto, diversamente da quanto è accaduto a Betlemme, perché per Gesù quella notte non c'era posto nell'albergo. Accogliendo questo amore la nostra consistenza umana riscopre, e finalmente, un deficit strutturale, se il nostro cuore non si riconosce bisognoso di amore, desiderato dall'amore di Dio, il nostro cuore ben difficilmente potrà imparare a desiderare e ad amare, a farsi cioè soggetto, nell'avventura della nostra storia, delle nostre responsabilità, di quell'amore che stanotte a piene mani, nella libertà di questa alleanza sponsale, attraverso il volto di Cristo, egli viene a consegnare a ciascuno di noi.

Fratelli e sorelle, ancora, sentirsi amati dalla gratuità di Dio, da quella esperienza che rigenera il nostro cuore, non per i nostri meriti, ma in virtù di quella grazia misericordiosa, appassionata del nostro limite, significa riscoprire la consistenza per cui, nonostante l'orrore che viviamo nelle cronache di tutti i giorni, qui stanotte in questa luce fioca e nella nebbia dell'incenso, vogliamo tornare a proclamare con forza l'amabilità dell'uomo, un uomo che riscopriamo in forza di questa tensione sponsale vero e compiuto quanto esce da se stesso, come lo sposo che esce dal talamo nuziale e va incontro all'altro in una avventura, certo difficile, faticosa, ma che compie noi stessi nella misura in cui ci riconosciamo chiamati ad aprirci all'alterità.

Questa esperienza, fratelli e sorelle, che è il cuore di questa notte di grazia, la vogliamo assumere come responsabilità verso gli altri, nella riscoperta davvero che l'uomo è grande quando si dona e l'uomo è grande quando riconosce questo limite visitato dalla grazia, visitato da una esperienza qualificante di dignità che rende la nostra esistenza una trama di relazioni che vogliamo tornare a inaugurare stanotte, perché davvero scenda in mezzo a noi la pace di Dio.

Questa prospettiva significa vincere ogni individualismo, che per sua natura significa arroccarsi in noi stessi, difenderci e provare a sopravvivere, guardando gli altri con indifferenza sospetto e paura, tutto diverso il movimento di Dio stanotte verso di noi, ci racconta di un Dio coraggioso, che assume fortemente questo paradosso di una totale dissomiglianza, come noi ci saremmo aspettati nel costruire l'immagine di Dio, un Dio forte, potente che si impone. Niente di tutto questo, è dissomigliante il Dio che nasce stanotte da questa prospettiva ed è dissomigliante per restituirci la consapevolezza di una somiglianza con il Dio dell'amore, una somiglianza che da stanotte non vogliamo più perdere, fratelli e sorelle, perché scopriamo, con stupore e meraviglia, che il volto di Dio è il nostro stesso volto, questo è il grande annuncio di speranza da dare all'umanità stanca e disperata del nostro tempo, alla disperazione che è anzitutto nel nostro cuore, credente e non credente, e la disperazione che incontriamo nelle strade del mondo, il volto di Dio è il volto dell'uomo che lui vuole salvare fratelli e sorelle.

Ci incontriamo su questa prospettiva di grazia, di incanto e di stupore che genera un dinamismo misterioso perché finalmente, riconoscendo l'immagine di Dio e dell'uomo nel volto di Cristo, quell'antica parola della Genesi, l'uomo creato ad immagine di Dio significa inaugurare da stanotte una rincorsa verso questa immagine “ad imaginem”, uso il termine latino perché questo prefisso “ad” ci suggerisce davvero una dinamica, una prospettiva ulteriore, un orizzonte di senso e di significato che vince ogni staticità, ogni ripiegamento, ogni durezza, invita con coraggio ciascuno di noi ad assumersi questa responsabilità dinamica con l'unica energia possibile assimilabile da questa notte di grazia e di stupore, che è esattamente ciò che Dio voleva che l'uomo conoscesse di sé, l'amore, fratelli e sorelle!

L'amore è la conoscenza di Dio e la prospettiva e la vocazione della nostra condizione umana, in una dinamica che voi comprendete quale tipica dell'amore incessante senza riserve, senza paure.

