I benedettini di Monte Oliveto, un capitolo vivente della tradizione monastica

Anche se viviamo circondati dallo splendido fortilizio fatto erigere da Cosimo de’ Medici consolidando i terrapieni difensivi abbozzati da Michelangelo, la nostra esistenza non è certamente estranea o separata dalla intera compagine ecclesiale. Anzi essa partecipa ad una specialissima esperienza di comunione appartenendo ad una più grande comunità di comunità, la famiglia dei monaci benedettini di Monte Oliveto.
Questa trae origine dalla radicale scelta di amare Cristo nella preghiera e nel lavoro compiuta nel 1313 da san Bernardo Tolomei, un nobile senese che con alcuni dei suoi compagni di giovinezza volle ritirarsi nella suggestiva campagna a mezzogiorno di Siena, in un paesaggio caratterizzato da stupefacenti calanchi argillosi orlati da filari di cipressi e di pini che gli conferiscono un carattere aspro e quasi selvaggio così da esser stato subito chiamato dai nostri fondatori il ‘deserto di Accona’.
La loro orante e laboriosa presenza avrebbe presto trasformato quei burroni e quei boschi in fruttuosi oliveti e in verdi pascoli, dando così vita ad una sorta di Tebaide toscana che ancora oggi ha il suo cuore nella grandiosa ma austera mole dell’archicenobio di Monte Oliveto Maggiore, ‘casa madre’ della nostra Congregazione, la cui fondazione risale al 26 marzo del 1319. In questa data è dunque ragionevole collocare l’avvio di una più consapevole vita cenobitica secondo la Regola di san Benedetto e alcuni significativi accorgimenti giuridici tali da garantire e conservare la forte impronta di radicalità evangelica e di autenticità monastica che fin da subito caratterizzò le intuizioni spirituali del nostro santo padre Bernardo Tolomei.
Fra queste peculiarità va annoverata senz’altro la volontà di una fortissima coesione, al modo delle membra di uno stesso corpo, fra i diversi monasteri che quasi immediatamente furono fondati anche per l’insistente invito di non pochi vescovi, desiderosi di dare dimora nelle loro diocesi a questo nuovo, singolare capitolo della fortuna della spiritualità benedettina in un periodo di generale decadenza della società civile e nondimeno di alcune strutture ecclesiali.
I monaci di Monte Oliveto costruirono pertanto cenobi generalmente collocati in zone piuttosto silenziose e remote, ma mai così lontane da impedire loro di abbracciare con lo sguardo della preghiera la città degli uomini, per poter loro ricordare la città futura, la Gerusalemme celeste, offrendo in tal senso una luminosa testimonianza di vita liturgica, di lavoro, di fraternità e di attenzione alle diverse espressioni culturali del loro tempo.
Come si è detto, le diverse case, che già nel XV secolo erano ormai diffuse in quasi tutta la penisola, non perdevano mai di vista la consapevolezza di appartenere ad una storia comune e di discendere da identiche, robuste radici: i frequentissimi capitoli generali e una certa mobilità dei monaci fra i diversi monasteri assicuravano la chiara percezione di far parte di una più vasta famiglia, in cui l’abate di Monte Oliveto era e continua ad essere amato come il padre di tutta la Congregazione, oggi ormai diffusa in tutti i continenti.
I nostri monaci vivevano consapevolmente –e così vogliono continuare a vivere- una reale esperienza di comunione, che è dono prezioso del Signore che ci è dato da custodire e da incrementare per gustare appieno, nella vita fraterna delle nostre comunità, una viva esperienza dell’amore trinitario. Ci ispira, in questo forte proposito, la limpida e generosa testimonianza di san Bernardo di Monte Oliveto.
Egli ha infatti lasciato ai suoi monaci un’ultima, preziosa riserva aurea di santità durante l’imperversare della cosiddetta ‘Peste nera’, quando divenne, come scrive l’antico cronista della Cancelleria, «il buon pastore» che «depose la sua vita per le sue pecore». In questa radicale immedesimazione col Cristo amato e desiderato per tutta una vita, Bernardo raggiunge la meta di un lungo sentiero di sequela del suo Signore, dal cui esempio e dalla cui parola aveva appreso che il vero nome di Dio è l’amore, amore che nella vita monastica si attua anzitutto in quello che lo stesso Bernardo chiama, in una sua lettera, il «sanctissimus amor communitatis», «il santissimo amore della comunità».
È questa una bellissima qualificazione di quella energia di relazione che, trasfigurata dallo Spirito, è capace di affermare il bene comune vincendo i confini e le differenze senza per questo mortificare la singolarità di ogni persona. Le approssimative sepolture tipiche dei tempi di contagio pestilenziale e le complesse vicende architettoniche del monastero senese di San Benedetto hanno sottratto alla nostra venerazione il corpo del nostro padre Bernardo, ma non il vivo ricordo del suo martirio di carità e di tutta la sua santa vita, la cui memoria è in benedizione.