E' stupefacente il contrasto nel Vangelo di Luca fra la pretesa di Augusto di recensire tutta la terra e quello che accade ai margini dell'impero, una storia si direbbe debole, marginale, ma che in realtà in questo paradossale rovesciamento dell'idea stessa di Dio è la vera somiglianza col cuore stesso di Dio.

Egli inizia dalle periferie, da ciò che sta oltre quello che per noi sono gli epicentri dove assicurare la nostra sopravvivenza, i mille centri di potere dove vogliamo installare il nostro cuore per essere al sicuro.

Dio non fa così.

Corre il rischio, di fatto assunto fino in fondo, di non essere accolto e tale resta questo Dio che bussa ogni anno in questa notte di gelo, perché trovi il tepore del nostro cuore. Per questo, discutibile quanto si voglia, ma la nostra veglia doveva servire, e se non è riuscita è colpa nostra, a scaldare i nostri cuori, in fondo un po' ad addormentarci, perché si abbassasse la difesa del raziocinio, dell' argomentazione, dell'interesse e in questo cuore che si riscopre nel sopore finalmente infante, e cioè senza parole, nel silenzio di questa notte, incontriamo e raccogliamo l'infanzia di Dio, il suo essere appunto senza parola, perché l'unica parola è il volto del Signore Gesù.

Ecco questa prospettiva, fratelli e sorelle, disegna per noi parabole da un lato di grande intensità spirituale, io uso volentieri questa parola per restituirla a un lessico quotidiano per ciascuno di noi, non è roba di élite monastica, la dimensione spirituale è patrimonio di una consapevolezza umana che si rifiuta di ritenere l'uomo solo e soltanto una macchina per fare soldi e per essere ingranaggio di un sistema che produce solo consumo, questa non è la nostra idea dell'uomo.

La nostra idea dell'uomo è appunto il mistero insondabile, indecifrabile, che ci permette e ci chiede di accostarci al cuore dell'altro in punta di piedi, senza giudizi, possibilmente riverberando la grazia di questa alleanza nello stupore con cui Dio sposa la nostra umanità, fratelli e sorelle.

E questa prospettiva straordinaria e bellissima è esattamente il grande manifesto di una spiritualità che assume, non diversamente dalla straordinaria dissomiglianza di Dio dalle nostre aspettative, assume fino in fondo questa mia carne, questa nostra storia, questi nostri minuti, è qui il tabernacolo di Dio, fratelli e sorelle!

Non altrove, non su nubi remote dall'avventura della storia, e allora ne scaturisce tutta la nostra responsabilità, di portare questa dinamica di amore “ad imaginem” non salendo sulle montagne, ma scendendo nelle città, inaugurando prospettive storiche che siano alternative al progetto monolitico di Augusto, censire tutta la terra. Noi siamo per la varietà di ogni volto umano, di ogni cuore umano, di ogni esperienza umana, un arcobaleno di esperienze che letto con il cuore inabitato dallo Spirito ci racconterà tutta la fantasia con cui Dio ha scelto la storia di ciascuno di noi, le proprie ricchezze, le proprie fragilità, per essere nel mondo e nella storia riverbero di questa esperienza di amore che è anche però mirabile infinità, siamo in tanti stasera grazie al mistero dell'amore di Dio che bussa come semi di desiderio al cuore inquieto di ciascuno di noi, ma nello stesso tempo ciascuno di noi è di fronte a questo volto che lo chiama a responsabilità, che lo chiama per nome, che scruta con estrema discrezione tutto quello che mai abbiamo immaginato di avere, e forse talvolta anche di temere, della nostra interiorità, ma in questa notte di stupore tutto di noi è trasfigurato, i nostri limiti, anche la nostra stanchezza, lo dico per i fratelli anche, il nostro nervosismo, perché reggere una notte di Natale è difficile anche per dei monaci, ma alla fine tutto passa, resta l'incanto, resta la grazia, direbbe Mario Luzi “dell'esser qui” e noi ci vogliamo stare, raccolti dallo stupore di un Dio che rinnova anno dopo anno questa nostra storia che noi gli affidiamo come responsabilità di un nuovo inizio, nel segno di quella beatitudine che nell'orizzonte del Vangelo fa grandi i piccoli e fa piccoli i grandi. Amen

 

25 Dicembre 2016 – Messa del giorno di Natale

 

Dal Vangelo secondo Giovanni

 

1 In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2 Egli era in principio presso Dio:
3 tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
4 In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5 la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.
6 Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7 Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8 Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9 Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10 Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11 Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12 A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13 i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14 E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15 Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me».
16 Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17 Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18 Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.

 

Omelia:

Fratelli e sorelle, il magistero del Concilio Vaticano II nella sua alta riflessione circa i rapporti della Chiesa col mondo ha qualificato l'evento che noi stiamo celebrando, il Natale del Signore, la sua natività, in questi termini davvero chiarificatori e profondamente consolanti, circa la consistenza della nostra condizione umana, per la quale il Concilio così si esprime, e mi perdonerete la citazione:

“In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato si chiarifica veramente il mistero dell'uomo. Adamo infatti il primo uomo era figura di quello futuro e cioè di Cristo Signore. Cristo che è il nuovissimo Adamo, nella rivelazione stessa del mistero del Padre e del suo amore, manifesta pienamente l'uomo all'uomo stesso e a lui -all'uomo- fa nota la sua altissima vocazione”

Sono splendide parole, fratelli e sorelle, che in questa celebrazione meridiana, quando lo Spirito Santo rende i nostri cuori particolarmente attenti e vigilanti, è una citazione che viene a qualificare il significato stesso del nostro celebrare il Natale stamani insieme, un evento che non significa che il mondo cambia, significa in realtà che il mondo è in grado di ospitare un cambiamento ed una novità e questa novità è la nascita del Signore Gesù, presupponendo però, e qui sta tutto alla nostra responsabilità, che risuoni nei nostri cuori questo verbo che il pur raffinato e teologico Prologo del Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato diventi, da vertice di contemplazione mistica e spirituale, vorrei dire prassi e carattere della nostra vita, il verbo in questione è accogliere “a quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio” e, come si è già detto all'inizio di questa celebrazione, se c'è qualcosa che configura l'umano, strappandolo ad una vicenda assimilabile a qualsiasi altro evento biologico e naturale, questa novità e questo specifico è proprio la sua altissima vocazione di essere figlio di Dio in un adempimento progressivo, dinamico, reso possibile dalla modalità stessa con cui Dio si fa conoscere all'uomo nella rivelazione del Santo Natale, che non è una modalità qualsiasi e generica, è una modalità amorosa, perché l'unica ragione per cui Dio si fa conoscere, fratelli e sorelle, questo è il cuore del cuore del Natale, è il suo amore per ciascuno di noi.

E' un amore che accorcia la distanza, è un amore che svela, che illumina, che non a caso avvolge della gloria della stessa vita divina i pastori, gli estremi nella condizione e nella scala dell'umano che vengono, per così dire, risucchiati in questo vortice di luce perché loro, gli ultimi, siano i primi a contemplare questo mistero nel quale, per contro, l'infinità di Dio si lascia avvolgere dalle fasce, assimilando colui che Giovanni ci ha fatto salutare, sempre nel Prologo, come colui per mezzo del quale tutto fu creato, qualificato come un qualsivoglia neonato.

Voi vedete che grandioso movimento che il Vangelo di Luca e il Vangelo di Giovanni, tra ieri notte e adesso, ci permettono di contemplare, un movimento di assoluta contrazione, l'infinità di Dio che sempre per amore si fa piccolezza e sempre per amore la nostra piccolezza è trasfigurata in una misura di pienezza infinita che sigilla il nostro esistere, il nostro inquieto cercare, il nostro soffrire, il nostro patire, il nostro sperare, il nostro desiderare, ma anche il nostro ammalarci e il nostro financo morire, tutta la vicenda dell'uomo è inscritta nell'amore che Gesù Cristo viene a rivelare e a consegnare come sigillo con cui Dio ha pensato l'uomo, e lo ha marcato di una appartenenza, quella immagine e quella somiglianza facilmente sbiadite dalla forza illusoria della pretesa dell'uomo di autoqualificarsi estromettendo Dio, l'altro, dal suo orizzonte, circondando i suoi perimetri vitali di un egoismo che, invece di qualificarlo nella dimensione dell'amore gratuito di Dio, lo comprime e lo assimila a quella istintività che noi non possiamo non contemplare, magari anche ammirare, negli stessi animali.

Ma l'uomo non è un animale, ed è proprio questa altissima vocazione della specificità umana che noi celebriamo, riconoscendo nel volto del Signore Gesù che viene a cercare i nostri cuori, e non solo il 25 di dicembre, ma in realtà ogni giorno, la possibilità di qualificare la nostra esistenza, per usare una terminologia medioevale di grande fascino e pregnanza, “l'uomo capax dei”, l'uomo capace di Dio, fratelli e sorelle, questa è la grande novità che la rivelazione cristiana con umiltà, ma anche con grande risolutezza, avverte e comunica al mondo intero, tentato di ridurre l'uomo ad una macchina esclusivamente biologica, ad un fenomeno esclusivamente naturale, ad una avventura di condizionamento fatale, necessario dai meccanismi che ci strangolano della sociologia, dell'economia, di ogni scienza cosiddetta umana che certamente ci è necessaria per abitare questa terra, ma non ci è necessaria e sufficiente per dire e riconoscere quello che il Concilio ha affermato con grande chiarezza, in obbedienza ad una tradizione millenaria, l'uomo, fratelli e sorelle, e non solo Dio, anche l'uomo è mistero, anche l'uomo è tabernacolo di questa presenza ulteriore che nessuna parola umana finisce per definire in modo ultimativo.

Di qui la dinamica dell'amore che noi accogliamo, per non fermarci di fronte a nessun fatto come un dato ultimo estremo, ma sempre renderci partecipi di una esistenza che segnala la provvisorietà di ogni evento e nello stesso tempo ce lo fa leggere come anticipazione di una pienezza che sarà raggiunta solo e soltanto alla fine dei tempi, in quell'immagine plastica e luminosa, architettonicamente consolante e convincente di cui questa nostra Basilica è il segno per Firenze, la Gerusalemme Celeste, fratelli e sorelle, la meta del nostro cammino, l'orizzonte storico, non utopico, ma ragione della nostra speranza, del nostro incedere, del nostro cercare, perché il cristiano, dall'idea che l'uomo è mistero baciato dall'amore di Dio, recupera questo tratto bellissimo che sfugge per sempre alla parola rassegnazione, che trasfigura la fine in fine, che prospetta tutta l'esistenza quale promessa, una struttura promettente nella nostra vita che stamani tanto volentieri la comunità monastica accoglie in questa sua palestra di ricerca verticale di un orizzonte alle nostre vite che non è assimilabile, fratelli e sorelle, ai perimetri della cinta urbana, pur bellissima, della nostra città, non è assimilabile, e come dire, comprimibile negli orizzonti dei nostri profitti, dei nostri interessi.

Questo senso di libertà, di gratuità, che l'amore di Dio, svelando i suoi misteri più intimi al nostro pur piccolo cuore, oggi risveglia. Non possiamo vivere solo e soltanto nel segno dell'interesse! Lasciamo che il Natale ci sorprenda con lo stupore della gratuità, con l'incanto della bellezza, col fascino, per non dire la seduzione, del mistero, questo restituisce ai nostri giorni il loro sapore avventuroso, l'ulteriorità come meta che ci dice che quello che noi adesso viviamo è soltanto già e non ancora, non quella pienezza che deve schiacciarci in un presente privo di prospettive.

Vi comunico queste cose, fratelli e sorelle amatissimi con grande passione, non ho perso la testa, pur avendo dormito due o tre ore, come i miei fratelli, la passione che nasce dal cuore adesso è perché la nostra testimonianza cristiana deve sentire il nostro cuore rinnovato e chiamato ad una responsabilità grande nella trama e nell'ordito di queste nostre città, ormai assopite nella speranza, non c'è più sentinella che annunci l'aurora.

Questo va detto senza giudizio, senza presunzione.

Il Signore che oggi ci ha donato, e vi ha donato, di salire su questo crinale di luce e di bellezza restituisca ai vostri cuori credenti anche la responsabilità, il munus direbbero i latini, il dono, il dovere, il privilegio, il carisma di essere sentinelle che annunciano agli altri una novità che oggi il vostro cuore, con umiltà e letizia celebra, accogliendo, finalmente accogliendo, il Dio che nasce nella nostra infinitesimale piccolezza, perché questo può il suo infinito amore. Amen

 

 

25 dicembre 2016 – Messa di Natale Vespertina

Omelia

Fratelli e sorelle carissimi, la grande solennità che celebriamo insieme, in questo giorno di grazia, e che vi vede numerosi anche in questa ultima Messa di questo giorno di Natale, nella celebrazione vespertina qui in Basilica, è una celebrazione che in realtà la Chiesa e la sua liturgia elaborano, rispetto alla somma celebrazione della Pasqua, un paio di secoli dopo gli eventi di Cristo.

La Chiesa fin dall'inizio ha sentito la necessità di vivere, domenica dopo domenica, la celebrazione pasquale, la vittoria di Cristo sulla morte, quell'evento di speranza inaudita che ci vedrà ancora una volta nella notte, far veglia, per salutare questa architrave di significato e di salvezza per la nostra vita. E tuttavia due secoli dopo un'altra veglia si è aggiunta e un altro grande giorno ha assunto tutto quel significato e quella pienezza liturgica che ci vede insieme stasera davanti all'immagine di un infante, il Bambino Gesù, la sua natività, il Natale del Signore.

Perché questo?

Forse una risposta arriva con la splendida proclamazione del Prologo del Vangelo di Giovanni che abbiamo adesso ascoltato, un testo molto esigente, filosofico e teologico assieme, che non a caso non viene letto di notte, quando siamo stanchi, ma nella Messa del giorno, perché la nostra attenzione sia forse maggiore e meglio in grado di comprendere questo volo altissimo che Giovanni ci fa fare inseguendo, per così dire, il Verbo stesso, la parola cioè pronunciata dal Padre per affermare la salvezza dell'uomo, ma prima ancora per creare tutte le cose, perché il bambino che è alle mie spalle è anche colui grazie al quale, Giovanni lo ha detto con grande chiarezza, tutto ciò che ci circonda è stato costruito e destinato alla nostra umanità.

Due secoli dopo aver celebrato, domenica dopo domenica, la Pasqua, forse la Chiesa ha sentito il bisogno, anzi senza forse, davvero la Chiesa ha sentito il bisogno di ricordarsi e dunque di celebrare un dato essenziale che poteva sfuggire alla nostra piena consapevolezza teologica e del mistero di Cristo. In fondo celebrare la Pasqua del Figlio di Dio ci è in qualche modo coerente con la fede che lo proclama davvero irradiazione della gloria del Padre, ed essendo irradiazione della gloria del Padre come poteva quella gloria restare sottoterra e chiusa in un sepolcro dopo l'oltraggio della croce? Si è, per così dire, come già nella primissima generazione apostolica, sottolineato sempre di più il carattere divino della persona di Gesù Cristo.

Ma insistendo sul carattere divino della persona del Signore Gesù si sarebbe perso di vista quello che è in realtà il vero specifico del Vangelo del Signore Gesù, del Vangelo che è il Signore Gesù, ed ecco il Natale che, per così dire, riequilibra i contenuti che la Pasqua ci ha fatto celebrare, perché ci fa dire con grande forza l'irradiazione della gloria del Padre che è il Signore Gesù, egli è nato come ogni uomo e nello stesso tempo è nato, come ci ha fatto dire Giovanni nel Prologo, con la nostra stessa carne “e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.

Questa è la grande novità della rivelazione cristiana, di quel contenuto di mistero con cui Dio raggiunge l'uomo nella sua dimensione esistenziale, quella che ci è comune, quella che ci rende nello stesso tempo aperti alla vita, con tutta la dignità propria della libertà, della scelta, della responsabilità, che ognuno di noi porta con sé nel proprio cuore ma nello stesso tempo anche tutta la fragilità del vivere, perché questa nostra carne, lo sappiamo molto bene, non è in prima istanza capace di sussistenza, essa è fragile, ha bisogno di essere accolta, nutrita, curata, custodita e questa nostra carne difficilmente noi la potremmo immaginare capace di essere addirittura luogo dell'esperienza di Dio, luogo dove incontrare Dio, ma è proprio questo specifico che ci fa riconoscere, salutare, celebrare e adorare la natività del Signore Gesù che invece viene a dirci che proprio questa nostra carne, pur fragile, inabitata da Cristo, diventa quel luogo teologico dove si fonda la nostra salvezza, dove si fonda la nostra conoscenza di Dio, dove si fonda il nostro stesso futuro per cui, come ci ha fatto capire molto bene San Paolo scrivendo ai romani, il vero uomo non è l'Adamo antico, che non a caso vediamo come un teschio conficcato sotto la croce di Cristo, ma è il volto del Signore Gesù, quel volto che ci chiama dal futuro dell'eternità stessa, che dona a ciascuno di noi una speciale vocazione che ci fa essere quello che siamo, con la nostra consistenza e l'inevitabile ombra che ciascuno di noi al passaggio della luce inevitabilmente produce, ma anche questa ombra la carne del Cristo viene a illuminare con un raggio di speranza, di dignità, di consistenza e di futuro.

E allora fratelli e sorelle, il Natale è questa celebrazione che arriva a ricordarci che nella Pasqua noi non saluteremo la risurrezione di un angelo, di una essenza spirituale, per la quale è fin troppo facile uscire da un sepolcro, ma saluteremo la Pasqua e cioè la vittoria sulla morte di un Dio che ha preso la nostra condizione umana, questa natività oggi diventa davvero come questa liturgia ci fa dire, in tanti modi diversi, anche se il latino non ce lo ha pienamente comprendere, ma ve lo dico io, ci fa salutare una luce nuova che nella notte scaturisce a ricordarci la dignità della nostra consistenza umana, ci fa salutare accanto a questa luce, la novità che significa un Dio che viene a restaurare l'immagine e la somiglianza rese opache dal peccato, perché la nostra condizione umana potesse davvero riflettere quella gloria che il Padre ha desiderato attraverso Gesù effondere su ciascuno di noi, se ci ricordiamo di questa altissima vocazione di ciascuno di noi, fratelli e sorelle.

E il Vangelo della notte questo lo ha detto in modo bellissimo, permettetemi questo ricordo, per quanti non c'erano ieri notte, perché nello stesso tempo in cui il Dio creatore di tutte le cose ci dona il Figlio strumento della creazione stessa, lui viene avvolto, come un qualsiasi neonato, nelle fasce minuscole con cui si custodisce un bambino appena nato, e dei pastori vengono avvolti -dice il testo di Luca- dalla luce della gloria di Dio.

Quale mirabile prospettiva nuova sulla nostra condizione umana che è implicata da questa contrazione di Dio nell'umiltà della mangiatoia.

Ecco, io credo che da questa celebrazione traiamo argomenti, intuizioni, spinte, per ritornare nella città risollevati nella consapevolezza che la vita umana non è come diceva Jean Paul Sartre “una passione inutile”, che l'altro non è un inferno, che la nostra esistenza non è semplicemente un evento naturale senza alcuna dignità intrinseca e senza alcun significato trascendentale, ma la nostra avventura umana, piccola o grande che sia, con le miserie di ciascuno di noi, resta comunque, attraverso Cristo, una esperienza in cui la sua eterna grazia viene ad illuminare il nostro volto perché sia riverbero di questa specialissima immagine, oggi restaurata nel volto di ciascuno di noi, oggi rigenerata nel cuore di ciascuno di noi, con una parola che, dopo aver creato i cieli e la terra, si fa bisbiglio di speranza nell'intimità dei nostri cuori.

A questo Dio che nasce nel volto e nell'infanzia del Signore Gesù sia lode e gloria per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

Trascrizioni a cura di Grazia Collini

Fotografia di Mariangela Montanari